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IL RITRATTO DEL GOVERNATORE RAFFAELE LOMBARDO: Moralizzatore e procacciatore di poltrone. Un “califfo” nella palude siciliana. Anche il neo-boss Liga bussò da lui

L’ultima volta che ha parlato in pubblico è stato un po’ più borioso e insolente del solito persino con i suoi amici di sempre. Ha detto l’altro giorno: “Siamo al crepuscolo del berlusconismo”. E ha annunciato l’altro giorno: “Dopo le elezioni regionali noi ripartiremo con il Partito del Sud”. Dopo le elezioni regionali ripartirà da dove era partito anche l’altro governatore della Sicilia: da un sospetto di mafiosità. E’ il destino che tocca a tutti i potenti dell’isola, i troppo potenti e prepotenti. Dopo Totò Cuffaro anche Raffaele Lombardo entra nel labirinto del “concorso esterno”, telefonate ambigue, relazioni pericolose, amicizie fatali. Proprio lui che si vantava di non volere stringere la mano a nessuno, che non era come quel Totò vasa vasa che si mischiava con tutti a battesimi e matrimoni e prime comunioni in ogni paese e in ogni borgata della città. Proprio lui che ci teneva alla fama di gelido, uno che non dava confidenza a nessuno tanto da sembrare un robot pieno di manie e di fobie. Era la sua forza in una Sicilia che cambia ma che non cambia mai. E si sentiva forte Raffaele Lombardo, fortissimo, l’incontrastato signore dell’isola. E anche tanto protetto nella sua Catania, ridotta a un feudo dove controllava pure l’aria che si respira, un califfo. E però, proprio da Catania, è arrivato il colpo mortale: le accuse d’intrattenere rapporti con gli eredi dei Santapaola, i peggiori mafiosi mai visti nella Sicilia che sta a oriente. Moralizzatore (a parole) a Palermo e invasore di ogni palazzo di potere a Catania, tagliatore di teste nelle province che furono regno dell’ormai odiatissimo Cuffaro e procacciatore di poltrone dall’altra parte dell’isola, dichiarazioni di guerra ai baroni della Sanità ad Agrigento e dichiarazioni di pace con quelli di Caltagirone e Piazza Armerina, un dottor Jeckill e un mister Hide ecco che cosa è stato il governatore Raffaele Lombardo in questi quasi due anni al comando di una Regione che è sempre un Eldorado. Mese dopo mese ha dedicato tutto se stesso per cancellare le influenze del “cattivo” Cuffaro (un vecchio amico che non ha esitato a tradire alla prima occasione) e a presentarsi sulla scena politica come l’innovatore, il “moderno”, l’incorruttibile, l’efficiente, il duro che non scende a patti con nessuno. Ha riempito la sua giunta di magistrati, ha chiamato accanto a sé imprenditori di nome, si è circondato di facce pulite per continuare a fare quello che aveva fatto - ma senza mai nascondersi - il suo predecessore. Quell’altro fermo sempre alle Madonne e all’antico amore democristiano, lui - Raffaele - sempre più “leghista”. Del Sud. Sempre più infervorato con l’autonomismo, sempre a chiedere “zone franche” per la Sicilia, sempre a parlare di federalismo e sempre a marciare per protesta contro il Ponte che non si fa più. Intanto ha raccattato tutti i “cuffariani” che poteva raccattare. A Gianfranco Micciché qualche giorno fa ha dato un ultimatum: “Ti devi decidere: o stai con il Pdl o con noi del Partito del Sud”. A quelli del Pd ha lanciato l’amo: “Non escludo possibili accordi futuri di governo con voi”. Abile prestigiatore, un vero giocoliere. Alle regionali sarde si era alleato con la destra di Francesco Storace, alle Europee dell’anno scorso si diceva in sintonia perfetta con Vendola e Bassolino e Loiero “per difendere tutti insieme gli interessi del Mezzogiorno”. Destra, sinistra, ex fascisti, ex e post comunisti: sta con tutti e con nessuno. E’ uno che è stato solo e sempre con se stesso Raffaele Lombardo. Il suo nome alcuni mesi fa affiorò in una “breve” di cronaca sulle pagine interne dei quotidiani locali: “Archiviata dalla procura di Catania un’indagine di mafia che ha sfiorato il governatore”. Sette righe per raccontare il fatto. “A me avete dedicato intere collezioni di giornali per molto meno”, si lamentò Totò Cuffaro. Archiviata e a quanto pare riaperta quell’indagine di mafia che sembrava sepolta per sempre. Il suo nome qualche giorno fa è circolato anche per quell’architetto che chiedeva udienza da lui, quel Giuseppe Liga arrestato come mafioso, uno che andava in giro per Palermo a cercare “angeli da fare”, picciotti da combinare, da far diventare mafiosi. Chissà che cosa si saranno mai detti il governatore e l’architetto? Chissà se il governatore si sarà mai accorto di certi personaggi che ogni mattina arrivano nelle alte stanze della sua Regione per trattare e trafficare, barattare e appaltare. Uomini senza passato e uomini con una “storia”. Come quel Tonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano arrestato per mafia (assolto) e traffico di stupefacenti (condannato) che fino a un paio di anni fa era in contatto epistolare con Matteo Messina Denaro, il latitante di Cosa Nostra più ricercato del momento. Si scrivevano lungissime lettere: Vaccarino si firmava “Svetonio” e Matteo Messina Denaro si firmava “Alessio”. L’ex sindaco, che ha sempre avuto buoni amici anche nel servizio segreto civile, dicono che sia diventato un abituale frequentatore anche della Presidenza della Regione Sicilia. Chi saranno mai lì dentro i suoi amici? di ATTILIO BOLZONI - Repubblica.it

