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MESSINA - L’INCHIESTA ‘OTOLANDIA’, LA TRUFFA DELLE PROTESI ACUSTICHE: In 9 a giudizio, 4 patteggiano. Confiscati quasi 64.000 euro, accordato il risarcimento alle parti civili

In quattro hanno scelto la strada del patteggiamento, tutti gli altri otto indagati che avevano invece optato per il rito ordinario, sono stati rinviati a giudizio, così come la stessa società al centro dell’inchiesta, in base alla nuova normativa in materia. Si è conclusa così ieri mattina l’udienza preliminare davanti al gup Daria Orlando per l’inchiesta “Otolandia”, gestita dal sostituto procuratore Adriana Sciglio e dai finanzieri del Nucleo tributario. Un’indagine con un elenco di capi d’imputazione molto lungo, ben 141, così come i casi di truffa, che erano oltre 50, per un totale di denaro percepito abusivamente che era di quasi 64.000 euro. Denaro che sarebbe stato concesso dall’Ausl 5 ma che non era dovuto. Tutto questo per un giro di protesi acustiche messo in piedi da capi e gregari della “Progetto Udito s.n.c.” sino al giugno del 2008.
Erano coinvolte in questa inchiesta 12 persone e la società stessa, iscritta nel registro degli indagati (la normativa di riferimento è la legge n. 231/ del 2001). Si tratta di: Pietro Maglione, 45 anni; Maurizio Costa, 45 anni; Stefania De Luca, 40 anni; Achille Salvini, 55 anni; Antonino Famà, 47 anni; Salvatore Francesco Avantaggiato, 49 anni; Giuseppe Pipitò, 59 anni; Roberto Formento, 54 anni; Edoardo Maugeri, 43 anni; Antonino Chiovè, 50 anni; Domenica Urzì, 38 anni; Mirella Radici, 38 anni (il nome di quest’ultima indagata, dirigente medico di primo livello all’Otorinolaringoiatria dell’ospedale Papardo, fu inserito in sede di chiusura delle indagini preliminari). Ecco il dettaglio delle decisioni del gup. Hanno scelto di patteggiare la pena De Luca (2 anni), Costa (2 anni), Famà (un anno e 6 mesi) Maglione (2 anni e 8 mesi). Per i primi tre il gup Orlando ha deciso anche la sospensione della pena e la non menzione, oltre alla concessione delle attenuanti generiche. Per Maglione sono stati invece condonati 2 anni e 15 giorni sul patteggiamento complessivo. Tutti gli altri 9 imputati, compresa la società, sono stati invece rinviati a giudizio al prossimo 2 luglio, davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale. Il pm Adriana Sciglio aveva richiesto per tutti e 9 il rinvio a giudizio. Infine la De Luca e Salvini hanno registrato alcuni proscioglimenti parziali da alcuni capi d’accusa (la De Luca in misura più consistente, Salvini per un capo in relazione alla prescrizione). Il giudice ha poi disposto la confisca definitiva della somma di 63.597,57 euro su quanto sequestrato in precedenza tra denaro liquido e conti correnti, ed ha accordato il risarcimento in sede civile alle due parti civili, l’Ausl 5 (oggi Asp 5), e il prof. Antonio Tanzariello. Secondo l’impostazione iniziale dell’accusa a De Luca, Maglione, Costa, Famà, Maugeri, Avantaggiato, Chiovè, Salvini e Formento era contestata l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa all’Ausl 5 per le protesti acustiche. C’erano i sono poi una lunga serie di truffe singole, legate ad ogni singola pratica espletata, contestate a vario titolo agli indagati, così come venivano contestati anche la truffa, il falso nelle diverse fattispecie del pubblico ufficiale e del privato e anche in certificati.
I ruoli rivestiti. Stefania De Luca era coinvolta come socio amministratore della “Progetto Udito”; Pietro Maglione come socio fino al giugno del 2006 e come tecnico audiometrista. Sarebbero i capi promotori o comunque organizzatori dell’associazione per delinquere. Maurizio Costa e Antonello Famà come soci e tecnici audioprotesisti. Chiovè, Maugeri e Avantaggiato come collaboratori della società. Salvini e Formento, in qualità di medici specialisti in Otorinolaringoiatria in servizio all’ospedale Piemonte, avrebbero avuto il ruolo di fornire la falsa documentazione medica a sostegno delle pratiche. La Urzì, tecnico di radiologia in servizio al Centro Neurolesi e moglie di Maglione, e Pipitò, medico e membro della 3 Commissione medica del Distretto per l’accertamento dell’invalidità civile, sono i due indagati per i quali il gip all’epoca rigettò le richieste dell’accusa. Alla prima il magistrato contestava solo un caso di assenteismo, al secondo un caso di falso. Questa inchiesta, che ha visto un lavoro molto lungo degli uomini del Nucleo tributario della guardia di finanza, nacque nell’ottobre del 2005 tra l’altro da una denuncia del prof. Antonio Tanzariello, il noto otorinolaringoiatra, che segnalò dei fatti molti strani accaduti al suo studio e presso la sua società, la “Otoacustica dello Stretto”, compresi furti di protesi. Maglione, uno degli indagati, era prima dipendente dello studio del prof. Tanzariello. Da lì cominciò una lunga attività della guardia di finanza. Nuccio Anselmo - GDS

