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MESSINA, NOTIZIE DAL MONDO DEGLI ULTIMI: E’ MORTO A 44 ANNI IL CLOCHARD ALEX WEBER

Villafranca - Viveva in una baracca di fortuna nei pressi del torrente santa Caterina insieme ai suoi due cani e la maggior parte della giornata la trascorreva all’ingresso di un supermercato di via Don Luigi Sturzo. Aiutava soprattutto donne e anziani a portare le borse della spesa e collaborava con i dipendenti del supermarket quando arrivavano le pedane di prodotti. Si guadagnava il diritto a sopravvivere così, Alex Weber, 44 anni, un passato di guida turistica, una moglie e un figlio che vivono da qualche parte in Germania. Il clochard arrivato dieci anni fa per caso, è poi rimasto a Villafranca. Se n’è andato in silenzio, qualche giorno fa, sopraffatto da una malattia inesorabile di fronte alla quale ha cercato in tutti i modi di reagire. Con dignità, cercando di non pesare in alcun modo su quanti lo aiutavano. in silenzio. Ora Alex riposa nel cimitero di Villafranca; la sepoltura è stata offerta dal Comune. Orazio Bonfiglio

CONCORSOPOLI ALL’UNIVERSITA’ DI MESSINA: NEL PROCESSO CHE VEDE ANCHE IL RETTORE TOMASELLO IMPUTATO, IL PROF. CATARSINI (TESTIMONE) NON SI PRESENTA. PER LA TERZA VOLTA

Si è svolta nel pomeriggio di ieri al Tribunale l’udienza del processo che vede imputato il rettore dell’Università di Messina, Francesco Tomasello, e altre 24 persone nell’ambito dell’inchiesta sui presunti concorsi truccati all’Ateneo peloritano. Ieri doveva essere sentito come teste dell’accusa il professor Orazio Catarsini, che però si è presentato dicendo che stava male e non poteva deporre. Il collegio lo ha quindi riconvocato per essere sentito nell’udienza del 22 marzo. Catarsini, che già altre due volte non ha deposto presentando un certificato medico, secondo l’accusa è colui che per conto del rettore avrebbe minacciato il professor Giuseppe Cucinotta, membro interno per un concorso di docente associato alla facoltà di Veterinaria dicendo che il rettore voleva che il concorso andasse in bianco se non lo avesse vinto Francesco Macri, figlio di un ex preside. La prossima udienza è stata aggiornata al 15 marzo quando saranno sentiti i testi Angela Venezia, Carmela Di Giovanni, Margherita Calo e il funzionario universitario Aldo Lupo.

MESSINA, LA CONCORSOPOLI ALL’UNIVERSITA’ E I SUOI PARADOSSI: E UMBERTO BONANNO FECE RICORSO… MEDICINA DEL LAVORO, RICORSO DELL’EX PRESIDENTE IN ATTESA DI RINVIO A GIUDIZIO PER L’INCARICO NON RINNOVATO

MESSINA. Era stato assunto grazie ad un concorso, secondo la Procura di Messina, truccato. Ma ha fatto causa al Policlinico Universitario che ingiustamente - a suo dire - non gli ha rinnovato l’incarico scaduto il 31 dicembre del 2008, due anni dopo l’assunzione. Umberto Bonanno alla selezione per l’eventuale conferimento di incarichi di medico della Medicina del lavoro è arrivato terzo. Ma a lavorare alla Medicina del Lavoro non ci andò mai. Mario Barbaro, il direttore della struttura, infatti, chiese solo due posti: uno andò a sua figlia Lucia, l’altro a Peppe Muraca, figlio di Ugo, associato di Fisiologia. Ci pensò allora Giovanni Materia, all’epoca al tempo stesso direttore sanitario e generale, che in sede di interrogatorio ha definito di “egoismo” l’atto di Barbaro a consentirgli di realizzare il suo obiettivo. Pescò infatti nella graduatoria di Medici del lavoro per destinarlo alle “esigenze della direzione sanitaria”. “L’atto di egoismo” di Barbaro consentì a Bonanno, però, di ottenere la proroga dell’incarico più a lungo dei due figli d’arte che lo avevano preceduto in graduatoria. Il contratto dei tre medici, infatti, andò in scadenza a fine 2OO7. Antonino Mira, il commissario straordinario dell’epoca, lo prorogò fino al 31 marzo 2008. Quando arrivò il nuovo commissaiio Giuseppe Pecoraro, gli incarichi di Peppe Muraca e Lucia Barbaro non vennero prorogati. Lo fu, invece, quello di Bonanno. A stabilire i posti da tagliare e quelli da rinnovare ci pensò una commissione presieduta dal delegato del rettore per il Policlinico, Puccio Anastasi. Bonanno per un período rimase alla direzione sanitaria. Quando Pecoraro si accorse che il medico-politico era stato assunto come Medico del lavoro, lo inserì nello staff del Medico competente, a svolgere fino a dicembre del 2008 incombenze che, come ha ripetuto in conversazioni intercettate, “non so fare”. Un incarico che Pecoraro non gli rinnovò più. “Costringendo” così il medico prestato alla politica a rivolgersi ad un legale. (M.S.)