LA CLAMOROSA INCHIESTA SU BERTOLASO & C: L’AFFARE EMERGENZE E LA FABBRICA DEGLI STIPENDI D’ORO. LE CONSULENZE RECORD E I 9 MILIONI PER GETTONI E ASSEGNI. I FIGLI DEI POTENTI ASSUNTI SENZA CONCORSO E LA PARENTOPOLI DI GUIDO BERTOLASO

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FOTO: ENRICO DI GIACOMO

Bertolaso&c, l’affare emergenze: ecco la fabbrica degli stipendi d’oro
Corsie preferenziali per terremoti, ma anche convegni, gare sportive e visite del Papa. Il giro delle ordinanze facili. Pochi invece i fondi investiti per la prevenzione

ROMA - Ci sono eventi e eventi, nell’Italia dell’emergenza continua e delle ordinanze a pioggia. Alcuni calamitosi. Altri che non lo sono per niente. Ma che, per la Protezione civile, erano e sono da ritenersi “grandi eventi”. Gare ciclistiche, regate, mondiali di nuoto, beatificazioni, visite pastorali, convegni eucaristici, vertici politici e militari, pellegrinaggi. Per legittimarli, e per assegnare un compenso “aggiuntivo” ai “soggetti attuatori”, ai commissari delegati e a quelli straordinari che li gestiscono - quasi sempre Guido Bertolaso - a palazzo Chigi è sempre pronta una disposizione urgente. Che in molti casi stabilisce un gettone: dal 3,75% al 50% del “trattamento economico complessivo in godimento”. Sono 628 le ordinanze straordinarie dal 2001 a oggi. Un diluvio di procedure “ad hoc” che hanno permesso al dipartimento di Protezione civile della Presidenza del consiglio di bruciare, in nove anni, oltre 10 miliardi di euro. Più di un miliardo all’anno. Settanta milioni al mese. Quasi 3 milioni al giorno. Un sistema che ha ingrossato i conti delle centinaia di ditte appaltate a trattativa privata. O con gare-lampo sottratte alle regole di assegnazione e controllo della Corte dei Conti. O - vedi Abruzzo - “sulla base di criteri di scelta di carattere fiduciario”. L’Italia che emerge dalle ordinanze di Protezione civile è un paese a rischio ininterrotto. Pronto a sprecare. Calamità naturali, certo. Terremoti, alluvioni, smottamenti. Mettiamoci pure il traffico di una mezza dozzina di città, i rifiuti sotto il Vesuvio, le gondole e i vaporetti che assediano Venezia e “l’eccezionale afflusso turistico” nelle isole Eolie. Ma in un fritto misto di sacralità, agonismo e alta diplomazia istituzionale, a Bertolaso&co sono state affidate anche: le visite pastorali del Papa (800 mila euro stanziati nel 2008 per gli spostamenti di Benedetto XVI, ogni volta che il pontefice supera le sponde del Tevere il governo concede la dichiarazione di “grande evento”); i mondiali di ciclismo di Varese (71 milioni) e quelli di nuoto di Roma (60 milioni); i congressi eucaristici di Bari (2005, 3 milioni) e Ancona (2011, 200 mila euro per ora); le Olimpiadi di Torino e i vertici internazionali come il Nato-Russia del 2002 a Pratica di Mare (5 milioni solo di telecomunicazioni). E ancora: il semestre italiano di presidenza europea, la firma della Carta di Roma, il doppio G8 Maddalena-L’Aquila - quello della “cricca” costato 500 milioni - , la Louis Vuitton trophy. E, trattata come “un evento calamitoso di natura terroristica”, l’influenza suina: 24 milioni di vaccini acquistati dalla casa farmaceutica Novartis; ne è stato usato uno solo, gli altri 23 sono andati in malora. In tutto una quarantina di eventi. Almeno tre - secondo le procure di Roma, Firenze e Perugia - hanno prodotto la “gelatina” della corruzione, il reato di cui è ac-cusato il capo della Protezione civile. Il dipartimento al tempo di super Guido è una macchina del potere. La più veloce, ricca e meno controllata dello Stato. Un pozzo di San Patrizio che in meno di un decennio - da quando nel 2001 Berlusconi ne ha fatto un dipartimento della presidenza del consiglio - si è trasformato in un grande ente appaltatore. In spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni. Tutte per chiamata diretta, senza concorso (l’ultima infornata ne ha prodotte 200). Gli stipendi, poi. Dal capo ai funzionari, ce ne sono molti che lievitano grazie alle indennità: non solo per le emergenze e le missioni, anche per i grandi eventi. È qui il nocciolo del potere della Protezione civile. Decreto varato da Berlusconi il 7 settembre 2001, articolo 5 bis comma 5. La “carta” estende il potere di ordinanza “alla dichiarazione di grandi eventi (…) diversi da quelli per i quali si