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MAFIA - Messina, affari col cemento impoverito. Confiscati beni per 50 milioni di euro

I fratelli Nicola e Domenico Pellegrino, legati alla cosca di Giacomo Spatà, avevano imposto una sorta di monopolio nel settore: un giro che garantiva un aumento del capitale fino al mille per cento in pochi mesi

MESSINA - Beni per 50 milioni di euro sono stati confiscati a Nicola e Domenico Pellegrino, imprenditori del calcestruzzo e del movimento terra considerati elementi di spicco di un gruppo criminale affiliato alla cosca messinese di Giacomo Spartà. Secondo la Dia di Messina, i due fratelli hanno lucrato sul cemento impoverito o depotanziato, consolidando una sorta di monopolio nel settore grazie ai loro rapporti mafiosi. Un giro d’affari record, con un incremento del capitale fino al mille per cento in pochi mesi. Dalle indagini sono emerse gravi irregolarità legate alla fornitura di calcestruzzo, in molti casi erogato in misura inferiore rispetto alle quantità previste. Tra i beni confiscati diverse quote societarie, 40 automezzi (camion, betoniere, trattori, fuoristrada, autovetture e moto di grossa cilindrata), due impianti di produzione di calcestruzzo completi di silos, nastri trasportatori ed altri macchinari, 20 rapporti bancari e polizze assicurative per oltre 200 mila euro, 39 immobili (terreni, ville e appartamenti): si tratta della più consistente misura di questo genere mai applicata in provincia di Messina. Ma l’aspetto più inquietante resta che il cemento prodotto negli impianti della Calcestruzzi Messina srl dei fratelli Pellegrino e imposto ai cantieri pubblici e privati della zona sud e nei Comuni della fascia jonica messinese, era depotenziato. L’ingegner Attilio Masnata, il consulente tecnico nominato dai sostituti della Dda peloritana, Angelo Cavallo e Fabio D’Anna. I due magistrati lo scorso autunno avevano depositato la nota preliminare dell’esperto alla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale che ora si è pronunciata sulla confisca dei beni. L’impianto di contrada Badile, nel rione di Santa Lucia sopra Contesse, era stato sequestrato dalla Dia il 24 giugno 2009 insieme a cinque società, appartamenti, ville, terreni, impianti per la produzione del calcestruzzo, camion, betoniere e disponibilità bancarie dei fratelli Pellegrino. Il 23 settembre era seguito un sequestro probatorio negli impianti della Calcestruzzi Messina srl, della Messina Scavi e della Marina srl, dove il consulente tecnico ha potuto esaminare i macchinari e analizzare i campioni di beton, riscontrando “numerose non coformità legate alla natura e ai quantitavivi delle materie prime impiegate rispetto ai dati di qualifica”. In particolare l’ingegner Masnata ha constatato come “per quanto riguarda i calcestruzzi a dosaggio è stato individuato un ammanco sistematico di 20 kg/mc per i prodotti 200/300 e 30 kg/mc per il dosaggio 80, ammanco che si configura come frode commerciale”. Secondo il consulene tecnico, il cemento “impoverito” sarebbe stato proddotto non solo per realizzare insediamenti abitativi privati, ma perfino grandi opere pubbliche come il nuovo approdo di Tremestieri, il cui molo ha presentato dopo pochi mesi vistose crepe. E di calcestruzzo depotenziato si parla nelle intercettazioni telefoniche dei fratelli Pellegrino nell’operazione antimafia “Lux”. da Repubblica

L’INIZIATIVA PARTITA DA MESSINA: DIFFONDIAMO OVUNQUE IL MERAVIGLIOSO GESTO DI PIANTARE GLI ALBERI

MESSINA: LA CITTÀ DEL CEMENTO
ADESSO BASTA! SAREMO NOI CITTADINI A PIANTARE GLI ALBERI
Dopo decenni di mala politica e speculazione edilizia, Messina è l’ultima città anche per il Verde Pubblico (0,4 m2 per abitante – Classifica 2009 del Sole 24ore). Circa quindici mesi fa, cittadini, associazioni, movimenti hanno deciso di portare avanti una forte protesta e proposta attraverso una petizione sintetizzata in tre punti:
1) la creazione di grandi parchi in città attraverso il recupero delle poche aree estese rimaste tra le quali, ad esempio, quelle delle “Cave della Panoramica dello Stretto†o delle aree militari presenti nel perimetro cittadino: Ospedale Militare (Viale Europa), XXIV Artiglieria (Contesse), Marina Militare (Zona Falcata), Brigata Aosta (Bisconte), come già avvenuto, ad esempio, a Bologna con la conversione dell’area militare Prati di Caprara in Parco Pubblico Spadolini;
2) l’individuazione in tutti i quartieri di aree urbane da trasformare in verde attrezzato;
3) la riqualificazione del verde urbano mediante la messa a dimora degli alberi nelle vie sprovviste.