MESSINA, L’OMICIDIO DELL’AVVOCATO NINO FAZIO: LA STORIA DI UN AMORE FINITO IN TRAGEDIA. L’AFFIDAMENTO DEI FIGLI E LA GESTIONE DEI BENI I MOTIVI DI UNA GUERRA QUOTIDIANA. UNA STORIA D’AMORE INIZIATA SUI BANCHI DI SCUOLA…

MESSINA - Due colpi di fucile caricato a pallettoni: uno al volto, un altro alle parti basse. Nino Fazio, non ha avuto scampo. Gabriele, 4 anni, l’ultimo dei tre figli dell’avvocato e di Stefania Signorino, figlia di Giuseppe, il sessantottenne omicida, secondo le prime ricostruzioni, non si è accorto di nulla: seduto in macchina, addormentato, a pochi passi dal luogo del delitto, non si sarebbe svegliato. Nel buio di una piovosa domenica sera di febbraio il nonno, riposto il fucile nell’auto, lo ha riportato a Misterbianco, a casa dove lo aspettavano i fratelli, la mamma e la nonna, Giuseppa Dattola. E si è recato alla caserma dei carabinieri per costituirsi. “Non ne potevo più. Non ho visto altra via per uscire dall’inferno in cui la mia famiglia è precipitata negli ultimi 5 anni“. Ha spiegato così, nell’interrogatorio, il movente del suo gesto, l’ex dipendente comunale in pensione. ll Giudice per le indagini preliminari ha disposto che rimanga in carcere, rigettando la richiesta dei domiciliari. “C’è un pericolo di inquinamento prove”, ha motivato. RICOSTRUZIONE DA CHIARIRE - Per quanto la dinamica dell’omicidio sembri lineare, ci sono aspetti ancora da chiarire. Primo tra tutti: Giuseppe Signorino, in via Placida, luogo del delitto, a due passi dalla Questura di Messina, era da solo o ha agito con l’aiuto o comunque in presenza di altri? E ancora, c’era qualcuno che sapeva delle sue intenzioni e non ha fatto nulla per impedirgelo o lo ha addirittura incoraggiato? L’omicidio di Nino Fazio, se per Giuseppe Signorino segna, secondo la sua rappresentazione, la fine dell’inferno, è l’epilogo di una guerra scoppiata con la fine di un matrimonio che ha dato al mondo tre bimbi. lncomprensioni, rancori, proibizioni e furibonde liti. E soprattutto l’affidamento dei figli e la gestione dei beni: questi i motivi della guerra quotidiana che ha devastato la vita di tutti. Una guerra durata anni; e che la morte del figlio di Vittorio Fazio, docente universitario e facoltoso avvocato, promette di infiammare ancora di più. C’è chi giustifica il gesto del nonno: “Mio genero era prepotente. Arrogante. Violento“, ha detto Signorino ai magistrati. C’è chi la pensa in maniera diversa: “Accuse infamanti della ex moglie col solo intento di sottrargli l’affetto dei suoi figli. Proprio quando Nino, messosi alle spalle l’incubo di un matrimonio fallito, aveva cominciato a ricostruirsi una vita nuova“, ha scritto all’indomani dell’omicidio Cinzia Fresina, il legale di Nino Fazio. L’AMORE SUI BANCHI DI SCUOLA - Nino Fazio e Stefania Signorino si erano conosciuti sui banchi di scuola. Si erano sposati, a settembre del 1993, a 25 anni, quando ancora non avevano completato gli studi universitari. La relazione è contrassegnata subito da contrasti e violenti liti. Nasce il primogenito, poi la figlia. Stefania Signorino si laurea ed inizia a lavorare. L’11 luglio 2003 i coniugi si recano al Tribunale per chiedere la separazione consensuale: “Entrambi rinunciano all’assegno di mantenimento”. ll 21 ottobre 2003 la separazione viene omologata. Nino Fazio si laurea. I due si riconciliano. Stefania rimane incinta nuovamente. Tre mesi, ma i rapporti si