rende necessaria la delibera dello stato di emergenza”. Tradotto: una frana è come il G8, il terrorismo in Iraq come il ciclismo in Insubria. La canonizzazione di Padre Pio e Josè Maria Escrivà come i tuffi al Foro Italico e la preregata dell’America’s cup. Risultato: centinaia di milioni che fanno felici gli amministratori locali. E non solo. “È un’anomalia istituzionale - tuona il senatore del Pd Mario Gasbarri - . Le ordinanze le propone Bertolaso, Berlusconi le firma e le emana. In ogni ordinanza si nomina Bertolaso commissario. E in queste ordinanze lui riceve un compenso aggiuntivo. Bertolaso, insomma, decide quanti soldi deve prendere Bertolaso”. Il capo della Protezione civile guadagna 236 mila euro (lordi). Più di ogni altro capo dipartimento. La sua retribuzione va in deroga alle leggi vigenti (pubblico impiego e contratto nazionale di lavoro del personale dirigente). Nel 2008 ha dichiarato un reddito imponibile di 1 milione e 13mila euro (quarto più ricco nel governo), a fronte di uno stipendio di molto inferiore. “Emolumenti episodici relativi ad attività svolte negli anni precedenti”, ha spiegato in una nota la Protezione civile. Già. Ma qual è il compenso “aggiuntivo” di cui - documenti alla mano - Bertolaso pare aver beneficiato in questi anni? Per quanto Repubblica ha potuto sin qui verificare, ci sono una serie di ordinanze, almeno 12, emanate dalla Presidenza del consiglio tra aprile 2002 e giugno 2009, nelle quali è indicato un compenso extra per il commissario degli eventi. Che risponde quasi sempre al nome di Bertolaso. Lo “scalino” standard ammonta al 3,75%. Da calcolarsi sul “trattamento economico complessivo in godimento”. Esempi. Il G8, il 50° anniversario della firma dei trattati di Roma, il congresso eucaristico di Ancona (in programma l’anno prossimo e già affidato al sottosegretario B.). In altri casi, come per il pellegrinaggio a Loreto del 2007, palazzo Chigi elargisce ai soggetti attuatori un’indennità pari al 50% del “trattamento economico”. “Vorremmo capire se il compenso per Bertolaso è cumulativo o se lo è stato - ragiona Antonio Crispi, funzione pubblica Cgil - , lo chiederemo al segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri”. È un ginepraio il sistema di ordinanze di Protezione civile. Spesso, a un certo punto, la traccia che indirizza ai cachet si perde. Ecco alcune procedure urgenti. Emergenza terrorismo internazionale (2003, ancora in vigore, “retribuzione da determinarsi con successivo provvedimento del ministro dell’Interno); le frane di Cosenza (dal 2005 al 2010, compenso che Repubblica ha potuto stimare in circa 32 mila euro per il solo 2009 a favore del commissario straordinario); anniversario della firma dei trattati di Roma (2006, 3,75%); G8 (2007, 3,75%); congresso eucaristico di Ancona (2008, 3,75%). “Più ordinanze propone e più Bertolaso guadagna?”, attacca Gasbarri. Che con le ordinanze si sia fatto prendere un po’ la mano, del resto, lo ha ammesso lo stesso sottosegretario. “Forse il ricorso ai poteri di emergenza è stato un po’ eccessivo” ha detto a Panorama il 25 febbraio scorso. “Purtroppo, da servitore dello Stato, ogni volta che mi hanno sottoposto un problema, io sono intervenuto. Mi sembrava il modo migliore per fare andare avanti il paese”. 800 dipendenti, una rete di 1milione e 300mila volontari, ultimo bilancio 2 miliardi e 72 milioni di cui 1,2 miliardi destinati ai mutui accesi per i lavori di ricostruzione e solo 31 milioni all’attività di “previsione e prevenzione” (la ragione sociale della Protezione civile). Uno “Stato nello Stato”, lo definisce Manuele Bonaccorsi in “Potere assoluto”. Con i piedi ben piantati nei grandi eventi. Meno sulla salvaguardia dell’ambiente. “Se non tuteli il territorio non tuteli la vita umana, di cui sei diretto responsabile - dice ancora Antonio Crispi - . Bisogna togliere alla Protezione civile i grandi eventi, cambiare il sistema”. Quello che munge milioni allo Stato anche per un pellegrinaggio o una gara di ciclismo. “Emergenze” che per molti funzionari valgono il 30% in più dello stipendio. E altri cotillon. Lo dice chiaro l’ordinanza per i campionati di ciclismo di Varese: “Ai componenti della struttura commissariale”, oltre all’indennità di missione, “spettano 100 ore mensili di straordinario forfaittario”. di PAOLO BERIZZI - Repubblica.it