MESSINA: NON DETENEVANO DROGA, ASSOLTI GLI STUDENTI UNIVERSITARI ANDREA MARTINO E LUIGI ‘LUCA’ TASSO

Il giudice monocratico Bruno Sagone ha assolto dall’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, con la formula «perché il fatto non sussiste», due dei tre studenti universitari che vennero arrestati dalla Guardia di finanza nel maggio del 2008, perché nel loro appartamento di Gravitelli vennero trovati alcuni quantitativi di droghe leggere: 44 grammi di marijuana, 4 grammi di hascisc, 14 grammi di chetamina e 2 pasticche di ecstasy. L’assoluzione è stata decisa a fronte di una richiesta di condanna a 6 anni di reclusione. Si tratta del 23enne Andrea Martino e del ventenne Luigi “Luca” Tasso. I due sono stati assistiti dagli avvocati Massimo Lo Turco e Salvatore Silvestro. I due, insieme ad un terzo amico studente, secondo la ricostruzione investigativa che compì all’epoca la Guardia di finanza, avevano preso in affitto un appartamento situato in una delle traverse di via Pietro Castelli, a Gravitelli. L’abitazione però era da tempo tenuta sotto controllo dalle “fiamme gialle”, in quanto meta di “pellegrinaggi” sospetti da parte soprattutto di giovani, molti dei quali noti tossicodipendenti. Così i finanzieri fecero irruzione nella casa sottoponendola ad un’accurata perquisizione. Le sostanze stupefacenti saltarono fuori soltanto dal cassetto di una scrivania in uso al terzo amico, ma non negli armadi di Marino e Tasso, e nelle loro pertinenze non venne trovano nulla. Ed è stato probabilmente per questo motivo che il giudice ha deciso l’assoluzione dei due giovani studenti. (n.a.)

MAFIA: CARCERE DURO PER GIUSEPPE LIGA, ALFANO FIRMA IL PROVVEDIMENTO

Carcere duro per Giuseppe Liga, l’architetto palermitano arrestato lunedì scorso con l’accusa di essere il nuovo capo di Cosa Nostra a Palermo, ritenuto l’erede dei boss mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha firmato infatti il provvedimento che dispone per Liga il regime previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Tra le motivazioni, a quanto si apprende da fonti di via Arenula, le accuse che indicano l”architetto’ come ‘promotore’ della riorganizzazione della cupola mafiosa a Palermo.

