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MESSINA: GLI AMMANCHI DI CASSA ALLA CGIL, INDAGATA L’EX AMMINISTRATRICE ALMA BIANCO PER APPROPRIAZIONE INDEBITA

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ALMA BIANCO ASSIEME AL SEGRETARIO CGIL EPIFANI

Il sostituto procuratore Fabrizio Monaco ha iscritto nel registro degli indagati Alma Bianco, l’ex amministratrice unica della Cgil di Messina, con l’accusa di appropriazione indebita. L’inchiesta è nata in seguito ad alcune denunce presentate in Procura dopo che era stato trovato un ammanco di circa 60 mila euro dalle casse della Cgil di Messina. La Bianco era stata licenziata il 17 marzo scorso dal segretario generale della Cgil di Messina, Lillo Oceano. I carabinieri ed i funzionari dell’Ispettorato del lavoro, che nei giorni scorsi avevano compiuto un blitz nella sede del sindacato controllando tutti i presenti e documentazioni varie, avrebbero sentito nei giorni scorsi diverse persone informate sui fatti, mentre l’ex amministratrice unica a breve potrebbe essere sentita dal magistrato. Ha però detto in passato di essere «in grado di giustificare ogni uscita di cassa». Quando il sindacato aveva licenziato la Bianco, contestualmente l’avvocato Ettore Cappuccio aveva presentato per conto della Cgil una querela in Procura. La donna aveva invece risposto con una nota congiunta, siglata da uno dei suoi difensori, l’avvocato Bonaventura Candido, con cui ribatteva punto su punto, affermando, tra l’altro, anche che avrebbe impugnato il provvedimento di licenziamento con l’avvocato Giuseppe Sorbello. La lettera di licenziamento della Bianco l’aveva siglata il segretario provinciale Lillo Oceano, ripercorrendo l’intera vicenda dal punto di vista del sindacato: alle contestazioni del 18 gennaio («mancata redazione della contabilità per l’anno 2009 relativamente alle categorie Filcams, Filcem, Fillea, Fiom, Flai, Flc e Fp») non sarebbe seguita «alcuna giustificazione». Poi nella lettera Oceano spiegava che «le sono stati contestati movimenti/bonifici verso conti correnti intestati solo a lei o cointestati a suo marito…, per un ammontare complessivo di euro 52.582,18 avvenuto nell’anno 2009», e che le deduzioni di giustificazione «sono false ed inidonee a giustificare i gravi addebiti contestati». Quindi il segretario Oceano spiegava che «i fatti di cui sopra ledono irreversibilmente il rapporto fiduciario e non consentono la prosecuzione del rapporto di fiducia», concludendo: «Le comunico pertanto il licenziamento con effetto immediato». Ma la Bianco nella nota diffusa insieme al suo difensore, l’avvocato Candido, aveva ribattuto punto su punto: «In data odierna la mia cliente ha ricevuto lettera di licenziamento da parte della Cgil con contestazioni che la stessa respinge integralmente e con decisione. La signora Bianco ha dato incarico all’avvocato Sorbello per provvedere ad impugnare il detto licenziamento ed assisterla nell’instaurando contenzioso lavoristico con il Sindacato. Questa mattina (il giorno dopo il licenziamento) la mia cliente ha avuto notizia che ieri la Cgil si sarebbe rivolta alla Procura della Repubblica e l’avrebbe denunziata per i medesimi fatti oggetto di contestazione disciplinare. La signora Bianco aveva già provveduto – scrivevano la funzionaria e il legale il 18 marzo scorso –, a formalizzare un proprio esposto al competente Ispettorato del Lavoro di Messina, lamentando irregolarità commesse a proprio danno e, soprattutto, il mancato versamento di quote di previdenza complementare trattenute, ed aspetta serenamente di essere convocata, al più presto, dal Sostituto che sarà incaricato delle indagini al quale oltre a chiarire la propria posizione intende rappresentare dettagliatamente una serie di circostanze che ritiene opportuno portare a conoscenza della Procura della Repubblica, perché si valuti la penale responsabilità a carico di più soggetti». (n.a.)