Bertolaso, consulenze record: 9 milioni per gettoni e assegni
ROMA - Di beffe i terremotati dell’Aquila ne hanno subite abbastanza. Comprese le risate sciacalle della “cricca”. Ce n’è una, però, che non conoscono ancora. Va iscritta in quel generoso consulentificio che è la Protezione civile al tempo di Guido Bertolaso. È il 15 aprile 2009. Ad appena nove giorni dal sisma che ha violentato l’Abruzzo provocando la morte di 308 aquilani, ferendone altri 1.600 e lesionando centinaia di edifici, l’ennesimo contributo, 300 mila euro, finisce - con la solita ordinanza ad hoc - nelle casse di una fondazione. Che ha come scopo la prevenzione del rischio sismico. Già materializzatosi 216 ore prima. La fondazione si chiama Eucentre e fa parte della short list (commesse, consulenze, convenzioni) del dipartimento di Protezione civile. Fondata nel 2003, tra gli altri, dalla stessa Protezione, Eucentre è il professor Gian Michele Calvi. Che è pure direttore - con il Consorzio For Case di cui è presidente - del progetto C. A. S. E.. La ricostruzione all’Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti con appalti per 800 milioni. Calvi insegna meccanica strutturale all’ateneo di Pavia, la sua città. Lo considerano un braccio destro di Bertolaso. Dopo l’estate del 2008 il sottosegretario lo spedisce alla Maddalena come “soggetto attuatore” del G8 al posto dello spendaccione Fabio De Santis (ora in carcere), “allontanato” perché stava appaltando a 600 milioni opere che dovevano costarne 300. Peccato che l’ingegner Calvi, figlio d’arte, studio da 30 dipendenti, famiglia vicina all’Opus Dei, un fratello, Gian Luca, che l’anno scorso rileva per 300mila euro la Tecno Hospital di Gianpaolo Tarantini, all’Aquila abbia splafonato e non di poco proprio nella costruzione delle new town. In 11 mesi, dall’aprile del 2009, con la sua task force di 119 tecnici è riuscito a far lievitare i costi del 40%: dai 570 milioni preventivati a 800. Non male per un’emergenza costata finora la cifra record di 1 miliardo e 431 milioni. “Alla fine sarà il terremoto più caro di sempre”, dice Teresa Crespellani, già docente di ingegneria geotecnica sismica all’ateneo di Firenze. Dal pozzo di via Ulpiano, a favore di Eucentre, sono usciti 700 mila euro solo per la valutazione di agibilità delle case. Un compito che nell’era pre-Bertolaso era appannaggio dei tecnici del dipartimento. Con un bel risparmio. All’Aquila tra gli edifici dichiarati inagibili c’è la vecchia sede dell’Anas. Danni modesti, nemmeno puntellata ma si è deciso, d’urgenza, di tirarne su una nuova. Costo: 14,5 milioni di euro (cordata Maltauro di Vicenza, consegna 27 aprile prossimo). A distanza di un anno nessuna costruzione: solo un cratere. “Prima si valorizzavano le risorse interne, oggi è un continuo e oneroso ricorso a soggetti esterni”, ragiona Roberto De Marco, fino al 2002 direttore del defunto servizio sismico nazionale. In effetti in Protezione civile, quando si parla di consulenze, i cordoni della borsa si aprono senza problemi. Nel 2007 ne sono state assegnate per 2 milioni e 436 mila euro, record di spesa con 80 consulenti. I collaboratori. Bertolaso i suoi se li tiene stretti. A Giovanni Bastianini, “consulente per informazione, immagine e divulgazione della cultura di protezione civile”, vanno 104mila euro. La cura delle “attività di comunicazione visiva” è affidata a Maurizio Silvestri, e costa 74 mila euro. Prende 6 mila euro in più l’avvocato di Stato Ettore Figliolia, un tempo consigliere giuridico, oggi superconsulente. E’ lui, già capo gabinetto di Rutelli vicepremier, la “mente” creativa delle ordinanze di Protezione civile. Quanto ci costano i nostri protettori civili e i loro “aggiunti”? Nel bilancio 2009 (2 miliardi e 72milioni) figura la voce “emolumenti accessori al personale interno e distaccato, per gettoni di presenza, stipendi e assegni per il personale assunto con contratti “privati”". In tutto fanno oltre 9 milioni. Normale per un dipartimento che ha quadruplicato le dimensioni della sua struttura (una tendenza inversa ai drastici tagli di tutto l’apparato pubblico centrale). Con un ufficio stampa-comunicazione formato da un esercito di 28 persone (con Franco Barberi erano 8). Persino poca roba se paragonata alle commesse e agli incarichi extra. Tra i “partner” più fedeli c’è Finmeccanica. Specializzata nel settore militare ma alla quale è affidata l’infrastruttura informatica (appalto secretato). Sono targati Selex (società di Finmeccanica) anche i 20 nuovi meteo-radar acquistati nel 2007 per 20 milioni (2,8 milioni a pezzo). Restiamo nei cieli. La flotta delle emergenze, e dei grandi eventi, è tanto fornita quanto costosa: nel 2008 per mantenere i 19 Canadair CL 415, i due aerei Piaggio C 180, i tre elicotteri Agusta e i 6 elicotteri Erickson S63 in appalto, ci sono voluti 158 milioni. Per la sola gestione dei Canadair 43 milioni sono andati alla Sorem: un partner resistente a tutto. Anche alle indagini giudiziarie e a quelle dell’Enav, che nel 2002 denuncia “carenze addestrative e operative”. Tra il 2003 e il 2007 si verificano una serie di incidenti, alcuni mortali. Bertolaso ammette “un errore” nella programmazione degli orari di volo, ma Sorem è confermatissima. Come l’Ingv (istituto nazionale geofisica e vulcanologia) di Enzo Boschi. L’ultimo assegno staccato è di 63 milioni, convenzione del 2004. Altri si “accontentano”. Legambiente, “protagonista nell’organizzazione di grandi eventi”, nel 2006 incassa 694 mila euro. Più del doppio di quanto sono costati (335 mila) i distintivi e le medaglie 2009 della Protezione civile (ma i pompieri che hanno scavato all’Aquila hanno dovuto pagarsele). Meno di un terzo di quanto costa (3,5 milioni all’anno per 9 anni) la sede operativa scelta da Bertolaso nel 2004. Sorge in via Vitorchiano, sulle sponde del Tevere. In una zona che l’autorità di bacino del fiume ha definito “R4″. Il massimo livello di rischio idrogeologico. p.berizzi@repubblica.it - (2 - continua)