guastano di nuovo. Stefania Signorino lascia il marito. ll clima è sempre più teso. All’inizio del 2005 le prime denunce della donna ai carabinieri per le condotte dell’ex marito. Nascono a suo carico dei procedimenti penali. Nel frattempo Stefania presenta istanza di separazione giudiziale: il 22 luglio il giudice Gaetano Amato assegna i tre figli a Stefania e stabilisce il diritto del padre di vederli in alcuni giorni prestabiliti. ll giudice assegna la casa coniugale di proprietà di Fazio alla moglie e obbliga lo stesso a versare un assegno di mantenimento per i tre figli di mille e duecento euro al mese. La separazione giudiziale arroventa i rapporti. ll 7 giugno 2006, il giudice per l’udienza preliminare Antonino Genovese lo rinvia a giudizio per tutta una serie di ipotesi di reato. Nino Fazio inizia una relazione con un’altra donna, anch’ella separata, e madre di due bambini. Entra in vigore la nuova legge che prevede l’affidamento condiviso. Nino lo chiede. ll giudice Giuseppe Lombardo, il 7 dicembre 2006, glielo concede con l’obbiettivo di “contribuire al clima di serenità di cui i figli siano i primi a trarre beneficio”. Un obiettivo miseramente fallito. Stefania, che nel frattempo aveva presentato altre denuncie che mettevano in evidenza comportamenti disinvolti del padre nei confronti dei figli, contesta la decisione perchè a suo dire, in contrasto con le decisioni assunte in sede penale. Parte un esposto nei confronti del giudice Giuseppe Lombardo, che, secondo la Signorino, aveva svolto tirocinio nello studio legale di Vittorio Fazio,e quindi avrebbe avuto I’obbligo di astenersi. LA TRAGEDIA ANNUNCIATA - A maggio del 2007, Stefania Signorino presenta ulteriori denuncie nei confronti dell’ex marito. A luglio, ottenendo l’incarico di insegnamento a Catania, chiede al giudice di essere autorizzata a trasferire la residenza dei figli nella nuova casa anche per sottrarsi alle condotte del marito, che ritiene di vero e proprio stalking. ll padre dei suoi figli si oppone. ll giudice Elio Villari investe i Servizi sociali del caso. I due figli vengono così coinvolti nella guerra giudiziaria: le loro testimonianze ritenute importanti sia in sede civile che penale. lniziano le audizioni. Sergio Chimenz, incaricato dal giudice civile, in una perizia arriva alla conclusione che le gravi accuse che i due figli fanno nei confronti del padre sono frutto di un’opera manipolatrice della madre. ll 2 ottobre 2008, il giudice Rita Russo, a cui era arrivata la pratica, sospende la potestà di entrambi i genitori e dispone che vengano affidati per otto mesi al sindaco del comune di Messina dando nel contempo ordine che vengano prelevati dalla casa in cui si trovavano. L’assistente sociale Sara Tornesi, per eseguire l’ordinanza si reca carabinieri e vigili del Fuoco al seguito fino a Misterbianco. I bambini si barricano nel bagno: “Non vogliamo uscire da qui. Vogliamo restare con nostra madre”, si legge nella relazione dell’assistente. L’operazione di prelevamento non riesce. I bambini rimangono a Misterbianco. Da allora, il nonno accompagnava il più piccolo a Messina per incontrare il padre. Fino al tragico epilogo. MICHELE SCHINELLA - centonove del 19-02-2010

L’OMICIDIO DI SAN VALENTINO “OSCURATO” DA RAI TRE
Non andrà in onda, stasera, il servizio di Chi l’ha visto sulla morte dell’avvocato Nino Fazio, ucciso dall’ex suocero lo scorso 14 febbraio.