È importante ricordare che ogni anno, nonostante le puntuali proteste, le Amministrazioni sperperano circa 70.000 euro per comprare Alberi di Natale che dopo il 6 Gennaio vengono sistematicamente buttati. Questo è inaccettabile perché le risorse economiche dovrebbero essere usate per piantare nuovi alberi in città ed eventualmente addobbarli (come già si fa, ad esempio, per quelli del Corso Garibaldi o di Piazza Municipio). In più, ed è la cosa più grave, “l’usa e getta†degli alberi è un esempio devastante e anti-educativo soprattutto per le nuove generazioni. GLI ALBERI NON SI BUTTANO, SI PIANTANO. SONO IL SIMBOLO DELLA VITA. SONO VITA! Da oltre due mesi era stato promesso dall’Amministrazione Comunale un incontro pubblico per consegnare le oltre 7.000 firme raccolte e discutere insieme ai cittadini degli impegni concreti che l’Amministrazione stessa avrebbe dovuto assumere. Con pazienza abbiamo aspettato, invano, quest’incontro. Nell’attesa, noi cittadini vogliamo fare gesti concreti:

COMINCEREMO A PIANTARE GLI ALBERI IN CITTÃ, COME QUESTA MATTINA, SENZA ALCUN PERMESSO DELL’AMMINISTRAZIONE, MA CON IL CONSENSO DELLA NATURA! QUESTO E’ UN GESTO DI OBBEDIENZA CIVILE E SPIRITUALE ALLA MADRE TERRA.

Si dice che il solo battito delle ali di una farfalla in Brasile possa cambiare l’ecosistema di quest’altra parte del mondo. Com’è altrettanto vero che dalla Cina o dall’India l’inquinamento arriva fino a noi. Il mondo è un unico e delicatissimo ecosistema: TUTTI abbiamo il diritto / dovere di fare il possibile per preservarlo perché ognuno di noi è custode della Terra. “Pensare globalmente, agire localmenteâ€, per questo piantare un albero ha un valore universale, immenso. Piantare un albero cambia la vita del mondo.
RENATO ACCORINTI

LA SOLIDARIETA’ ALL’INIZIATIVA DA PARTE DI PADRE ALEX ZANOTELLI
Napoli, 26 giugno 2010
Carissimi,
pace e bene!
Piena solidarietà alla vostra iniziativa!
Sappiamo che dall’ alto non possiamo attenderci nulla.
La speranza nasce dal basso, dall’impegno della cittadinanza attiva, nonviolenta come la vostra. Padre Alex Zanotelli

Messina vuole il suo verde. Il gesto-simbolo di Accorinti: “Quando la protesta diventa propostaâ€
E’ stato Renato Accorinti, noto ambientalista messinese, stanco delle mancate promesse da parte dell’Amministrazione Comunale nell’impegno della creazione di spazi verdi nella città, a piantare questa mattina, senza alcun permesso, due alberi a piazza Cairoli in segno di protesta, ma soprattutto di “propostaâ€. Messina si ritrova ad essere, come dimostrato dalla classifica 2009 del Sole 24 ore, l’ultima città d’Italia per il verde Pubblico con 0,4 metri quadri per abitante. Circa quindici mesi fa, cittadini, associazioni, movimenti hanno deciso di portare avanti, attraverso una petizione, tre richieste fondamentali:

1) La creazione di grandi parchi in città attraverso il recupero delle poche aree estese rimaste, tra cui, ad esempio quelle delle Cave della Panoramica dello Stretto o delle aree militari presenti nel perimetro cittadino: Ospedale Militare( Viale Europa), XXIV Artiglieria(Contesse), Marina Militare (Zona Falcata), Brigata Aosta(Bisconte). Un esempio di ciò ne è Bologna con la conversione effettuata dell’area militare Prati di Caprara in parco Pubblico Spadolini.

