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MESSINA, LA MORTE DI FEDERICO FRANZA: CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE PER I SETTE MEDICI

La Procura ha chiesto l’archiviazione per i sette medici che hanno avuto in cura il piccolo Federico Franza, figlio dell’imprenditore Vincenzo Franza e di Ivana Silvestro stroncato da meningite fulminante nell’ottobre del 2009. I sette sanitari iscritti nel registro degli indagati dal sostituto procuratore Maria Pellegrino (sei medici del Policlinico che hanno avuto il cura il bambino nel suo iter clinico ed il pediatra della famiglia Franza), secondo quanto emerso dalle indagini, non avrebbero responsabilità in quella che, agli occhi della Magistratura, sembra sempre più una tragica fatalità. La meningite fulminante, infatti, avrebbe reso vani gli sforzi del personale sanitario del polo ospedaliero di viale Gazzi. Fatto, questo, confermato anche dalla scelta della famiglia Franza di non sporgere denuncia contro i medici del Policlinico. da 98cento.it

MESSINA E LA RIBELLIONE PER IL TRASFERIMENTO DELLE FAMIGLIE ROM - CARO SINDACO BUZZANCA, NON SONO ANTONELLO CAPORALE E NICHI VENDOLA CHE DEVI QUERELARE: SONO QUESTI I CITTADINI CHE CI FANNO VERGOGNARE DI ESSERE MESSINESI

rom copia

UNA IMMAGINE DELLA ‘RIVOLTA’ DI IERI POMERIGGIO

Sfocia in protesta l’imminente trasloco dei rom in alcune strutture comunali cittadine. Con tanto di blocco stradale e cassonetti dati alle fiamme. Clima incandescente, ieri pomeriggio, all’esterno della ex scuola elementare Nicholas Green. A tal punto che si è reso necessario l’intervento dei carabinieri per placare gli animi. Decine di abitanti della zona, tra cui donne, bambini e anziani, hanno manifestato contro Palazzo Zanca. Indice puntato verso la delibera di Giunta di venerdì scorso, che ha stabilito, tra le altre cose, il trasloco di cinque nuclei familiari dal campo rom di San Raineri al plesso di Valle degli Angeli. Una struttura abbandonata da anni e che, nell’ambito del cosiddetto progetto di autocostruzione dell’amministrazione comunale, dovrebbe essere recuperata anche grazie al contributo di alcuni degli ex abitanti del campo “Fatima”. Alla Nicholas Green sono state destinate 19 persone, tra cui 10 minori di età compresa tra i 3 e i 4 anni. Dovranno “rimettere in sesto” un edificio ridotto in condizioni pietose, ormai in preda ai vandali e luogo di ritrovo di tossicodipendenti. In cambio dell’ospitalità, dovranno mettere a disposizione la manodopera. Evidentemente, però, la loro permanenza in questa area della città non è gradita. Secondo i residenti di Valle degli Angeli, la presenza della comunità rom nel rione non farà altro che alimentare i problemi di sicurezza. Da qui le decisione di scendere per strada e manifestare, prima dell’effettivo arrivo degli ospiti. I rom dovranno occuparsi, in particolare, della pulizia interna ed esterna della scuola e della sistemazione delle porte. Porte che da tempo sono state divelte, consentendo così l’accesso indisturbato a numerosi balordi. Sul vergognoso episodio di ieri è intervenuto stizzito l’assessore comunale all’Integrazione multietnica, Dario Caroniti. L’esponente della Giunta Buzzanca ha sottolineato che “non si può pensare di darla vinta ai facinorosi con simili atti di vandalismo”. «Accetto la protesta - ha aggiunto - ma con toni civili e pacati. Inoltre, tengo a precisare che è improrogabile la data del 31 marzo 2011 come termine ultimo della loro permanenza nella scuola». Caroniti ha poi affermato che non è affatto scontato che i rom rimangano nella struttura fino alla data indicata. La soluzione migliore sarebbe riuscire a reperire altre sistemazioni anzitempo. Anche perché l’obiettivo dell’amministrazione cittadina è quello di recuperare la Nicholas Green attraverso i fondi PON per la sicurezza, restituendola così alla collettività messinese. Oltre al plesso di Valle degli Angeli, la delibera di Giunta del 25 giugno ha individuato altri due edifici in cui ospitare temporaneamente i rom. Si tratta della ex scuola elementare di Catarratti, dove andranno a vivere due famiglie, e della scuola Pietro Donato di Paradiso, dove troveranno sistemazione 4 nuclei familiari. Come precisato da Caroniti, a differenza della Nicholas Green, in questi due plessi i rom non dovranno effettuare interventi in “autocostruzione”. Resta, in ogni caso, il problema del trasferimento definitivo degli abitanti del campo di San Raineri. Le ipotesi più accreditate restano quelle dell’ex macello di Castanea e dell’ex asilo nido di Camaro. Negli ultimi tempi sono stati lodevoli gli sforzi di Palazzo Zanca per migliorare l’inserimento dei rom in città. Si pensi al loro coinvolgimento nella pulizia e nella scerbatura della villa Sabin e delle aiuole intorno al viale Gazzi, nei pressi dello svincolo autostradale.

