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PROCESSO WHY NOT: Il presidente Agazio Loiero assolto, «Fine di un calvario durato anche troppo». Riconosciuto non colpevole anche l’ex presidente Giuseppe Chiaravalloti

Otto condanne a pene dai quattro mesi ai due anni e 34 assoluzioni. E ancora 27 rinvii a giudizio e 17 proscioglimenti. Il gup Abigail Mellace ha posto ieri il primo punto fermo nel processo scaturito dall’inchiesta Why Not su presunti illeciti nella gestione di fondi pubblici, emettendo la sentenza per i 42 imputati giudicati col rito abbreviato e il decreto di rinvio a giudizio o la sentenza di proscioglimento per i 44 che invece avevano optato per il rito ordinario. Il gup è entrato in aula per leggere la doppia decisione alle 16.22, dopo quasi tre ore di camera di consiglio e al termine di cinque mesi di udienze. Il rito abbreviato - Nella sentenza il gup ha ritenuto inesistente il reato di associazione per delinquere assolvendo tutti gli imputati per questo capo (32), mentre le condanne hanno riguardato solo l’abuso d’ufficio. La pena maggiore, due anni di reclusione per abuso, è stata inflitta all’imprenditore ed ex leader calabrese della Compagnia delle Opere, Antonio Saladino, che ha rappresentato il principale imputato del processo. Tutti i condannati hanno ottenuto la sospensione condizionale della pena; si tratta di Giuseppe Lillo (referente società Need & Partners), Antonio La Chimia (presidente del Cda della società Why Not), Pietro Macrì (ad della Met Sviluppo), Gianluca Morabito e Francesco Saladino (consorzio Brutium Service), Francesco Simonetti (dirigente regionale) e Rinaldo Scopelliti (ex presidentedi Fincalabra). Assoluzioni “pesanti” per il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero ed il suo predecessore Giuseppe Chiaravalloti. E ancora per l’assessore regionale Luigi Incarnato, il consigliere regionale uscente Sergio Abramo e gli ex assessori Pasquale Maria Tripodi e Gianfranco Luzzo, i dirigenti regionali Pasquale Anastasi, Peppino Biamonte, Francesco De Grano e Giuseppe Fragomeni, il segretario generale della Giunta regionale Nicola Durante e la manager Enza Bruno Bossio (moglie di Nicola Adamo, capogruppo uscente del Pd in consiglio regionale e rinviato a giudizio nell’altra tranche di Why Not). Sono stati infine assolti solo da alcuni capi d’imputazione e condannati per altri Antonio e Francesco Saladino, Giuseppe Lillo, Antonio La Chimia, Pietro Macrì e Rinaldo Scopelliti. Il rito ordinario - Al termine dell’udienza preliminare condotta invece col rito ordinario, il giudice ha disposto il rinvio a giudizio per 27 indagati (prima udienza davanti al Tribunale il prossimo 9 giugno) e il proscioglimento per i restanti 17. Anche in questo caso tutti gli indagati sono stati prosciolti dal reato di associazione per delinquere. I politici a giudizio sono in tutto cinque; del consigliere regionale uscente del Pdl Francesco Morelli, degli ex assessori regionali Ennio Morrone, Dionisio Gallo e Domenico Basile e del capogruppo uscente del Pd in Consiglio regionale Nicola Adamo. A tutti gli esponenti politici viene contestato l’abuso d’ufficio. Nei confronti del solo Adamo si ipotizza anche il reato di corruzione perché secondo l’accusa avrebbe ottenuto denaro dall’imprenditore Antonino Gatto, anch’egli rinviato a giudizio, in occasione delle elezioni regionali del 2005. A giudizio anche la teste-indagata Caterina Merante, accusata di violazioni della normativa sul lavoro. Tra i prosciolti l’europarlamentare del Pd Mario Pirillo, il deputato nazionale del Pdl Giovanni Dima, il capogruppo uscente del Pdl in Consiglio regionale Pino Gentile, il consigliere regionale uscente del Pdl Alberto Sarra e l’ex assessore regionale Diego Tommasi. i commenti «Sapevo di essere innocente ma è bello sentirselo dire da un magistrato terzo, dopo due anni di difficoltà e di sofferenze. Un calvario indicibile. A un giudizio sereno non poteva che finire così», si è detto sollevato Loiero subito dopo aver appreso dell’assoluzione. Ricordato che l’inchiesta è stata avviata a suo tempo da «un pm (Luigi De Magistris, ndr) divenuto, grazie anche ad essa, un protagonista della vita politica del Paese», il governatore si è poi lasciato andare ad un attacco frontale: «Esiste in Italia, specie nel Mezzogiorno, una sparuta pattuglia di pm, non più di due-tre persone, che mette sotto accusa i politici per poterne, attraverso immaginarie inchieste, prenderne il posto». Di «sentenza ineccepibile» ha parlato il difensore di Loiero, l’avv. Nicola Cantafora, secondo il quale la decisione «rende giustizia all’uomo che ha sempre creduto nell’imparzialità del giudice, forte della sua innocenza». Soddisfatto ma con «un solo cruccio» il difensore di Chiaravalloti, l’avv. Francesco Scalzi, per il quale «la vicenda, a fronte di imputazioni talmente infondate e sfornite di ogni presupposto, si sarebbe dovuta chiudere ancor prima dell’udienza preliminare». Soddisfazione è stata espressa dall’avv. Chiara Scalzi per l’assoluzione di Peppino Biamonte. L’on. Dima, da parte sua, ha confermato di essere «sempre stato convinto del fatto che questa vicenda si sarebbe conclusa positivamente», mentre Enza Bruno Bossio ha tirato un sospiro di sollievo: «Sento di essere uscita da un vero e proprio incubo». Incarnato ha commentato che «l’assoluzione, dopo tre anni di onta mediatica, mi ripaga di tante amarezze». E l’avv. Andrea Gentile, difensore dell’on. Pino Gentile, ha rivendicato che «il gup ha accolto integralmente la nostre tesi». Per l’avv. Carlo Petitto, difensore del dg della Sial spa Scardamaglia e del funzionario regionale Cumino, «l’esito del processo conferma la bontà dell’attività della Sial, che abbiamo dimostrato essere un’azienda che funziona». Nicola Adamo, alla luce dell’assoluzione per due coimputati, ritiene invece che la sentenza «anticiperà la mia assoluzione dai due soli capi d’imputazione per i quali sono stato rinviato a giudizio». Infine il difensore di Saladino, l’avv. Francesco Gambardella: «Faremo appello contro la condanna per abuso d’ufficio. L’assoluzione per l’associazione a delinquere e per altri gravi reati restituisce a Saladino la patente di imprenditore che ha legittimamente operato, ma non ci va bene che lo si consideri comunque un faccendiere». Giuseppe Lo Re - GDS

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