CALCIOPOLI, IL MEMORIALE DI FACCHETTI. ‘COSI’ IL MARCIO DEL CALCIO’: Il figlio dell’ex presidente dell’Inter consegna ai pm che indagano su calciopoli, un memoriale scritto dal padre prima di morire

NAPOLI - Spunta un clamoroso memoriale di Giacinto Facchetti nel processo calciopoli. La Procura di Napoli ha depositato agli atti del processo, un memoriale scritto dall’ex presidente dell’Inter poco prima di morire, dove sarebbe raccontato come funzionava in quel periodo il mondo del calcio. Sarebbe evidenziata in maniera chiara lo strapotere esercitato dalla società juventuina in quegli anni. A consegnare il memoriale agli inquirenti è stato nei giorni scorsi, a Napoli, il figlio Gianfelice Facchetti. I pm, i pm Giuseppe Narducci e Stefano Capuano, hanno inoltre depositato anche una testimonianza, raccolta recentemene di Gianfelice Facchetti. I risultati della nuova attività della procura erano stati resi noti ieri al termine dell’udienza del processo Calciopoli quando il pm Capuano ha annunciato il deposito di nuovi atti investigativi. Il processo ripenderà, dopo l’udienza di ieri, l’11 maggio. Daniele Del Porto

CALCIOPOLI: IN NOME DEL POPOLO ITALIANO… PUBBLICHIAMO LA VALUTAZIONE CONCLUSIVA DEL GUP DE GREGORIO CHE HA PORTATO ALLA CONDANNA PER ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE DELL’EX PRESIDENTE AIA TULLIO LANESE