PONTE MESSINA: RUBEGNI (IMPREGILO) E CIUCCI (STRETTO DI MESSINA SPA), PROGETTO DEFINITIVO A FINE ANNO. LA LOBBY DEL PONTE DETTA I TEMPI

Sara’ pronto ”a fine anno” il progetto definitivo per il Ponte sullo Stretto di Messina. L’annuncio e’ di Alberto Rubegni, ad di Impregilo, che durante la presentazione del bilancio 2009 del Gruppo di costruzioni ha tracciato un bilancio sullo stato di avanzamento dei lavori della maxi-opera. Il manager ha chiarito che non e’ esatto affermare che i lavori per il ponte siano gia’ stati avviati: ”Si e’ partiti con le opere propedeutiche che per il momento hanno comportato uno spostamento della tratta ferroviaria sul lato calabrese, poi bisognera’ fare la stessa cosa anche sulla sponda siciliana”. Per il ponte manca ancora un progetto definitivo che arrivera’ ”a fine anno” e comprendera’ ”il piano di espropri e tutte le opere di mitigazione ambientale”. Il che, ha tenuto a sottolineare l’ad di Impregilo, non significa che il ponte verra’ realizzato al 100%. ”Se poi si faranno solo le opere propedeutiche o anche il ponte, questo non lo so. Noi abbiamo un contratto, aspettiamo di vedere cosa succede”.

PONTE SULLO STRETTO: CIUCCI, VIA AL PROGETTO DEFINITIVO
Si apre la fase finale per il ponte sullo stretto di Messina. Ne parla, a CNRmedia, l’amministratore delegato di Stretto Messina Spa Pietro Ciucci. “Da aprile a settembre l’attività di progettazione definitiva. Poi, l’ultimo via libera del Cipe. Infine, nei primi mesi del 2011, via ai lavori per le grandi torri sulle due coste. Inaugurazione nel 2017″. “Dal primo di aprile parte l’attività di progettazione definitiva del ponte sospeso, che dovrà essere completata entro il 30 settembre. È il progetto definitivo, il ponte vero e proprio, che segue quello preliminare già approvato dal Cipe. Siamo perfettamente in linea con i tempi”. Lo dice, ai microfoni di CNRmedia, Pietro Ciucci, amministratore delegato di Stretto di Messina Spa. “Siamo assolutamente in linea con i tempi - ha detto Ciucci - sono partite le attitività di monitoraggio ambientale sul territorio. La progettazione deve essere pronta per il 30 settembre. A fine aprile parte la progettazione del ponte vero e proprio. Per ora lavoriamo sulle opere a terra. La questione principale ora è difendere il progetto da qualsiasi infiltrazione criminale. Abbiamo già sottoscritto un protocollo di attività, a difesa dell’intero progetto, per impedire qualsiasi infiltrazione criminale. Ogni grande progetto corre rischi di infiltrazioni, quindi ci siamo preoccupati in anticipo per porre in atto tutte le possibili difese. Un progetto come questo è in continua fase di aggiornamento, sotto tutti gli aspetti. Quindi stiamo aggiornando anche le previsioni sui flussi di traffico, e continueremo a farlo nei prossimi mesi. Non abbiamo al momento alcuna preoccupazione su questi dati. Insieme al progetto definitivo presenteremo al Cipe anche un piano finanziario aggiornato. L’avvio dei cantieri veri e propri delle torri avverrà nella prima metà del 2011. E, secondo i piani, il primo gennaio 2017 inaugureremo l’opera, che con i suoi oltre tre chilometri sarà il ponte sospeso più lungo del mondo” ha concluso Ciucci.

SOTTO ATTACCO: GIOACCHINO GENCHI SOSPESO PER LA TERZA VOLTA PER AVER PARTECIPATO AL CONGRESSO DELL”ITALIA DEI VALORI’. ADESSO RISCHIA DI ESSERE CACCIATO DALLA POLIZIA DOPO 25 ANNI DI SERVIZIO