TRUFFE ALL’ASL DI LOCRI: QUESTI I NOMI DEI DODICI RINVIATI A GIUDIZIO

Dodici rinvii a giudizio e un’assoluzione. La decisione è stata adottata dal gup Santo Melidona a conclusione dell’udienza preliminare del procedimento sulle truffe nelle forniture all’Asl di Locri. Dovranno comparire davanti alla seconda sezione del Tribunale di Reggio Calabria, nell’udienza del 24 novembre prossimo, Pasquale Rappoccio, rappresentante dell’impresa di forniture mediche Medinex; i fratelli Angelo e Filippo Turano, 56 e 54 anni, reggini, rispettivamente amministratori della Attimed Sas e Ti. Medical Sas; Maurizio Marchese, 64 anni, di Chiaravalle, direttore amministrativo pro tempore dell’ex Asl di Locri; Antonio Scopelliti, 70, di Locri, e Antonio Milasi, 71, di Reggio, rispettivamente direttore del dipartimento di chirurgia e dirigente amministrativo dell’Asl 9; Giuseppe Martelli, 57, di Portigliola, responsabile del servizio cardiostimolazione della divisione di Cardiologia di Locri (Milasi e Martelli erano accusati di corruzione); Marta Minarova, 36 anni, socia accomandataria della Ti.Medical Sas; Monica Lukacovicova, 37, slovacca, socia accomandataria della Attimed Sas; Nunzio Papa, 58, di Siderno; Marcello Maria Iannacci, 46, di Galliera (Bologna); Renato Ussia, 50, di Stilo. Il gup ha, infine, assolto Rosalba Turano, 50 anni, altra socia accomandataria della Ti. Medical Sas. l’unica imputata che ha scelto l’abbreviato per definire la sua posizione processuale. Per lei i pubblici ministeri Mario Andrigo e Marco Colamonici, concludendo la requisitoria, avevano chiesto l’assoluzione, così come avevano chiesto il rinvio a giudizio degli altri dodici imputati. Nella discussione sono intervenuti gli avvocati Carlo Morace, Emidio Tommasini, Rocco Zoccali, Nico D’Ascola, Antonio Russo, Antonio Mazzone, Natascia Sarra, Giuseppe Mazza, Sandro Furfaro, Giulia Dieni. Tutti hanno sostenuto l’inconsistenza delle accuse e hanno concluso chiedendo il proscioglimento dei rispettivi assistiti. Il processo nasce dall’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza, con il coordinamento della Dda, che aveva accertato un buco da 2 milioni prodotto nell’ambito delle forniture all’Asl di Locri tra il 2003 e il 2005. Nell’aprile del 2007 l’inchiesta aveva provocato un mezzo terremoto, con l’arresto di sei tra medici, dirigenti e imprenditori. L’inchiesta si era allargata e si era registrato il coinvolgimento di altri personaggi, come Pasquale Rappoccio, ex presidente della squadra di pallavolo Medinex, e il deputato della Margherita Maria Grazia Laganà. Nell’agosto dello scorso anno il filone d’indagine che vedeva coinvolta la parlamentare del centrosinistra era stato trasmesso alla procura del Tribunale di Locri. L’inchiesta si era occupata di una fornitura di presidi sanitari all’ospedale di Locri avvenuta quando Maria Grazia Laganà ne era vice direttore sanitario. Il trasferimento degli atti d’indagine a Locri era stato determinato dalla mancata contestazione di aggravanti o di delitti che rientrano nella competenza funzionale della Direzione distrettuale antimafia. Di qui la decisione di trasmettere il fascicolo alla procura ordinaria competente per territorio. Paolo Toscano - GDS

CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA: MARCELLO DELL’UTRI CONDANNATO A 7 ANNI. PUBBLICHIAMO IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA

PALERMO - Il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di reclusione dai giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado al parlamentare del Pdl erano stati inflitti nove anni di reclusione. Il collegio presieduto da Claudio Dall’Acqua, a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare, era riunito in camera di consiglio da giovedì scorso. Il pg Nino Gatto, a conclusione della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna dell’imputato a 11 anni. Al momento della lettura della sentenza il senatore del Pdl non era presente in aula a Palermo: Dell’Utri è infatti rimasto a Milano.
NOVE ANNI IN PRIMO GRADO - In primo grado Dell’Utri era stato condannato a nove anni di reclusione. In quel caso primo grado i giudici del tribunale rimasero in camera di consiglio, per emettere la sentenza di condanna a nove anni di carcere, per 13 giorni: un record. Entrarono in consiglio dopo le ore 13 del 29 novembre 2004 ma avvertirono che l’uscita dalla camera di consiglio sarebbe stata annunciata 24 ore prima. Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, lesse la sentenza l’11 dicembre poco dopo le 10.