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Lanese: Gli elementi di fatto a carico di questo imputato sono stati elencati e soppesati nella parte di motivazione dedicata alla sua posizione di presidente dell’AIA, ed a quella necessariamente si rimanda per la loro puntuale esposizione, anche con riguardo alle valutazioni già formulate circa i forti e molto signifivativi collegamenti tra Lanese e gli altri coimputati del delitto associativo. La richiamata precedente trattazione forma parte integrante ed essenziale di queste valutazioni conclusive che vanno, quindi, lette in combinazione con le precedenti in special modo con riguardo ai dati fattuali ivi contenuti. In questo pezzo della sentenza è opportuno - per motivi di ordinata redazione del provvedimento e per la più agevole lettura del testo - riproporre esclusivamente le considerazioni già rassegnate sul punto dell’inserimento dell’imputato nella compagine, che ora si è qualificata ai sensi dell’art 416 cp. In particolare va, dunque, osservato che, tramite le condotte e gli episodi innanzi esplicitati e valutati in maniera precisa, Lanese, abusando della sua funzione di rappresentanza nei confronti della FIGC e dei terzi, nonché della posizione ordinamentale di vertice, dell’influenza sugli arbitri e del prestigio che nei fatti gliene derivavano, anche per avere ricoperto detta carica dal 2000, intrattenne frequenti e costanti rapporti, molto significativi ai fini in esame, con gli altri imputati, dai quali quali doveva, invece, per rispetto dei ruoli, mantenersi distante; gestì insieme a loro vicende importanti del settore, anche quelle con le quali non aveva nulla a che fare, impegnò se stesso e la categoria che dirigeva e rappresentava per fini di parte, garantendo con la sua presenza attiva - in occasione dei plurimi incontri tante volte citati - che il mondo arbitrale fosse condizionato, tramite la sua figura, dagli interessi del gruppo di Moggi e dei suoi amici; inoltre, come si è scritto con riguardo alle vicende Ingargiola e Paparesta, in una determinò l’insabbiamento di iniziative disciplinari che, di certo, se adottate avrebbero nuociuto gravemente a Moggi e Giraudo, indebolendoli nell’ambiente; nell’altra presentò a Moggi un nuovo soggetto tramite il quale egli avvicinò - per di piu in posizione di forza - un arbitro che, invece, appariva lontano dal suo gruppo, contribuendo, cosi, ad estendere il potere del sodalizio criminoso sulla categoria. Infine, con riguardo alla conversazione dell’ 8 Maggio con il giornalista Capone si deve osservare, con valutazione pesantemente negativa per l’imputato, che il presidente AIA fu al corrente di una prassi illegale molto diffusa, che perlomeno violava i doveri disciplinari di correttezza, e nulla fece per porvi fine ed anzi, mostrò di accettarla; sul punto vale la pena aggiungere che secondo il nuovo regolamento AIA il presidente ha il potere/dovere di segnalare tale tipo di illecito alla Procura arbitrale (art 32 regolamento AIA) e che detta funzione di certo anche all’epoca dei fatti era coerente con il sistema e con il ruolo di vertice ricoperto da Lanese; questa grave omissione contribuì a far proseguire il consolidato ed illecito meccanismo di alterazione delle partite e sul piano probatorio deve cogliersene il significato di stretto legame con gli altri soggetti interessati alle fraudolente determinazioni dei risultati sportivi e del contributo al gruppo di Moggi, così fornito. Tra i molti dati di fatto già innanzi illustrati e valutati riguardanti la posizione di Lanese nei confronti dell’organizzazione, se ne rammenta in particolare uno, per la sua significanza sotto il profilo dell’esistenza del vincolo associativo. Ci si riferisce alla comunicazione della revoca della sospensione dall’attività degli arbitri Palanca e Gabriele, in precedenza decretata dallo steso imputato, che il 9 Dicembre 2004 alle ore 19,04 Lanese cosi comunicò a Moggi :….Palanca e Gabriele da domani possono tornare ad arbitrare, ho fatto un provvedimento personale… Moggi commentò entusiasta… alla grande vai, troppo forte..e Lanese.. è giusto che lo sappia tu per primo… glielo dici tu ad Antonio [Giraudo nde]. In questa sede si vuole mettere in risalto, ai fini in questione, il significato di tale informazione immediata (è giusto che lo sappia tu per primo…). Dunque, il Presidente AIA adottò un provvedimento nella sua veste ordinamentale ed avvertì la necessità di darne notizia direttamente e personalmente a Moggi, esplicitando al contempo che questi avrebbe dovuto metteme aparte anche Giraudo. All’apparenza sembrerebbe un’iniziativa inutile, poiché è certo che Moggi in ogni caso avrebbe appreso la notizia in breve tempo ed altrettanto avrebbe fatto Giraudo; dunque non fu questo il vero - o solo - scopo del messaggio; si tratta, piuttosto, di una chiara sottolineatura del ruolo personale che Lanese stesso aveva avuto e della consapevolezza volutamente mostrata - della presa di interesse che la società di Torino (glielo dici tu ad Antonio) aveva per la sorte degli arbitri, del resto platealmente confermata dalle espressioni di giubilo di Moggi; da queste ultime - che altrimenti non avebbero senso logico - e dal complessivo contesto probatorio emerso, è da ritenere che gli juventini considerassero detti arbitri potenzialmente a loro disposizione. Dunque Lanese, all’evidenza, sapeva che il gruppo aveva grande interesse verso la sorte dei due arbitri e fu sollecito ad informarne due tra i più autorevoli esponenti (Moggi ed indirettamente Giraudo) della loro reintegrazione in attività, intendendo con ciò, verosimilmente mettere in risalto agli occhi degli altri l’importanza del contributo da lui dato nell’occasione. Tale comportamento, nel quadro probatorio generico e specifico per la sua posizione, induce a ritenere che l’imputato fu spinto a fomire l’informazione alle persone cui la notizia era diretta, dallo stetto legame che lo univa a loro per gli scopi innanzi precisati, ed è, pertanto, significativo della sua inclusione nella compagine e dell’esistenza di un forte vincolo associativo. Per completare l’esposizione su questo imputato, va rimarcato che la sua presenza quale Presidente Aia fu necessaria per coinvolgere e garantire allo stesso tempo, tramite il massimo esponente istituzionale, il settore arbitrale, sui cui singoli componenti i designatori o altri coimputati, di volta in volta intervenivano per alterare la regolarità delle panite. In conclusione, le condotte reiteratamente mantenute in un lungo arco di tempo, precisamente da Settembre 04 a Giugno 05, durante l’intero corso del campionato di calcio - tra cui in sintesi e solo a titolo di esempio è necessario e sufficiente citare la costante partecipazione alle riunioni, già giudicate momento essenziale dello svolgimento della vita e delle illecite programmazioni dell’associazione per delinquere, tramite le quali i componenti si organízzavano con riguardo agli obbiettivi illeciti da perseguire - dimostrano, per facta concludentia, l’esistenza della duratura inclusione dell’imputato nella compagine associativa che gestì il campionato di calcio in modo illecito e fraudolento; egli, come più volte evidenziato, dette un forte contributo alla sua esistenza, al suo rafforzamento ed al raggiungimento concreto degli obbiettivi prefigurati. L’imputato deve essere, pertanto, dichiarato responsabile del delitto ascritto al capo A). Dalla sentenza del G.U.P. dr. E. de Gregorio