2)L’individuazione in tutti i quartieri di arre urbane da trasformare in verde attrezzato

3) La riqualificazione del verde urbano mediante la messa a dimora degli alberi nelle vie sprovviste.

Accorinti ricorda come le Amministrazioni “sperperano†circa 70.000 euro circa per comprare degli alberi di Natale che vengono , a termine delle festività natalizie, sistematicamente buttati. “Tutto questo è veramente inaccettabile – dice - le risorse economiche dovrebbero essere adoperate per piantare nuovi alberi per poterli addobbare e cosa ancor più grave creare una politica usa e getta anti-educativa per le nuove generazioni. Gli alberi sono la vita, non si buttano, si piantanoâ€. Dopo oltre due mesi di attesa dalla promessa da parte dell’Amministrazione Comunale di concedere un incontro pubblico, in cui sarebbero state presentate le oltre 7000 firme e in cui si sarebbe discusso insieme ai cittadini degli impegni concreti che l’Amministrazione stessa avrebbe dovuto assumere, i cittadini hanno voluto fare qualcosa di concreto. Quindi Accorinti ribadisce: “Se la risposta da parte dell’Amministrazione per portare avanti questo progetto è l’assoluto silenzio e disimpegno, allora pianteremo alberi in città senza il permesso di questa, ma con il consenso della natura! Questo è un gesto di obbiedenza civile e spirituale della madre terraâ€. Anche un padre comboniano (ALEX ZANOTELLI) ha espresso, sul web, la sua piena solidarietà a questa iniziativa: “Sappiamo che dall’alto non possiamo aspettarci nulla. La speranza nasce dal basso, dall’impegno della cittadinanza attiva e non violenta come la vostraâ€. “La nostra non vuole essere un’azione che vada contro qualcuno o qualcosa – precisa Accorinti - ma solo la possibilità di poter preservare il nostro delicato e unico ecosistema, perché tutti abbiamo il diritto/dovere di farlo, in quanto ognuno di noi è custode di essoâ€. I due alberi sono stati piantati, l’esecuzione si è svolta senza alcun intervento da parte delle Forze dell’Ordine ed è stata emozionante per chi ha visto la manifestazione come un momento di profonda e sentita partecipazione da parte dei cittadini. Roberta Longo - 98CENTO.IT

MESSINA, IL CASO DEL TERZO GEMELLO. CASSAZIONE A SETTEMBRE: Depositate le motivazioni dell’annullamento della precedente sentenza