Non sarà trasmesso il servizio realizzato dalla troupe di Chi l’ha visto sulla vicenda che ha scosso la città, lo scorso 14 febbraio, quando il sessantaduenne Giuseppe Signorino ha ucciso a fucilate l’ex genero, l’avvocato Nino Fazio, in rotta con la ex moglie per l’affidamento dei tre figli. La seguita trasmissione di Rai Tre, condotta da Federica Sciarelli, ha deciso di non mandare in onda l’inchiesta realizzata dall’inviata in riva allo Stretto, qualche giorno fa. Intanto Signorino, reo confesso, resta in carcere, a Catania, in attesa dell’udienza davanti al Tribunale della Libertà. Venerdì scorso, invece, a Barcellona sono stati celebrati i funerali di Fazio. Il Duomo era gremito di parenti ed amici del legale messinese, assenti soltanto i tre figli.

L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: MISSILI PATRIOT IN POLONIA PER LE GUERRE STELLARI DELL’ERA OBAMA, NOBEL PER LA PACE

A partire dalla prima settimana di aprile il Pentagono installerà nel nord della Polonia una batteria missilistica terra-aria Patriot, attualmente in dotazione al personale dell’US Army di stanza nella base tedesca di Kaiserslautern. Si tratterebbe in particolare di otto lanciatori per missili MIM-104 e della relativa stazione di comando e controllo gestita da un centinaio di uomini del 5° Battaglione del 7° Artiglieria difesa aerea dell’US Army. Secondo quanto riportato dalla stampa polacca, l’installazione dei Patriot avverrà nella città di Morag, a 60 km dal confine orientale con l’enclave russa nel Baltico di Kaliningrad. La volontà di Washington d’installare i Patriot nel paese dell’est Europa fu resa pubblica nell’agosto del 2008, quando scoppiò il conflitto armato tra Georgia e Russia. Allora, però, il Sottosegretario di stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, John C. Rood, aveva dichiarato che il trasferimento del sistema missilistico sarebbe avvenuto solo nel 2012. L’autorizzazione per lo schieramento dei Patriot fu successivamente rilasciata dalle autorità polacche l’11 dicembre 2009, in occasione della firma di un trattato di mutua cooperazione militare con gli Stati Uniti d’America. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato, il trattato ha pure definito “lo status giuridico del personale USA operante in Polonia†e la “realizzazione di una serie di attività addestrative congiunteâ€, facilitando altresì “l’invio in Polonia di personale militare statunitense e l’installazione, in prospettiva, del sistema di difesa dai missili balisticiâ€. I Patriot, infatti, costituiscono uno degli elementi cardine della nuova “architettura†anti-missile disegnata dell’amministrazione Obama. Dopo il congelamento per motivi di bilancio del cosiddetto “scudo stellare†di Gorge Bush che prevedeva l’installazione di radar e intercettori anti-missile nella Repubblica Ceca e Polonia, il Dipartimento della difesa ha preferito ripiegare su un modello “più snello†ma “assai più flessibileâ€, con “costi inferiori e facilmente integrabile con i sistemi oggi esistenti nei paesi alleati, composto da missili anti-missile a corto e medio raggio supportati da piattaforme radar rapidamente trasportabiliâ€. L’implementazione del Piano spaziale Obama avverrà in due fasi: nella prima (l’odierna), si utilizzerà la rete esistente fondata sui missili Patriot; poi, a partire del 2015, entreranno in funzione gli intercettori superficie-aria “Standard Missile