LA SENTENZA DEL 14-12-2009: PER TULLIO LANESE, RESPONSABILE DEL DELITTO DI CUI AL CAPO A), IN RAGIONE DELLA GRAVITA’ DELLA VIOLAZIONE DEI DOVERI CHE INERIVANO AL SUO CARICO DI PRESIDENTE AIA, DI CUI SI E’ GIA’ SCRITTO NELLA PARTE MOTIVA DEDICATA ALLA SUA POSIZIONE, VA STABILITA LA PENA DI ANNI DUE E MESI DIECI DI RECLUSIONE, AUMENTATA PER L’AGGRAVANTE DEL NUMERO DELLE PERSONE AD ANNI TRE DI RECLUSIONE. LA PENA E’ RIDOTTA PER IL RITO SCELTO A QUELLA DI ANNI DUE DI RECLUSIONE. AGLI IMPUTATI DONDARINI PAOLO E LANESE TULLIO, CONSENTENDOLO I LIMITI DI PENA IRROGATA E POTENDO PRONOSTICARSI CHE ESSI, FINORA INCENSURATI, SAPPIANO ASTENERSI DAL COMMETTERE ULTERIORI DELITTI VA DISPOSTA LA SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA DETENTIVA.

L’INTERVENTO DI PADRE ALEX ZANOTELLI: Rosarno e il nuovo apartheid. L’Italia nel baratro del razzismo