Figli di potenti assunti senza concorso: Ecco la Parentopoli di Bertolaso
ROMA - Lo “Stato nello Stato” ha imbarcato proprio tutti. Tutti quelli che bisognava imbarcare. Figli e nipoti di: generali, colonnelli, magistrati della Corte dei conti e della Corte costituzionale, cardinali, prefetti, direttori generali del Tesoro (gli stessi che devono controllare le spese della Protezione civile), avvocati di Stato, 007 dei servizi segreti, dirigenti e segretari generali della Presidenza del consiglio dei ministri, ex capi dei vigili del fuoco, dirigenti sindacali. Tutti assunti per chiamata diretta. Senza concorso. Tutti catapultati nel dipartimento-carrozzone più generoso d’Italia. Quello della “procedura straordinaria”, della deroga continua a tutto. Anche all’articolo 97 della Costituzione che prevede il concorso per entrare nella pubblica amministrazione. In Protezione civile i posti di lavoro si materializzano su indicazione di Guido Bertolaso. Che di problemi, da questo punto di vista, non se n’è mai fatti. Avendo piazzato il cognato ed ex socio in affari, Francesco Piermarini - ingegnere in stretti rapporti con uno dei pilastri della “cricca dei banditi”, l’imprenditore Diego Anemone - a lavorare in evidente “conflitto d’interessi” nei cantieri del G8 della Maddalena. “L’anomalia istituzionale è mostruosa - dice il senatore Pd Mario Gasbarri - questo è l’unico settore della pubblica amministrazione dove la parola concorso pubblico non esiste e dove si va avanti con assunzioni parentali e amicali in cui la grande assente è la competenza. Alla faccia di Brunetta”. Nel mare grande del pubblico impiego, in effetti, l’attuale Protezione civile è un isola del tesoro sciolta dagli ordinamenti dello Stato. Un coacervo istituzionale dove il nepotismo e il clientelismo sono elevati alla massima potenza grazie anche a un “congelamento” delle norme che regolano le assunzioni statali. E dove un posto, una collaborazione, un salto di carriera, un trattamento economico extra moenia, si materializzano sempre. Anche se sei un pensionato di 83 anni (è il caso di Domenico Rivelli, “collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili dell’emergenza rifiuti a Napoli”). Anche se di emergenze e calamità hai sentito parlare solo in televisione. Può capitare di essere figli del capo del personale di palazzo Chigi (Giuseppina Perozzi). E così si aprono le porte dell’ufficio stampa del dipartimento. E’ il caso di Eugenio D’Agata, già “collaboratore dell’emergenza eventi avversi” in Calabria, assunto a 24mila euro assieme ad altri 199 con la recente legge 26 che ha trasformato il decreto 195, quello della “Protezione civile spa”. Del mazzo dei fortunati fa parte anche Carola Angioni, figlia del generale Franco Angioni, capo della spedizione in Libano, oggi assunta dopo aver collaborato a tamponare nel 2007 “l’emergenza eventi atmosferici” nel Veneto. I rifiuti di Napoli sono stati il banco di prova di Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi: arruolata anche lei. Come la nipote del cardinale Achille Silvestrini, come la figlia di Carmen Iannacone, funzionaria della Corte di conti addetta al controllo degli atti di palazzo Chigi. Sono molti i magistrati che hanno prole tra i protettori civili: almeno cinque della Corte di conti, e cioè quello che dovrebbe essere il cane da guardia del dipartimento. Due sono Rocco Colicchio e Marco Conti. Un’altra è la segretaria generale, Gabriella Palmieri. Poi c’è la Corte costituzionale. Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Corte, Ugo De Siervo, è in squadra. Si è occupato dell’esondazione del Sarno e ora segue le “relazioni con gli organismi internazionali”. Fino al 2004 i dipendenti della Protezione civile erano 320. Oggi sono 800, di cui 150 “comandati” (provenienti già da altre amministrazioni). Cinquecento assunti in cinque anni. Gli ultimi 200 Bertolaso li ha chiamati a corte a fine febbraio: da co. co. co. a contratto a tempo determinato. In attesa di essere stabilizzati. Ovviamente senza concorso. Altri 16 dirigenti a contratto (con ordinanza) diventeranno in questi giorni dirigenti dello Stato, stipendio da 3 mila euro netti. L’elenco dei neo protettori è una specie di manuale Cencelli. Puoi trovare la figlia del prefetto Anna Maria D’Ascenzo, già capo del dipartimento dei vigili del fuoco; quella del colonnello Roberto Babusci che dirigeva il centro operativo aereo della Protezione civile; la nipote dell’ex presidente della Rai Ettore Bernabei e il figlio di Mario Ferrazzano, segretario generale del sindacato della presidenza del consiglio Snaprecom. Un dipartimento fidelizzato. E la fede con Bertolaso paga. Nel “cerchio magico” ci sono Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Tutti e tre sono stati nominati (da co. co. pro che erano) dirigenti generali della Presidenza del consiglio con norme ad personam. Infilate nel decreto rifiuti del 2008. Guadagnano 170mila euro. Quando nel 2001 sono stati assunti, i primi due erano estranei alla pubblica amministrazione. Facevano solo parte della squadra di Rutelli al Giubileo. Da oggi a vigilare sull’operato della Protezione civile, “a difesa dell’equità di trattamento dei lavoratori”, c’è una consulta permanente creata dalla Cgil. Basterà? di PAOLO BERIZZI - (3. fine. Le altre puntate sono state pubblicate il 14 e il 20 marzo)