SM-3â€, con testata cinetica ad autoguida, una gittata di 500 km e una velocità di 9.600 Km/h, che “assicureranno la difesa di aree maggiori dai missili balistici a medio e lungo raggioâ€. E una batteria dei nuovi SM-3 sarà installata proprio in territorio polacco. In vista di una proiezione ancora più offensiva ad est del dispositivo militare USA e NATO, a Washington è pure in discussione la possibilità di trasferire permanentemente in Polonia uno o più gruppi di volo con cacciabombardieri a capacità nucleare F-16, attualmente ospitati nella base aerea di Aviano (Pordenone). L’ipotesi è stata lanciata ufficialmente lo scorso anno dal colonnello Chris Sage (membro dello staff esecutivo del Comando centrale dell’US Air Force) ed è fortemente caldeggiata dalle autorità governative polacche. Per il trasferimento degli F-16 è stata però stimata una spesa per oltre un miliardo di dollari, cifra improponibile con l’odierna congiuntura economica, a meno che il progetto USA non venga assunto collegialmente dai membri dell’Alleanza Atlantica. Intanto, grazie ad un protocollo sottoscritto nel febbraio 2009, le massime autorità militari polacche sono state autorizzate a partecipare operativamente alle strutture di comando USA in ambito alleato, in partnership con Gran Bretagna, Canada, Australia e Giordania. L’accordo ha pure previsto l’addestramento da parte statunitense delle forze aeree polacche per lo svolgimento di operazioni di trasporto truppe e mezzi NATO e il sostegno al programma che prevede di portare entro il 2012 da 1.500 a 3.500 i militari polacchi assegnati alle “operazioni speciali†delle forze alleate. Il miglioramento delle capacità interoperative delle forze armate della Polonia è stato inoltre assicurato dalla cessione da parte dell’US Air Force di sette velivoli C-130 “Herculesâ€, in grado di trasportare sino a 17 tonnellate di equipaggiamenti o 90 militari alla volta. I C-130 sono oggi ospitati nella base aerea di Powidz, nel distretto di Slupca. In occasione del vertice NATO di Strasburgo della primavera 2009, la Polonia si è offerta inoltre ad ospitare un Battaglione alleato d’intelligence per “rafforzare le capacità di riconoscimento aereoâ€, congiuntamente ad una flotta di velivoli per il rifornimento in volo dei caccia NATO. Attualmente l’Alleanza atlantica sta finanziando la ristrutturazione e il potenziamento di sette basi aeree e delle due maggiori stazioni navali polacche nel mar Baltico, quelle di Gdynia e Swinoujscie. A Bydgoszcz (Pomerania) è inoltre operativo dall’aprile 2005 uno dei due principali centri di addestramento in Europa dei reparti entrati a far parte della Forza di reazione rapida della NATO (l’altro è quello di Stavanger, in Norvegia). Come era prevedibile, l’arrivo dei missili Patriot e di nuovi reparti USA in Polonia (a cui si è aggiunto pure il finanziamento di nuove infrastrutture militari in Bulgaria e Romania per un valore di 100 milioni di dollari che ospiteranno sino a 4.100 militari statunitensi), ha provocato le ire del governo russo. Mosca ha già annunciato le prime contromosse: verranno rafforzate subito le componenti navali di stanza nelle basi aeronavali di Kaliningrad e Kronstadt, mentre sempre a Kaliningrad verrà trasferita a breve una batteria di missili tattici “Iskander†(SS-26). E il Baltico torna ad essere uno dei mari più militarizzati e nuclearizzati del pianeta. ANTONIO MAZZEO