Non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stati forestieri in terra di Egitto (Esodo, 22,20). Rosarno è diventata, a livello internazionale, il simbolo di come l’Italia tratta gli immigrati. Infatti, «Rosarno ha rappresentato una sconfitta sociale - come hanno dichiarato con un comunicato stampa i Gesuiti italiani - ed ha rappresentato una sconfitta ben più grande, nel momento in cui gli immigrati, allontanati in tutta fretta, sono stati abbandonati a loro stessi, scaricandoli alle strutture caritatevoli. Coloro che oggi saranno colpiti dai provvedimenti di espulsione, sono i più fragili tra i fragili. Una situazione di ingiustizia dopo lo sfruttamento subito». Ed è una storia, questa, che viene da lontano. A livello sociale, da un razzismo italiano strisciante che ora esplode con tutta la sua virulenza. Un razzismo utilizzato a scopi di propaganda dalle forze politiche di sinistra e di destra. La situazione attuale ha origine nella Turco-Napolitano (1998), che ci ha regalato i Centri di permanenza temporanea, quei lager dove abbiamo rinchiuso gli immigrati. Seguita dalla Bossi-Fini che considero immorale e non-costituzionale, perché non riconosce gli immigrati come soggetti di diritto, ma, esclusivamente, come manodopera a basso prezzo da poter rispedire, a tempo debito, al mittente. A queste norme si aggiunge, oggi, quell’orrendo pasticcio giuridico che è il «Pacchetto sicurezza» voluto da Maroni, che decreta l’immigrato un criminale. Il nostro Ministro degli Interni Maroni aveva detto che «bisogna essere cattivi con gli immigrati» ed effettivamente, «il Pacchetto Sicurezza è la cattiveria trasformata in legge», come ha scritto Famiglia Cristiana. Maroni, poi, ha pure dichiarato di voler far costruire una decina di nuovi Centri di identificazione ed espulsione (Cie) ove saranno rinchiusi fino a sei mesi i clandestini. Questa è una legislazione da apartheid, il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. È una cultura xenofoba e razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e del rifiuto dell’Altro. Non posso che condividere quanto ha scritto nel suo manifesto l’Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Italiani: “La barbarie, come ci ricordò Ernesto de Martino, abita presso di noi e dobbiamo additarla alla coscienza pubblica quando si presenta, come ora, allo stadio germinale”. Quell’antropologia, impegnata dalla promessa di ampliare gli orizzonti di ciò che dobbiamo considerareumano, deve denunciare il ripiegamento autoritario, razzista, irrazionale e liberticida che sta minandole basi della coesistenza civile nel nostro Paese, e che rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60anni fa, contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali. Forse anche allora, in molti, pensarono che non si sarebbe osato tanto: oggi abbiamo il dovere di non ripetere quell’errore». Ecco perché è così importante reagire come Università e come studenti universitari. Ma anche come istituzioni, come associazioni, come cittadini. Come missionario vorrei ricordare a tutti che questa pressione migratoria verso il nostro Paese è dovuta, soprattutto, alla tormentata situazione africana: l’Africa è un continente violentato. La condizione di miseria e oppressione, le guerre troppo spesso dimenticate di Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan, Ciad, sospingono migliaia di donne e di uomini a fuggire attraverso il deserto per arrivare in Libia, dove però sono trattati come schiavi, con lunghi anni di lavoro in nero per riuscire a racimolare i soldi (tre-quattromila euro) per la grande traversata. E a migliaia muoiono nel deserto, a migliaia muoiono nel Mediterraneo, decidendo di attraversarlo. Da una ricerca condotta a Lampedusa, Giampaolo Visetti, giornalista de la Repubblica, stima che, dal 2002 al 2008, siano morti nel Mediterraneo, 42.000 persone. Trenta persone al giorno! È una vera Shoah! E qual è la risposta del governo? Chiudere le frontiere e bloccare questa «invasione». E per questo si sono stipulati accordi con la Libia per impedire che le cosiddette carrette del mare arrivino a Lampedusa. Com’è possibile firmare un simile trattato con un Paese come la Libia che dimostra di non avere alcuna considerazione e nessun rispetto per i diritti umanie che tratta in maniera disumana gli immigrati presenti nel suo territorio? La politica dei respingimenti adottata oggi dall’Italia determina ilmandare in prigione o alla morte migliaia di persone originarie dell’Eritrea, dell’Etiopia, del Sudan.
LE VERITÀ TACIUTE
Dobbiamo gridare, con forza, queste verità che emergono ma troppo spesso vengono taciute, a tutta l’Italia, al mondo intero. E mi auguro, soprattutto, che sempre più giovani e studenti possano fare propria questa realtà, sì da poter rimettere in discussione un Sistema (il nostro!) che tratta così barbaramente gli immigrati. Vorrei ricordare a tutti quello che Papa Giovanni XXIII proclamò nell’enciclica Pacem in terris, che c’è oggi un diritto negato, il diritto di emigrare. Molti vescovi africani sono intervenuti con forza sulla questione dei migranti durante il Sinodo dei vescovi per l’Africa (Ottobre 2009): «Gli africani continueranno a venire in Europa - ha scritto il vescovo di Makudi (Nigeria), Avenya - con tutti i mezzi, anche al prezzo di morire nel deserto o per mare, finché l’equilibrio economico ed ambientale fra l’Africa e il resto del Mondo non verrà ristabilito da chi è responsabile, e cioè dall’Occidente». Siamo spesso immemori di essere stati noi «forestieri in terra di Egitto», quando così tanti italiani, oltre al doloroso distacco dalla propria terra, hanno sperimentato l’emarginazione, il disprezzo e l’oppressione. È vero, viviamo un tempo difficile, ma, nonostante tutto, può ancora divenire un tempo carico di speranza nella misura in cui saremo capaci di mettere in gioco la nostra vita per la Vita. ALEX ZANOTELLI - Tratto da: l’Unità