La pagina processuale del “terzo gemello” si riaprirà a settembre nuovamente davanti alla Corte di Cassazione per il prof. Vincenzo Pugliatti, che oltretutto ha già finito di scontare la sua condanna in affidamento ai servizi sociali. Il 13 maggio scorso la prima sezione penale della Cassazione aveva in pratica rimesso tutto in discussione, adesso è stato fissata la trattazione del caso a settembre. Tecnicamente – ed è un caso che probabilmente non si è quasi mai verificato –, il 13 maggio scorso la prima sezione penale della Cassazione aveva revocato la decisione assunta in precedenza dalla quinta sezione penale della Suprema Corte nell’aprile del 2009 sulla vicenda del “terzo gemello”, decisione con cui erano state confermate le pene inflitte a suo tempo in appello al prof. Pugliatti e alla ginecologa Rita Palermo. Questo perché – ovviamente semplificando –, così come avevano sostenuto nell’ultimo ricorso in ordine di tempo presentato i difensori del prof. Pugliatti, gli avvocati Giuseppe Carrabba e il prof. Franco Coppi (in questo caso un ricorso straordinario), la quinta sezione penale della Cassazione quando si era occupata della vicenda non aveva valutato alcuni motivi del ricorso, motivi attinenti al reato di falso addebitato alla dott. Palermo. Nelle motivazioni che spiegano questo “azzeramento” della prima sentenza della Cassazione, i giudici scrivono che «la omessa considerazione dei motivi del ricorso, che per il loro contenuto presentano carattere decisivo, inficia la validità della sentenza impugnata col ricorso straordinario, risultando il provvedimento carente in parte de qua della motivazione». Quindi i giudici spiegano che ne consegue «la revoca della sentenza, nei confronti dell’imputato e, per l’effetto, la trattazione del ricorso in pubblica udienza». Questo significa che l’intera posizione processuale del prof. Pugliatti in questa vicenda si riapre. Nell’aprile del 2009 la quinta sezione penale della Cassazione aveva confermato la condanna a tre anni e sei mesi al prof. Pugliatti, ex primario del reparto di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale Piemonte, per il reato di falso in cartella clinica, e la condanna a un anno e mezzo per la dott. Rita Palermo. È la vicenda dei coniugi Lo Presti e del loro figlioletto, Antongiulio, nato morto dopo un parto trigemellare all’ospedale Piemonte e mai più ritrovato. Il prof. Pugliatti era originariamente accusato di aver sostituito e occultato cadaveri e falsificato la cartella clinica, per coprire errori nel parto trigemellare della signora Caterina Branca, una sua paziente, avvenuto il 14 luglio del 1997 (accuse cadute in appello). La dott. Rita Palermo, la ginecologa che partecipò al parto, secondo l’accusa attestò contrariamente al vero che Antongiulio, il terzo gemello della famiglia Lo Presti-Branca, sparito al momento del parto, era papiraceo, cioè ormai mummificato per il decesso avvenuto molto tempo prima del parto nel grembo materno, mentre in realtà la morte del feto è stata fatta risalire a pochi giorni prima del parto. In appello, nel luglio del 2008, i giudici inflissero 3 anni e 6 mesi al prof. Pugliatti, e un anno e mezzo alla dott. Palermo. Il prof. Pugliatti fu assolto con la formula «per non aver commesso il fatto» dalle accuse di sottrazione e sostituzione di cadavere, mentre alla Palermo, che rispondeva solo del falso in cartella clinica, furono riconosciute le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla aggravanti contestate. Ad entrambi fu concessa la sospensione condizionale della pena, mentre anche in appello vennero mantenuti pienamente i profili del risarcimento alle parti civili da liquidarsi in sede civile, già statuiti nella sentenza di primo grado dal giudice monocratico Agostino Cisca. In primo grado le condanne furono molto più severe: il prof. Pugliatti fu condannato a 8 anni, vennero inflitti 4 anni alla ginecologa Palermo. Già l’accusa, in secondo grado, aveva chiesto il ridimensionamento della pena a carico del prof. Pugliatti. Era stato l’allora sostituto pg Franco Cassata, nel gennaio del 2008, a chiedere la condanna del prof. Pugliatti e della Palermo a 4 anni di reclusione solo per il reato di falso in cartella clinica, mentre aveva sollecitato l’assoluzione («per non aver commesso il fatto») del prof. Pugliatti dal reato di sostituzione di cadavere. Nuccio Anselmo

MESSINA, SINDACATI DI POLIZIA: APPELLO AI CITTADINI PER “UNA FIRMA PER LA SICUREZZA E LA LEGALITA’â€

APPELLO AI CITTADINI PER: “UNA FIRMA PER LA SICUREZZA E LA LEGALITA’â€. Il 1° luglio 2010 i rappresentanti del Comparto Sicurezza saranno in tutte le piazze delle città italiane per informare i cittadini sulle conseguenze dei tagli sulla sicurezza e chiederanno ai cittadini una firma: CONTRO: • Una manovra che colpisce il diritto alla sicurezza invece che tagliare gli sprechi e far pagare le tasse a tutti; • La riduzione delle volanti per il controllo del territorio; • La chiusura dei Commissariati e delle Stazioni I tagli indiscriminati all’apparato ed agli stipendi (già miseri) di coloro che devono garantire la Vostra sicurezza. PER: • Aiutarci ad eliminare gli sprechi; • Sostenerci nel mantenere un sistema che garantisca efficacemente la Vostra sicurezza; • Per affermare la centralità dello Stato e della pari dignità di ogni cittadino ad avere sicurezza; • La razionalizzazione del sistema, come avvenuto in altri Paesi europei affinché con le stesse risorse si possa garantire un risultato migliore. I sindacati di Polizia della provincia di Messina, per l’occasione presso il centro commerciale di Tremestieri allestiranno dalle ore 17 alle 20 un banchetto informativo dove i cittadini saranno invitati ad apporre una firma di solidarietà.

