TARANTO - Si è suicidato a Maruggio, vicino a Taranto, Pietrino Vanacore, il portiere della vicenda del delitto di Simonetta Cesaroni. Vanacore, intorno alle 13, è stato trovato morto in mare: si è suicidato legandosi una fune al collo assicurando l’altra estremità ad un albero o ad un gard-rail. Poi si è lanciato nel vuoto in località Torre Ovo, vicino Marina di Maruggio, ad una quarantina di chilometri da Taranto. Da anni si era ritirato a Monacisso, una frazione di Manduria. Vanacore avrebbe lasciato due biglietti con la stessa scritta, uno sul tergicristallo della sua auto e uno all’interno della vettura: “Venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Sul posto il sostituto procuratore della Repubblica Maurizio Carbone e il medico legale. Sulla vicenda indagano i carabinieri della compagnia di Manduria. L’ex portiere ha lasciato alcuni biglietti di addio nella sua auto parcheggiata a poca distanza dal luogo del suo suicidio. Vanacore fu arrestato il 3 agosto del ‘90, con l’accusa di omicidio tre giorni dopo il delitto. Il 16 giugno ‘93 fu prosciolto dal gip Cappiello perché “il fatto non sussiste”. La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Dopo l’uscita di scena decise di lasciare Roma. Il 12 marzo avrebbe dovuto deporre alla prossima udienza del processo per l’omicidio della ragazza in cui compare come unico indagato l’ex fidanzato Raniero Busco. Vanacore nel corso della sua deposizione avrebbe potuto rifiutarsi di rispondere alle domande dei giudici e sarebbe stato assistito da un legale in quanto già indagato in un procedimento connesso. “Non so come interpretare questo fatto. L’ho saputo 20 minuti dopo che era successo”, ha detto l’avvocato Paolo Loria, legale di Raniero Busco. “La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l’è sentita di testimoniare - ha aggiunto il penalista - Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l’autore dell’omicidio, ma perché sapeva. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l’è sentita, insomma, di affrontare i giudici, gli avvocati e la testimonianza in aula”. di Mario Diliberto e Giovanni Gagliardi - repubblica.it





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