L’ARRESTO DEL BOSS GIOVANNI TEGANO - NEL MARSUPIO TENEVA LA PISTOLA E I SANTINI: Trovate le immagini di San Michele Arcangelo e della Madonna di Polsi. In manette anche 5 fiancheggiatori

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A Giovanni Tegano la frittata mangiata lunedì sera dev’essere risultata particolarmente indigesta. L’anziano boss aveva appena finito di cenare, infatti, quando nell’appartamento al primo piano di uno stabile di contrada “Batia” di Terreti, frazione cittadina alle falde aspromontane, dove si trovava con altri dieci adulti e alcuni bambini, sono piombati i poliziotti che hanno posto alla sua latitanza durata ben 17 anni. Il boss, il cui nome figurava nell’elenco dei “30″, ha cercato di nascondersi in una stanza al buio. Pochi secondi è si è ritrovato con il volto illuminato da una torcia e una pistola puntata contro. Protagonista del blitz un “gruppo di lavoro integrato” coordinato dal capo della mobile Renato Cortese e dal suo vice Diego Trotta e diretto dal sostituto della Dda Giuseppe Lombardo, composto da personale della sezione criminalità organizzata della mobile e dello Sco. Con Tegano, inseguito da una condanna definitiva all’ergastolo rimediata nel processo “Olimpia 1″, sono stati arrestati 5 fiancheggiatori: Carmine Polimeni, 30 anni, genero del latitante; Giancarlo Siciliano, 31; Vincenzo Serafino, 45; Giuseppe Morabito, 47, indicato dagli inquirenti quale capo “locale” di Terreti, proprietario dell’appartamento; Antonino Morabito, 28. Sono finiti tutti in manette con l’accusa di procurata inosservanza di pena. A Vincenzo Serafino è stata, inoltre, contestata la violazione della legge sulle armi: in casa aveva 13 coltelli di grandi dimensioni e di genere vietato. Nessuno ha opposto resistenza. Pasquale Tegano era armato. Nel marsupio teneva una Beretta calibro 6,35 con matricola cancellata, con 4 cartucce nel caricatore e uno in canna, oltre a due caricatori, ciascuno con 7 cartucce, e altre 27 cartucce tutte dello stesso calibro. Con l’arma e le munizioni nel marsupio dell’ultimo grande latitante della guerra di mafia sono stati trovati diversi santini. C’erano le immagini di San Michele Arcangelo, San Cristofaro, della Madonna di Polsi e della Madonna venerata nella parrocchia reggina del quartiere Modena. Lo stabile dov’è stato scovato il boss, composto da due appartamenti, è stato sequestrato. Gli investigatori hanno trovato un impianto di videosorveglianza con 5 microtelecamere installate nei punti di accesso. La cattura dell’ultima primula rossa della ‘ndrangheta è stata il frutto di un lavoro lungo e complesso. I segugi della mobile da tempo avevano fiutato la pista buona. Seguendo i movimenti dei congiunti di Tegano erano riusciti a restringere il campo di ricerca. Negli ultimi giorni l’attenzione si era concentrata su Terreti. Lunedì sera, intorno alle 20, nell’appartamento di contrada “Batia”, nel cuore di un gruppetto di case a poca distanza dal cimitero di Terreti, è giunto Carmine Polimeni. Due ore dopo l’irruzione dei poliziotti e la cattura del superlatitante. Un successo per la Polizia sottolineato dal fiume di complimenti e congratulazioni giunti dalle più alte cariche dello Stato. Attestati che hanno cancellato il brutto episodio degli applausi di familiari e amici del boss alla sua uscita dalla Questura. Una donna rivolgendosi al boss in manette gli ha gridato “Giovannino uomo di pace” scordando che lui deve scontare l’ergastolo ed è stato protagonista della guerra tra De Stefano-Tegano-Libri da una parte e Condello-Imerti-Serraino-Rosmini dall’altra che provocò oltre 600 morti. Un episodio che ha innescato una scia di polemiche e che è stato stigmatizzato dal procuratore Giuseppe Pignatone e dal questore Carmelo Casabona nel corso della conferenza stampa. Il questore ha parlato di episodio “vergognoso”. Sconcerto del procuratore Pignatone che, comunque, ha sottolineato che l’iniziativa era stata di un gruppo di persone: «C’è una stragrande maggioranza – ha detto il magistrato – che è contenta per l’arresto ma non ha voce. È gente che non è abituata a manifestare quello che pensa». Giovanni Tegano da ieri mattina si trova nel carcere di via San Pietro. Ha avuto modo di incontrare i suoi legali, gli avvocati Lorenzo Gatto e Francesco Calabrese. Poi per l’anziano boss si sono chiuse le porte dell’isolamento e ha cominciato a scontare la sua condanna. Paolo Toscano - GDS