MESSINA E LA SUA FALSA MORALE: CARI CONSIGLIERI SERRA E CACCIOTTO, SE GUARDASTE NEGLI OCCHI GLI UOMINI, LE DONNE E I BAMBINI ROM DI CUI AVETE TIMORE, FORSE VI VERGOGNERESTE UN PO’…

Il giorno dopo l’insurrezione di Valle degli Angeli contro il trasferimento di cinque-famiglie-cinque rom in ciò che resta delle ex scuola elementare Nicholas Green, l’assessore alle Politiche per l’integrazione, Dario Caroniti, registra senza scomporsi le reazioni a Palazzo Zanca, specie quelle del consigliere Serra a supporto dei concittadini in tumulto, ma fa sapere che il piano andrà avanti. Certo, ci saranno da smussare alcune asperità, come sempre, ma un punto a questa vicenda che riguarda un drappello di famiglie rom-messinesi va posto. E presto. «Una cosa è certa», ci dice Caroniti, «il campo nomadi dalla Zona falcata dovrà scomparire». Ed allora, a bocce ferme o quasi, un’analisi va tratteggiata. A Valle degli Angeli, lungi da noi generalizzare, sappiamo peraltro come le opinioni su trasferimento delle cinque famiglie rom nel quartiere siano tutt’altro che univoche, è andata in scena una protesta vergognosa: blocco stradale e cassonetti sono la tangibile spia di una sommossa per la quale a qualcuno dovrebbe essere presentato il conto, perché si tratta di reati. Diciamo di più: fossimo nelle cinque famiglie rom, i cui bambini vanno a scuola e i cui padri non solo non delinquono ma vivono secondo i nostri “canoni” e palesano un encomiabile desiderio di integrazione, chiederemmo rispetto fino a urlarlo. Vi è una ragione, tra le altre, se preferite una sfida, che dovrebbe inorgoglire Valle degli Angeli in particolare e la città nel suo complesso: l’impegno che hanno assunto i capi di questi nuclei di ristrutturare, con le loro mani, con il loro lavoro, una scuola che il quartiere, e aree limitrofe, ha devastato. A Valle degli Angeli, che è rione ad alta densità delinquenziale, ma dove vivono anche tante famiglie perbene e oneste, dovrebbero dire grazie a quei cinque nuclei rom che il Comune vuol far risiedere alla “Green” fino, tutt’al più, al «31 marzo prossimo», come peraltro ribadito da Caroniti. Come abbiamo avuto modo di registrare, la delibera di Giunta del 25 giugno prevede anche altro: che due nuclei rom vengano trasferiti nella ex scuola elementare di Catarratti e altri due nella a sua volta dismessa scuola “Donato” di Paradiso, uno degli immobili che il Comune si appresta a vendere. Il piano complessivo approntato dall’Amministrazione, sebbene non definitivo, ci appare razionale, dunque condivisibile. Con buona pace di coloro che per difendere il proprio orticello elettorale si ergono a paladini di una presunta convivenza impossibile. Ogni opinione è legittima se civilmente espressa, anche la più speciosa, che si estende a macchia d’olio quando si parla di integrazione di famiglie rom. Il consigliere della Terza circoscrizione Alessandro Cacciotto, nell’ambito di un’ampia nota che focalizza i problemi di Catarratti e Bisconte, afferma che l’integrazione di due nuclei in una zona, appunto quella di Catarratti, che «di per sé si trova già con forti problematiche anche di degrado ed impatto sociale, appare opera assai complessa». Cacciotto manifesta «dispiacere per il modo in cui ha operato l’Amministrazione, che non ha concordato nulla con la Circoscrizione», ed auspica un «incontro urgente per valutare o meno una scelta» che a suo parere «desta non poche preoccupazioni». L’analisi frana allorquando il consigliere Cacciotto afferma di ritenere «che i rom non siano assolutamente da ghettizzare» – stiamo parlando di due-famiglie-due, non duecento – «ma che se di integrazione si deve parlare allora che la si faccia in modo forte» (?,ndr) «perché no pensando magari a immobili diversi che ricadono in vie pressoché centrali della città dove il degrado sociale è certamente minore». Insomma l’equazione è fatta e secondo alcuni obbligata: rom uguale degrado e, di conseguenza, in aree degradate la presenza di rom comporta un innalzamento dei livelli di inciviltà. Quanto al resto, le condizioni in cui versa il torrente Bisconte-Catarratti, la scerbatura e il verde pubblico, il dissesto delle strade dei due rioni, l’esigenza di rimuovere e ripulire i cassonetti della nettezza urbana, l’incuria che caratterizza gli immobili comunali e dell’Iacp, il consigliere Cacciotto ha ragione da vendere. Oltre a un appello all’Amministrazione sarebbe forse opportuno rivolgere un appello anche ai cittadini di queste zone, perché rispettino di più i loro quartieri. FRANCESCO CELI - GAZZETTA DEL SUD