LA NOSTRA SOLIDARIETA’: LETTERA DI MINACCE AL GOVERNATORE DELLA PUGLIA NICHI VENDOLA

BARI - Al quartier generale di Nichi Vendola a Bari e’ stata recapitata una lettera anonima contenente minacce. La missiva, pervenuta oggi a “La fabbrica di nichi”, conteneva espliciti riferimenti all’arrivo di 500 kg di esplosivo presso “i covi e fabbriche di odio” con minacce di morte per “i comunisti, i gay e gli ebrei”. E’ pronta una formale denuncia per accertare al piu’ presto gli autori del gesto.

CONCORSOPOLI ALL’UNIVERSITA’ DI MESSINA: DEPOSIZIONE CHOC DEL PROF. ORAZIO CATARSINI AL PROCESSO CONTRO IL RETTORE FRANCO TOMASELLO. L’EX PRESIDE TENTA DI RIDIMENSIONARE LE ACCUSE. POI, MESSO ALLE STRETTE DAI PM, RINCARA…

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IL PROF. CATARSINI, TRA L’ALTRO MEMBRO ATTIVO DEL SUPREMO CONSIGLIO D’ITALIA DEL G. O. DEL RITO SCOZZESE ANTICO ED ACCETTATO

MESSINA - Ha escluso di essere mai stato convocato dal rettore Franco Tomasello e di avere portato un messaggio minaccioso a Pippo Cucinotta, docente impegnato come presidente di commissione di un concorso per associato tenuto agli inizi del 2006, allo scopo di influenzarne l’esito. Non ricordava di avere raccontato il 6 maggio del 2006 questi fatti al sostituto procuratore Nino Nastasi. Ha voluto vedere se la firma sul verbale il racconto lo raccoglieva fosse la sua. Ha rimproverato i pubblici ministeri di non fare le domande nel dovuto ordine e i giudici di averlo chiamato a testimoniare a distanza di 4 anni dai fatti. Ma, alla fine, incalzato dai sostituti, che gli hanno piu volte ricordato l’obbligo di dire la verità e contestato le dichiarazioni messe a verbale, dopo 2 ore e mezza di un’interrogatorio concitato e ricco di colpi di scena, senza molta convinzione, ha ammesso: “Effettivamente le cose sono andate come ho dichiarato il 6 maggio del 2006. Ma nel linguaggio del verbale non mi riconosco”. Erano quasi le 16 di lunedi 22 marzo quando Orazio Catarsini, ex preside della Facoltà di Veterinaria, ha iniziato a nspondere alle domande di Adriana Sciglio e Antonino Nastasi. Era un teste d’accusa del processo a carico del rettore e di altri 22 docenti della Facoltà di Medicina veterinaria, imputati di aver tentato di truccare un concorso universitario destinato a Francesco Macrì, figlio di Battesimo, all’epoca preside della facoltà e prorettore di Tomasello e vinto pero da Filippo Spadola, che per essere assunto si è dovuto rivolgere al Tribunale amministrativo regionale di Catania. Ma sembrava uno chiamato a portare acqua al mulino degli imputati. I due sostituti a larghi tratti non credevano alle loro orecchie. Sul viso di Antonino Nastasi è comparso un sorriso amaro di incredulità. ll comportamento dell’ex preside di Veterinaria non ha per nulla convinto i due pm. Che hanno cercato di coglierne i motivi. “Ha incontrato di recente il rettore Franco Tomasello?“, gli ha chiesto con tono perentorio Adriana Sciglio. “Si. Due o tre mesi fa”, ha risposto I’ex preside di Veterinaria. “Di cosa avete parlato?”, lo ha incalzato il sostituto. “Della difficile situazione che vive l’Università di Messina”, ha ribattuto Catarsini. “E poi, di cosa altro?”, ha insistito Adriana Sciglio. “Delle conclusioni di cui si discute in quest’aula“, ha ammesso l’ordinario in pensione di Clinica medica. “Non ho altre domande”, ha affermato soddisfatta Adriana Sciglio, rivolgendosi al presidente del collegio Caterina Mangano, Adriana Sciglio, che sul punto non ha posto altre domande. Per potere raccogliere in dibattimento la testimonianza Orazio Catarsini, ex preside della Facoltà di Veterinaria dell’ordinario di Clinica medica dal 1999 in pensione, Caterina