Rosarno, 40 arresti per ‘ndrangheta: Carabinieri e polizia stanno eseguendo i fermi contro affiliati del clan Pesce tra la Calabria e la Lombardia

MILANO - Quaranta arresti tra la Calabria e la Lombardia. È l’obiettivo di un’operazione dei carabinieri di Reggio Calabria, in collaborazione con i militari del Ros e la polizia, per l’esecuzione di provvedimenti di fermo emessi dalla Dda reggina contro altrettanti presunti affiliati a una cosca della ‘ndrangheta di Rosarno, quella dei Pesce. Il reato contestato alle persone coinvolte nell’operazione è l’associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata a omicidi, estorsioni e traffico di droga. I carabinieri stanno eseguendo complessivamente 32 fermi, 24 dei quali a Rosarno e in altri centri della provincia di Reggio Calabria, sette in provincia di Milano e uno in provincia di Bergamo. Otto i provvedimenti in carico alla polizia, tutti in provincia di Reggio Calabria.
BENI SEQUESTRATI - Nell’ambito della stessa operazione la Guardia di finanza ha sequestrato beni mobili per un valore di dieci milioni di euro riconducibili ad affiliati alla cosca Pesce. Consistono in società commerciali e in conti correnti bancari e postali.

CALCIOPOLI - SPUNTANO ATTI E ALTRE TELEFONATE INEDITE: Il colpo di scena al processo lo riserva ancora l’accusa al termine di un’udienza fiume. Il pm Stefano Capuano, come la volta scorsa, ha chiesto la parola per annunciare che sono stati depositati in segreteria nuovi atti di indagine

NAPOLI - Il colpo di scena al processo Calciopoli lo riserva ancora l’accusa al termine di un’ udienza fiume. Il pm Stefano Capuano, come la volta scorsa, ha chiesto la parola per annunciare che sono stati depositati in segreteria nuovi atti di indagine. Sul loro contenuto - che sarebbe considerato rilevante - viene mantenuto uno stretto riserbo.

L’UDIENZA - L’iniziativa dei pm Capuano e Narducci giunge a conclusione di una giornata caratterizzata dalla deposizione in aula di un investigatore e del magistrato Cosimo Ferri; nonchè dalle dichiarazioni spontanee rese dall’ex dg della Juventus Luciano Moggi e dall’ex designatore Pierluigi Pairetto, e dall’annuncio di nuove telefonate trascritte dai consulenti di Moggi. Esse riguardano chiamate perlopiù fatte dai centralini di alcune società: Nicola Penta, che da tempo sta lavorando all’ascolto e alla trascrizione delle telefonate “inedite”, e non ritenute significative dagli inquirenti, ha precisato che si tratta di tre telefonate tra il Bologna e l’arbitro De Santis, altre tre tra l’Inter e il designatore arbitrale Bergamo, una tra l’ex presidente dell’Inter Giacinto Facchetti e l’arbitro De Santis, due tra il Parma e i designatori e una, infine, della durata di 42 minuti, tra il presidente del Cagliari Cellino e Bergamo. «Tutti - ha detto Penta - si informavano e tutte le società chiedevano gli arbitri migliori». Sulle telefonate, il pm Narducci è intervenuto per chiarire che «nei faldoni ci sono tutti i cd rom e non solo una parte» e che la difesa, sin dalla chiusura delle indagini preliminari, «è stata in grado di accedere a tutte le intercettazioni».