LE CARCERI ITALIANE, TOMBE CON LE SBARRE - UN LENZUOLO INTORNO AL COLLO: TROVATO MORTO IN CARCERE IL MESSINESE MARCELLO MENTO

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Un lenzuolo intorno al collo in una cella del carcere di Giarre, era notte fonda, il suo compagno di sventura si è accorto di tutto solo intorno alle tre. Quando ormai era troppo tardi. L’allarme, poi la corsa in infermeria. Tutto inutile. Si chiamava Marcello Mento, il 17 luglio prossimo avrebbe compiuto 37 anni, doveva scontare ancora poco, nemmeno due anni di reclusione, era un ragazzo messinese che da tempo soffriva di crisi depressive e aveva manifestato tendenze autolesionistiche. Si è suicidato in una cella a Giarre l’altra notte, ed è l’ennesimo detenuto che s’è “annullato” in questi mesi, un altro nome di una lista molto lunga, specchio d’un malessere dell’intero sistema carcerario italiano. Dal maggio scorso era sottoposto al cosiddetto regime di grande sorveglianza, ma come sempre accade il direttore del carcere di Giarre doveva fare i salti mortali per gestire quelle poche unità che ha a disposizione per controllare tutto e tutti, con le celle che scoppiano di gente e i soliti “quattro gatti” tra gli agenti penitenziari a disposizione. La misura della grande sorveglianza prevede in teoria che il detenuto debba essere allocato in una cella speciale, priva di strumenti che gli possano servire a compiere atti di autolesionismo, e controllato 24 su 24 da personale comandato ad hoc. Mento, un passato di tossicodipendenza e alcuni furti alle spalle, niente di molto compromettente comunque, già in passato aveva tentato il suicidio, prima tagliandosi le vene, dopo tentando di impiccarsi, e questo risulta anche dal suo diario clinico. Lunedì pomeriggio, aveva chiesto un colloquio con l’ispettore addetto alla vigilanza, un colloquio che si è comunque tenuto. Lunedì sera «in quanto il detenuto era nervoso, gli è stata somministrata una fiala di Valium». Ma evidentemente ciò non è bastato per tranquillizzarlo. Di notte, il compagno di cella dormiva, ha realizzato il suo progetto d’autodistruzione. Quando l’altro detenuto, un catanese, intorno alle tre della notte tra lunedì e martedì s’è accorto della tragedia, era ormai troppo tardi. Dal canto suo il direttore del carcere di Giarre avrebbe dichiarato che era di fatto impossibile applicare il regime prescritto, poiché ogni notte ci sono solo quattro uomini che devono “dividersi” per 120 detenuti. Ieri i familiari di Mento, tramite il loro legale di fiducia, l’avvocato messinese Domenico Andrè, hanno depositato una denuncia alla Procura di Catania: «Ritengo che vi siano responsabilità di carattere omissivo da parte del personale della casa circondariale di Giarre – ha dichiarato il legale, –, i parenti per mio tramite hanno provveduto a denunciare genericamente i fatti all’Autorità giudiziaria». Nella denuncia si legge tra l’altro «che il detenuto aveva in precedenza manifestato atteggiamenti di tipo autolesionistico, che lo stesso si trovava allocato in cella con altri detenuti, che i detenuti sono controllati costantemente tramite l’agente di polizia penitenziaria addetto al piano» Il fascicolo sulla morte di Mento con un primo rapporto è già sul tavolo del sostituto procuratore etneo Antonella Barrera. Oggi alle 12 nel suo ufficio, a Palazzo di Giustizia, ci sarà il conferimento dell’incarico per gli accertamenti medico-legali sul corpo del povero Mento. Nuccio Anselmo - GDS