Ora la sospensione rischia di diventare definitiva. E il vicequestore Gioacchino Genchi di essere cacciato dalla Polizia. Lo scorso 22 marzo, un giorno prima di rientrare in servizio, il consulente di Procure e Tribunali di mezza Italia ha ricevuto da Antonio Manganelli la terza sanzione: questa volta con “l’infamante accusa†di aver partecipato al congresso dell’Italia dei Valori, al quale era stato invitato un mese fa. Motivazione, non c’è che dire, perfettamente in linea con i due precedenti provvedimenti di sospensione: il primo per aver risposto su Facebook alle critiche di un giornalista di Panorama che gli dava del “bugiardoâ€, il secondo per aver rilasciato un’intervista al giornalista Pietro Orsatti, nella quale raccontava il suo lavoro da consulente. Se il Tar non dovesse accogliere i suoi ricorsi la destituzione dall’incarico, questa volta, sarebbe automatica. E Gioacchino Genchi - già consulente di Giovanni Falcone, dei magistrati che indagarono sulle stragi del ‘92 e di molti altri che hanno svolto e svolgono le inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni - sarebbe costretto a lasciare la Polizia dopo 25 anni di onorato servizio. Mentre in quello stesso servizio continueranno a rimanere poliziotti che al loro attivo hanno pesanti condanne, persino di omicidio, cosa che evidentemente, per il capo Manganelli non sono ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioniâ€. Qualche giorno fa, il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, aveva lanciato un messaggio ad Antonio Manganelli: “Se il capo della Polizia si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…â€. E sarà un caso che la sanzione è arrivata dopo il contributo di Genchi all’inchiesta “Phuncards-Brokerâ€, che ha coinvolto, tra gli altri, i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle insieme al (ex) senatore Di Girolamo. Per l’occasione Libero non aveva mancato di attaccare il pm Romano Di Leo, che si era permesso di affidare la consulenza proprio a Genchi, mentre la procura capitolina stava indagando su di lui, con un’inchiesta avviata dall’allora procuratore aggiunto Achille Toro. Lo stesso Toro che insieme al collega Nello Rossi, aveva fatto sottrarre l’intero archivio al perito informatico con un provvedimento illecito e si era rifiutato di restituirlo, con un atto di vera e propria eversione giudiziaria, quando il Tribunale del Riesame glielo aveva ordinato. Lo stesso Toro che di recente è stato costretto a dimettersi perché sospettato di fuga di notizie, favoreggiamento e corruzione. Indagato nell’inchiesta sulle Grandi Opere che ha visto il coinvolgimento di soggetti ai vertici delle istituzioni, compreso il capo della protezione civile Bertolaso. Nel dare la notizia su Facebook Gioacchino Genchi si è detto determinato a proseguire la sua battaglia. “La mia coscienza e la solidarietà degli italiani onesti - ha scritto - mi impongono di resistere per quella che non è una ‘vicenda personale’, ma uno degli attacchi più gravi allo stato di dirittoâ€. di Monica Centofante - Antimafia Duemila

L’INCHIESTA, I SEGRETI DI PIER GIANNI PROSPERINI: L’ex assessore ha tentato il suicidio. Dopo aver patteggiato tre anni e cinque mesi per corruzione, è sotto indagine anche per traffico d’armi con l’Eritrea. In questa inchiesta esclusiva, “L’espresso” rivela i suoi affari con il Paese africano. In edicola da venerdì

