Il senatore del Pdl nega di aver mai avuto rapporti con la malavita organizzata. Ma “L’espresso” ha trovato le sue immagini amichevoli insieme a un boss della ‘Ndrangheta, Franco Pugliese

SOPRA E SOTTO IL SENATORE DI GIROLAMO ASSIEME AL BOSS FRANCO PUGLIESE


SOPRA IL BOSS FRANCO PUGLIESE E GEROLAMO MOKBEL
“I fatti contestati non mi appartengono. Non ho mai avuto contatti con mafia, camorra e ‘Ndrangheta”. Così ha dichiarato il senatore Pdl Nicola Di Girolamo nel corso della conferenza stampa che ha convocato per precisare ai giornalisti la propria posizione in merito all’inchiesta che lo vede accusato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio internazionale e di essere stato eletto all’estero con il contributo determinante di una famiglia mafiosa. Il senatore si è concesso pochi minuti, senza rispondere alle domande che gli venivano rivolte, numerosissime, dai cronisti. “Ho rispetto del lavori della magistratura ma mi riservo di vedere prima gli atti per poter contestare le accuse”, si è limitato ad aggiungere. Quell’unica, perentoria, affermazione “non ho mai avuto contatti con mafia, camorra e ‘ndrangheta” viene tuttavia smentita da un servizio fotografico pubblicato in esclusiva nel prossimo numero de “L’espresso” e che qui anticipiamo. Il servizio documenta una cena elettorale svoltasi nell’aprile 2008 durante la quale il senatore Di Girolamo è ritratto in atteggiamento amichevole insieme al boss Franco Pugliese e questi, a sua volta, con Gerolamo Mokbel (considerato l’ambasciatore delle famiglie mafiose calabresi nel potere politico romano): tutti coinvolti nella maxi inchiesta che vede implicati i vertici di Fastweb e Telecom.
Chi è Gennaro Mokbel, fulcro dell’indagine
Le indagini dell’inchiesta “Broker” sono partite da Gennaro Mokbel, imprenditore romano che avrebbe supportato l’elezione al Senato di Nicola Di Girolamo. Mokbel, secondo le agenzie di stampa, che ricostruiscono quanto detto durante la conferenza stampa, sarebbe l’elemento di congiunzione tra le società di tlc, che fatturavano in modo falso, e gli interessi di esponenti della ‘Ndrangheta. Sarebbero emersi, secondo le agenzie di stampa, contatti di Mokbel con Antonio D’Inzillo. D’Inzillo è ritenuto colui che uccise il boss della Magliana, Enrico De Pedis, l’uomo che, stando alle dichiarazioni dell’ex amante Sabrina Minardi, ha gestito il sequestro di Emanuela Orlandi. Non è un caso se è stato proprio il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta sulla scomparsa della quindicenne, a sottolineare in conferenza stampa il collegamento tra D’Inzillo e Mokbel. Quasi venti anni fa - riportano le cronache dell’epoca - quando fu bloccato dall’Ucigos, D’Inzillo si trovava a casa di Mokbel, che per questo fu denunciato. Anche la moglie di Mokbel, Giorgia Ricci, avrebbe un ruolo apicale nell’organizzazione di riciclaggio. Dalle indagine sarebbe emerso - si è appreso durante la conferenza stampa a Piazzale Clodio - «il tentativo funzionale agli interessi del sodalizio, di inserirsi nella vita politica del Paese». Mokbel ci aveva provato dopo aver assunto l’incarico di segretario regionale del Lazio del movimento «Alleanza Federalista». A seguito di contrasti con il resto del gruppo dirigente, Mokbel si faceva promotore di una nuova piattaforma politica denominata «Partito federalista», con sedi in diversi municipi del Comune di Roma. Nelle operazioni di riciclaggio, Mokbel si sarebbe servito di una esperta inglese, già coinvolta in indagini finanziarie nel suo Paese di origine, e di un consulente russo-americano, esponente di un istituto di credito centroasiatico. DAL ILSOLE24ORE