Mangano, il presidente del Collegio del Tribunaie di Messina lo ha fatto citare piu volte: vari certificati medici hanno allungato di alcuni mesi l’appuntamento con i pm e con i difensori degli imputati. ll 6 maggio del 2006 al sostituto Antonino Nastasi aveva raccontato: “ll rettore mi ha convocato al rettorato. Mi ha detto che il concorso stava prendendo una direzione non auspicata in quanto non sarebbe stato dichiarato idoneo Francesco Macrì, figlio di Battesimo. Ciò era dovuto alle resistenze opposte da Cucinotta. Mi chiese in maniera accorata e pressante di intervenire sul Cucinotta per riferirgli che il concorso doveva andare nella direzione auspicata, in caso contrario sarebbe dovuto andare in bianco”. Le dichiarazioni rese da Catarsini avevano dato linfa alla denuncia che Pippo Cucinotta il 10 febbraio del 2006 aveva rassegnato al pm Antonino Nastasi. Da cui era nata l’inchiesta che a luglio del 2O07 portò alla sospensione dalle funzioni del rettore per due mesi. Orazio Catarsini, come messagero di una minaccia che è stata declinata in termini di tentativo concussione (l’estorsione dei pubblici ufficiali) a carico del rettore, non è stato mai iscritto dai pm nel registro degli indagati per concorso. “Ho spiegato a Cucinotta che ero un semplice messagero”, si è sempre giustificato. ll pm Nastasi, che nel costruire l’impianto accusatorio ha sempre aderito a questa tesi, nel corso dell’esame di lunedì, per un attimo, contrariato per il comportamento di Catarsini, con tono duro ha chiesto: “Ha condiviso il messaggio del rettore?”. ll presidente è intervenuto: “Dobbiamo avvertire il teste della facoltà di non rispondere. Dalla risposta potrebbe derivare l’obbligo di indagarlo”. “Ritiro la domanda”, ha abbozzato Nastasi. Che in un altro passaggio dell’esame, adirato per i ‘non ricordo’ di Catarsini ha commentato: “Avrei altre idee sui suoi vuoti di memoria”. Francesco Macrì - hanno raccontato nelle udienze precedenti alcuni colleghi, alla vigilia del concorso ne parlava come se fosse “il suo concorso”. Ed infatti se non fosse stato per i buoni uffici del padre il concorso, come spiegava lo stesso figlio d’arte, non sarebbe mai stato bandito. Quello destinato a Francesco Macrì era un concorso bandito per motivi strategici. Ovvero, in deroga alla regola del turn over, per decisione non della Facolta ma del Senato accademico e di fatto dal rettore. Così come una serie di concorsi che per pura coincidenza sono andati a figli o nipoti di magistrati, a figli di docenti, o ancora alla figlia del capo del Personale Aldo Lupo. Alcuni di questi concorsi sono all’attenzione della Procura di Reggio Calabria, che per modalità con cui i concorsi sono nati per l’andamento che hanno avuto, ipotizza accordi ai limite delia corruzione. MICHELE SCHINELLA - da Centonove del 26-03-2010

MAGISTRATURA: E’ MORTO ANTONINO MAZZU’, PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DEI MINORI DI REGGIO CALABRIA

Magistratura in lutto per la morte del presidente del Tribunale per i minorenni Antonino Mazzù. Aveva 63 anni. Era nato a Messina dove viveva con la famiglia. Da qualche tempo non stava bene. Giovedì sera lasciando l’ufficio aveva detto ai collaboratori che all’indomani si sarebbe dovuto sottoporre a controlli clinici. Ieri mattina intorno alle 8.30 un malore l’ha stroncato nella sua abitazione messinese. La notizia della scomparsa del presidente Mazzù ha suscitato sgomento tra colleghi e avvocati: «Abbiamo perso – dice l’avvocato Demetrio Pratticò facendosi interprete dei sentimenti del foro reggino – un giudice capace di umanizzare il volto della giustizia con il suo essere persona mite, sensibile, equa e scrupolosa».