Pier Gianni Prosperini, l’ex assessore del Pdl lombardo arrestato il 16 dicembre scorso, ha tentato il suicidio nella sua casa di corso Garibaldi, a Milano, dove era ai domiciliari. Secondo i medici non è in pericolo di vita. In casa Prosperini avrebbe lasciato messaggi in cui lamenta una “persecuzione giudiziaria”. Prosperini era stato scarcerato dopo aver patteggiato 3 anni a 5 mesi di reclusione per aver incassato una tangente da 230 mila euro su un appalto da 7,2 milioni di euro: spot pubblici dirottati sulle tv private che lo sostenevano politicamente tra il 2008 e il 2010. I guai dell’ex assessore non erano tuttavia terminati: la procura di Milano stava infatti indagando sul traffico di armi e munizioni verso l’Eritrea coperto, secondo l’accusa, dallo stesso Prosperini, in elusione ai controlli internazionali e agli embarghi. Su questo filone “L’espresso” ha pubblicato nelle scorse settimane diverse inchieste, l’ultima delle quali appare nel numero in edicola domani, e che anticipiamo qui di seguito.
Una banda di insospettabili trafficanti d’armi, guidata da un ex dirigente della Beretta. Almeno tre anni di triangolazioni proibite, per rifornire segretamente gli arsenali dell’Iran. E un carico parallelo di fucili in partenza per l’Eritrea. Con un politico lombardo che si fa pagare mediazioni su un conto svizzero: Pier Gianni Prosperini, assessore regionale della giunta Formigoni fino al 16 dicembre, quando è stato arrestato per corruzione. A collegare le guerre internazionali alle tangenti italiane sono due indagini separate, che si sono incrociate proprio mentre la Guardia di Finanza ammanettava l’ex leader di Nordestra, la corrente da lui creata per contendere alla Lega i voti razzisti. Prosperini, quella sera, sta per registrare l’ennesimo show anti-immigrati, quando si vede arrestare per aver intascato 230 mila euro da Raimondo Lagostena Bassi, il proprietario del circuito di tv lombarde che da anni lo sostiene. In cambio, il politico gli ha fatto arrivare montagne di spot pubblici: 7 milioni e 200 mila euro, pagati dai lombardi con le tasse. Mentre il governatore Roberto Formigoni e il ministro Ignazio la Russa difendono l’assessore, che un trimestre più tardi chiederà di patteggiare una condanna a tre anni e cinque mesi, i finanzieri sequestrano l’archivio di Prosperini e i computer del suo factotum, Gionata Soletti. E qui spuntano file riservati: armi all’Eritrea. Un affare che scotta. Nei computer sono registrate tutte le trattative per vendere alla dittatura africana decine di fucili prodotti dalla Beretta, la più famosa fabbrica italiana d’armi. Per esportarli in Eritrea, secondo i documenti ora sotto sequestro, l’industria bresciana avrebbe pagato provvigioni a una società off shore che girava i soldi a Prosperini. Dal punto di vista della Beretta, s’intende, è tutto lecito: la consulenza estera è regolarmente fatturata. E dalla fabbrica italiana risultano usciti solo fucili da caccia. Oggi anche l’Eritrea è finita sotto l’embargo dell’Onu, ma fino a pochi mesi fa era reato solo esportare armi da guerra. Ma allora, perché pagare il politico? Perché Prosperini, sempre stando ai file, avrebbe lavorato per la Beretta come procacciatore d’affari privato. E perché versargli i soldi in Svizzera? Perché così chiedeva lui. Per la Beretta, quei fucili erano davvero destinati a onesti cacciatori eritrei amici di Prosperini. Tutto regolare, insomma. Almeno fino all’arresto di Prosperini, quando un altro gruppo delle Fiamme Gialle registra un imprevisto allarme rosso. Che riguarda un’inchiesta diversa. Esplosiva. Il nucleo di polizia tributaria sta intercettando da luglio un’organizzazione di trafficanti che dal 2007 esporta sistematicamente armi da guerra in Iran nonostante l’embargo di Usa, Onu e Ue. Le indagini documentano vendite di ben mille puntatori ottici di produzione tedesca: visori speciali per cecchini o sabotatori, in parte sequestrati tra Svizzera, Romania e Inghilterra mentre partivano per Teheran. E trattative avanzate, proseguite fino a febbraio scorso, per cedere all’Iran elicotteri, spolette esplosive, elmetti, congegni spionistici, miscele chimiche per razzi o bombe, kit per paracadutisti, gommoni e respiratori subacquei. Uno dei capi di questa presunta banda è Alessandro Bon, 43 anni, ex dirigente della Beretta: fino al 2005 era l’export manager del settore difesa per il Medio