BARCELLONA P.G. (O P.C.I….), LA CONTESA: L’EREDITA’ DELL’ARCHIVIO DELLO SCIENZIATO PINO BALOTTA. La casa al Pci, i libri all’Università. Due volontà calpestate aprono il dibattito sullo scienziato poeta nel centenario della nascita

BARCELLONA. LʼUniversità di Messina aveva deciso di affidarlo alle cure della Corda Frates, associazione culturale di Barcellona Pozzo di Gotto. Che però, dopo averlo prelevato, ha annunciato di restituirlo. Il tesoriere dei Democratici di Sinistra, partito erede del Pci, Ugo Sposetti, a usarlo ha invece autorizzzato Nino Costa, dirigente dei Ds e presidente del Comitato “Pro Pino Balottaâ€. Antonio Bertuccelli, segretario provinciale del Pdci, ha denunciato che già alcune parti sono state prelevate e usate. Lʼarchivio di Pino Balotta, scienziato politico e artista di Barcellona Pozzo di Gotto, morto a 79 anni il 26 luglio del 1987, abbandonato nellʼedificio di via Operai, dove Balotta è vissutto, se lo contendono la massima istituzione culturale di Messina e uno dei partiti italiani più importanti. Ma nè la prima nè il secondo, da quando Pino Balotta è morto, hanno fatto nulla per recuperarlo e valorizzarlo. Lo stato in cui versa lo ha descritto Giuseppe Soraci, il presidente della Corda Frates, con una nota di ottobre del 2009 nella quale annunciava la rinuncia “allʼinventario, restauro, conservazione e custodia del materiale dellʼarchivio con lʼimpegno a renderlo fruibile al pubblicoâ€, che pure lʼUniversità aveva acconsentito: «Nella case di Via Operai siamo dovuti entrare con tanto di mascherine e guanti. Abbiamo trovato uno sciame di carte sporche per terra, destinate inesorabilmente a marcire del tutto. Una scena impressionante e desolante». Il rettore il 18 ottobre del 2009 ha annunciato pubblicamente: «LʼUniversità provvederà a proprie spese a quanto necessario alla pulitura alla conservazione e valorizzazione dellʼarchivio». Ma a Barcellona, di persone incaricate di svolgere questo lavoro da parte dellʼateneo, non se ne sono ancora viste. La contesa sulla titolarità dei diritti sullʼarchivio, scoppiata in occasione del centenario, nasce da due atti di disposizione compiuti durante la vita dallo scienziato barcellonese. Il 12 maggio del 1965 Pino Balotta donò al Partito comunista italiano, di cui è stato per tre legislature deputato, la casa di via Operai. Era una donazione, come emerge dallo scambio epistolare tra Pino Balotta e Luigi Longo, allʼepoca segretario nazionale del Pci. Ma fu rivestita dal notaio dalla forma di una compravendita. Pino Balotta e la compagna di vita Antonina Pignataro, proprietaria dellʼimmobile, hanno formalmente venduto al Pci, rappresentato da Girolamo Li Causi, storico segretario regionale del Partito di Palmiro Togliatti, la casa per 9 milioni di vecchie lire. La compravendita prevedeva anche che al Pci fosse trasferita “la bibliotecaâ€. Sulla casa e sulla biblioteca fu comunque previsto un diritto di usufrutto vita natural durante per il poeta, la cui unica figlia era morta. Qualche mese prima che morisse, Balotta, in delle disposizioni testamentarie, nominò lʼAteneo di cui era stato docente “erede universale a cui trasferisco tutti i miei beni e dirittiâ€. Antonino Catalfamo, presidente del Centro studi “Pino Balotta†non ha dubbi: «La volontà complessiva è chiara: i libri della biblioteca esistenti alla data della compravendita del 12 maggio 1965 sono del Pci. Di tutti gli altri libri e del prezioso archivio fatto di documenti e del carteggio, invece, si sarebbe dovuta occupare lʼUniversità di Messina, che peraltro ha le competenze per giuste per assolvere al meglio questo compito». Un compito a cui però lʼAteneo sfugge da anni, nonostante non siano mancati gli appelli: «Ad agosto del 2005 abbiamo inviato al rettore una missiva con raccomandata andata e ritorno con cui si chiedeva un intervento perchè lʼarchivio non andasse distrutto. Non abbiamo ottenuto alcuna risposta». Qualche mese dopo, un analogo appello in forma pubblica lo facemmo unitamente al circolo Arci “Città Futuraâ€. Ma non produsse effetti», ricorda Catalfamo. Il rettore, della noncuranza ventennale e degli appelli rivolti alla sua persona, si è dimenticato. Il 12 ottobre, nel corso del consiglio dʼamministrazione dellʼAteneo, dopo aver invitato la Corda Frates ha recedere dalla decisione di restituire i documenti dellʼarchivio prelevato e aver promesso che in caso contrario sarebbe stata lʼUniversità ad occuparsi dellʼarchivio, ha affermato: «Il rettore rileva che lʼattuale governo di Ateneo ha il merito di aver adottato provvedimenti concreti, venti anni dopo il lascito, al fine di sottrarre il materiale documentabile al degrado e renderlo fruibile per gli studiosi. Questo appare un segno concreto di valorizzazione della memoria del valoroso docente dellʼAteneo di Messina». La decisione di rinuncia dellʼassociazione Corda Frates è seguita alle reazioni violente suscitate dalla decisione dagli organi dellʼateneo nellʼestate del 2009. Antonio Bertucelli, segretario provinciale del Pdci, si è inalberato: «LʼUniversità non può affidare a privati beni così importanti». Lʼastrofisica Margherita Hack, lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, lo storico Giuseppe Carlo Marino, il latinista Mario Geymonat hanno sottoscritto un appello per chiedere il rispetto delle volontà di Pino Balotta e la revoca della decisione dellʼUniversità. Ma è stata la Corda frates a fare un passo indietro. «Riporemo il materiale già prelevato là dove lʼabbiamo preso», ha annunciato Giuseppe Soraci. MICHELE SCHINELLA - Centonove del 18-02-2010