MILAZZO, L’OMICIDIO DI STEFANO SCIBILIA: TENTA IL SUICIDIO IN UNA CELLA DEL CARCERE L’EX CARABINIERE ACCUSATO DELL’AGGUATO MORTALE. IERI NUOVO MALORE IN AULA

Apertura d’udienza concitata ieri, nel tribunale di Barcellona, dinanzi al Giudice Antonino Zappalà, al processo per l’omicidio del milazzese Stefano Scibilia, avvenuto il 29 aprile dello scorso in una piazzola di sosta del lungomare del Tono a Milazzo. La difesa dell’omicida, l’ex appuntato dei carabinieri Giuseppe Anania di 47 anni, ha avanzato richiesta di perizia psichiatrica allo scopo di verificare la capacità di stare in giudizio dell’imputato e l’eventuale capacita di intendere e volere. I difensori, gli avv. Giuseppe Lo Presti e Pinuccio Calabrò, hanno presentato una perizia redatta dagli psichiatri, Nunziante Rosania e Aldo Guglielmo Madia, entrambi dirigenti medici di ospedali psichiatrici. Nella perizia sono state evidenziate, oltre alle patologie riscontrate, le ultime vicende occorse all’ex appuntato dei carabinieri che – appena un mese fa – ha tentato il suicidio nel carcere di Termini Imerese dove ha ingerito un ingente quantitativo di farmaci. Il tentativo di suicidio ha provocato il trasferimento nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Pagliarelli a Palermo. L’imputato, come emerge dal fascicolo processuale, soffriva già – quando era in servizio – di stato ansioso tanto che usufruì del congedo anticipato per motivi di salute. Stato ansioso che si sarebbe – secondo gli psichiatri della difesa – acutizzato durante la permanenza in carcere. Alla richiesta di perizia psichiatrica si è opposto il pubblico ministero Francesco Massara, a cui si è associato anche il difensore di parte civile che assiste i familiari della vittima, l’avv. Alvaro Riolo. Il giudice, che nei mesi scorsi aveva respinto una richiesta di abbreviato condizionato da una perizia psichiatrica, si è ritirato in camera di consiglio e dopo oltre un’ora, ha emesso una ordinanza con la quale si dispone l’acquisizione agli atti del procedimento di tutta la documentazione sanitaria redatta sull’imputato durante la sua permanenza nelle carceri di Termini Imerese e di Pagliarelli a Palermo. Il giudice si è riservato ogni decisione sull’ammissione della perizia psichiatrica richiesta dalla difesa. La riserva sarà sciolta nell’udienza del prossimo 15 aprile. Durante la camera di consiglio, intanto, nell’aula colma di parenti e amici dell’imputato venuti fino a Barcellona dalle frazioni Bastione e Santa Marina di Milazzo, Anania – forse a causa dello stato emotivo provato per la vicinanza di tanti conoscenti – è stato colto da improvviso malore tanto che si è reso necessario l’intervento del medico rianimatore e dei soccorritori del 118. L’imputato è stato trasferito dagli agenti della polizia penitenziaria nella vicina sede dell’Ordine degli avvocati dove il medico del 118 lo ha visitato e sedato. Dopo la lettura dell’ordinanza del giudice il processo è stato aggiornato al 15 aprile e l’aula del tribunale si è lentamente svuotata della presenza del numeroso pubblico. Il cellulare con a bordo l’ex carabiniere è così ripartito alla volta di Palermo. Intanto il fascicolo processuale è stato completato con tutti gli atti necessari per far celebrare il rito abbreviato che non prevede l’audizione di nessuno dei testimoni. Nel fascicolo hanno fatto ingresso anche le trascrizioni degli “Sms” intercorsi tra Scibilia e l’ex moglie di Anania, da cui emergerebbe la natura del rapporto sentimentale che legava la vittima alla donna. L’inequivocabile contenuto dei messaggi scambiati tra i due sembra connotato da una serie di frasi a tinte forti che non hanno lasciato dubbi agli stessi inquirenti, i carabinieri delle compagnie di Milazzo e Barcellona a cui si sono aggiunti i poliziotti del commissariato della città del Capo, tutti coordinati dal sostituto procuratore Francesco Massara, lo stesso magistrato che in aula sostiene le ragioni della pubblica accusa. La vittima, Stefano Scibilia, ex commerciante di pesce, è stato ucciso con due colpi di revolver calibro 38 esplosi poco prima delle 10,40 di quel tragico mattino dall’ex appuntato che oltre ad essere amico d’infanzia della vittima, era pure figlioccio perché cresimato. Inoltre Scibilia era compare di Anania per essere stato testimone di nozze al suo matrimonio con la donna che poi sarebbe diventata la sua amante. Il giorno del delitto lo stesso Scibilia si era presentato all’appuntamento armato di una micidiale pistola calibro 9 x 21 di fabbricazione straniera, munita di 15 proiettili. La vittima, pur impugnando l’arma, non ha fatto però in tempo ad usarla perché Anania, arrivato qualche istante prima, aveva avuto la possibilità di appostarsi sul marciapiede, spalle alla spiaggia, e fare fuoco. Leonardo Orlando - GDS