Oriente, cioè il responsabile delle vendite nei paesi più caldi del mondo. Ufficialmente trattava solo armi sportive. Lasciata l’industria legale, si è messo in proprio, secondo l’accusa, come trafficante illegale, sfruttando anche una ditta di vernici della fidanzata. Bon è il presunto regista di triangolazioni milionarie con emissari dei servizi segreti iraniani (due arrestati, altri due ricercati), tra cui un finto giornalista che a Roma spiava e indottrinava la stampa italiana e intanto fondava a Bucarest una ditta per esportare i puntatori. La Finanza sente parlare per la prima volta di tangenti il 22 agosto 2009. In quel momento Bon sta disputandosi 256 mila euro con un presunto complice, Arnaldo La Scala. Alle 16,08 l’ex manager della Beretta chiede a uno spione di Teheran di non versare più quei soldi a La Scala, un messinese che controlla società aeronautiche in Svizzera, perché “ogni sei mesi lui deve pagare un politico in Italia e non lo ha ancora pagato”. “Io ho bisogno dell’appoggio di questo politico, per cui manda i soldi a me”, ingiunge Bon all’agente iraniano Homayoun Bakhtiyari: “Così metto da parte il denaro per il politico e poi gli trasferisco i soldi di cui ha bisogno”. I finanzieri capiscono chi sia solo quattro mesi dopo, quando Prosperini viene arrestato per le tangenti tv: a quel punto La Scala, Bon e perfino sua madre mostrano “gravissima preoccupazione”. Il perché lo spiega il ’supporto informatico’ sequestrato al politico, da cui risulta che proprio “Bon e La Scala hanno usufruito della mediazione retribuita di Prosperini nella vendita di armi, visori notturni e munizioni al governo eritreo”. Tra Teheran e Asmara, dunque, c’è lo stesso canale occulto. Bon non sa ancora che un ex militare delle forze speciali inglesi (Sas), William Faulkner, arrestato a Londra, ha già confessato i traffici d’armi con l’Iran, chiamandolo in causa. Ma capisce subito che Prosperini rischia di rovinare tutti. “Allarmati”, Bon e La Scala contattano Soletti, il factotum dell’assessore arrestato, che li rassicura: Prosperini non li coinvolgerà. Ma il 13 gennaio il primo è ancora preoccupato: “Ho l’ansia che l’altro… che gli fanno i controlli”. Bon in realtà era angosciato già da ottobre, quando spiegava al complice: “Sono finito sulla lista nera, hanno trovato due ottiche in Afghanistan ai talebani, con cui hanno sparato a militari tedeschi… E adesso mi chiedo cosa ci facevano in Afghanistan: fra me e te, fan parte di un lotto spedito nel tempo…”. Al che La Scala gli risponde con questa ipotesi: “Hanno fatto casino, come hanno fatto diecimila volte casino quelli di Beretta”. La polizia inglese, per altro, riesce a trovare “puntatori analoghi” solo a Bassora, tra il 2006 e il 2007, a guerriglieri iracheni (filo-iraniani). Molto più sicuro si sentiva invece il più in vista tra i nove arrestati per le armi all’Iran, l’avvocato d’affari Raffaele Rossi Patriarca. Tra il 12 e i 17 dicembre, mentre per Prosperini si apre la cella, il legale torinese vola a Teheran per trattare “nove elicotteri da 15 milioni, spolette esplosive e miscele di zirconio” con “un generale iraniano pluridecorato”. Al rientro, incontra in Svizzera un emissario di Ahmadinejad, orgoglioso di mostrargli “le sue foto con il grande capo”. E poi gira l’Europa per cercare esplosivi da trafficanti montenegrini. Ed elicotteri da industriali italiani “amici”, tra cui inserisce un top manager della Inaer di Andrea Bonomi, con cui vanta affari precedenti, fino a prova contraria leciti. La spavalderia dell’avvocato spaventa perfino Bon e La Scala: “Ha chiesto roba con la sigla I.HE, dove I sta per incendiario… Vuole roba chimica…”. “Lì non c’è dual use, c’è un solo uso ed è quello sbagliato…”. A rendere così tranquillo Patriarca è un misterioso “referente di Roma”: un vip che Guglielmo Savi, titolare della Sirio srl, che vende ponti radio a Stati esteri e alla Rai con il ‘nulla osta sicurezza’ della presidenza del Consiglio (ora ritirato), dice di poter contattare “anche all’una di notte”. Alle sei del mattino del 3 marzo scattano gli arresti per le armi all’Iran. Mentre il factotum Soletti finisce in cella per aver svuotato il conto svizzero delle tangenti di Prosperini, prelevando gli ultimi 800 mila euro in contanti. Ora in carcere qualcuno potrebbe parlare. Forse il giallo delle armi da guerra italiane è solo all’inizio. PAOLO BIONDANI