LE DEPOSIZIONI - L’ispettore di polizia Claudio Salvagno si è soffermato sulla prima fase delle intercettazioni, quelle disposte dalla procura di Torino nel 2004 nell’ambito del caso doping. Tra l’altro, ha parlato dell’influenza che Moggi avrebbe esercitato sulle designazioni arbitrali e in sede federale fino a determinare gli organigrammi della Nazionale con l’ingresso di uomini da lui indicati. Quest’ultimo aspetto, ha spiegato, emerge da una telefonata in cui la moglie del medico della Juventus Agricola dice: «Hanno mandato via Bet e Niccolai perchè Moggi deve piazzare i suoi in Federazione e Carraro è un signorsì, deve comandare Mazzini», quest’ultimo descritto come vicino a Moggi.

MOGGI - Successivamente Moggi e Pairetto hanno chiesto di rendere dichiarazioni spontanee. All’inizio e durante le dichiarazioni, il presidente del Tribunale Teresa Casoria ha invitato l’ex dirigente bianconero «a non fare comizi». Moggi ha affermato, tra l’altro, che i dirigenti potevano scendere negli spogliatoi a parlare con gli arbitri prima e dopo la partita, non come gli addetti agli arbitri, come il milanista Meani, che era «dall’inizio alla fine nello spogliatoio dell’arbitro». Moggi ha descritto Mazzini come «l’ultima ruota del carro, uno che sproloquiava e parlava tanto»; e ha rinnovato le critiche alle dichiarazioni fatte in aula dal colonnello Attilio Auricchio, che ha condotto le indagini.

PAIRETTO - È stata poi la volta di Pairetto: «La Federazione ci spingeva perchè avessimo rapporti con le società in modo da evitare polemiche sui giornali, e anche a dire in anticipo le griglie degli arbitri». «Dire le griglie nei giorni precedenti - ha ricordato - non era una cosa vietata né commentata negativamente dalla Federcalcio».

FERRI - Cosimo Ferri ha risposto alle domande sui rapporti tra l’ex vicepresidente della Figc Innocenzo Mazzini e il presidente della Lazio Claudio Lotito in relazione a un presunto intervento assicurato dallo stesso Mazzini per designare l’arbitro di Chievo-Lazio in modo da favorire la compagine romana, il toscano Rocchi. Ferri, al quale più volte il pm ha mosso contestazioni rispetto a quanto dichiarato nelle indagini, ha fatto alcune ammissioni, ipotizzando comunque che Mazzini (”un giocherellone, che se la cantava e se la suonava”) probabilmente intendeva accreditarsi presso Lotito che era solito lamentarsi per torti arbitrali. Ferri, che ha ricondotto la sua testimonianza a “personali deduzioni”, ha spiegato talune conversazioni col carattere esuberante dei due interlocutori. Ha anche ammesso la circostanza riferitagli da Lotito di “una proposta da bandito” che il numero l della Lazio avrebbe ricevuto dal presidente della Fiorentina Della Valle “per far vincere” i viola nello scontro, poi finito in parità, con la Lazio. «Ma - ha precisato Ferri - non ho assistito a fatti precisi, ho solo interpretato 7-8 telefonate, sono mie impressioni».

APPUNTAMENTO ALL’11 MAGGIO - Si riprenderà l’11 maggio con testimoni, tra gli altri, Carlo Ancelotti e Roberto Mancini.