FORZA MAFIA
ROMA - La sentenza della seconda sezione penale della corte d’appello di Palermo nei confronti del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri sigilla la chiusura ufficiale del “secondo atto” di uno dei processi più seguiti negli ultimi anni nel nostro Paese. Il processo. Istruito a Palermo nel 1997, il processo di primo grado si concluse l’11 dicembre del 2004, dopo 257 udienze, con una sentenza di condanna a 9 anni di reclusione (il sostituto procuratore generale, Nino Gatto, ne ha chiesti 11) che indicava il senatore come un uomo a metà strada fra il mondo della ricca finanza milanese e i più efferati contesti legati a Cosa Nostra. L’appello è iniziato nel 2006. Dell’Utri, Mangano e Cosa Nostra. A tirare in ballo il nome di Dell’Utri era stato il pentito Salvatore Cancemi già nel 1994, parlando di un altro personaggio che gravitava nell’orbita del Cavaliere sin dai primi anni ‘70: Vittorio Mangano. Questi, ufficialmente stalliere nella residenza di Berlusconi ad Arcore, era in realtà un vero e proprio “uomo d’onore” ben conosciuto negli ambienti mafiosi palermitani, portato a Milano alla corte del premier proprio dal senatore. Ma quello con Mangano non era l’unico contatto dell’esponente del Pdl con personaggi di spicco di Cosa Nostra. Stando alle dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Nino Giuffrè, Dell’Utri avrebbe avuto rapporti di amicizia anche con storici capimafia come Gaetano Cinà e Stefano Bontade, facendo da vera e propria “cerniera fra potere mafioso, politico ed economico”. Il progetto Forza Italia. La mafia, in particolare, lo avrebbe usato fin dagli anni ‘70 come tramite per entrare a pieno titolo in grandi affari edilizi del nord come Milano 2. L’accusa ha inoltre sempre puntato il dito contro il rapporto fra Dell’Utri e i boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano. Questi contatti, riconducibili ai primi anni ‘90, sarebbero stati finalizzati a dettare le più importanti linee guida del progetto politico di Forza Italia, fondato proprio in quegli anni.

IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
Questo il testo integrale del dispositivo della sentenza emessa dalla seconda sezione penale della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall’Acqua, nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri. ‘Visti gli articoli 150 cp, 530, 531 e 605 ccp; in riforma della sentenza del tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 appellata da Cinà Gaetano e Dell’Utri Marcello e incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo - si legge nella sentenza - si dichiara di non doversi procedere nei confronti di Cinà Gaetano, in ordine ai reati ascrittigli perchè estinti per morte del reo. Assorbita l’imputazione ascritta al capo A della rubrica di quella in cui al capo B, assolve Dell’Utri Marcello, dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoche successiva al 1992, perchè il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione. Conferma nel resto l’appellata sentenza. Condanna - proseguono i giudici - Dell’Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di esse in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica - conclude la sentenza - in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione’.

BARCELLONA P. G. - L’INCHIESTA SULL’IPAB NICOLACI-BONOMO, EMESSI CINQUE AVVISI DI GARANZIA: A tesoriere, ex presidente e tre commissari. I NOMI. Contestato il mancato versamento dei contributi

Il sostituto procuratore Francesco Massara ha concluso la prima “tranche” dell’inchiesta giudiziaria condotta della Guardia di finanza sullo scandalo nella gestione dell’Ipab, l’Opera Pia Nicolaci - Bonomo. Il magistrato inquirente che ha diretto le indagini coordinate sul campo dal tenente Pasquale Danese ha emesso contestualmente alla chiusura di questa prima parte di accertamenti giudiziari, cinque avvisi di garanzia nei confronti di soggetti coinvolti nella gestione dell’ente morale dal febbraio del 2005 fino al maggio dello scorso anno. Agli indagati si contesta il mancato versamento – negli ultimi cinque anni – delle ritenute previdenziali e assistenziali operate nei confronti dei dipendenti che hanno lavorato nell’Ipab, anche quando non sono stati pagati. I militari della Tenenza della Guardia di finanza di Barcellona, hanno notificato ieri cinque diverse informazioni di garanzia nei confronti del segretario tesoriere, il dottor Mariano Cangemi, 56 anni, originario di Barcellona già dipendente dello stesso Comune, che ha continuato a rivestire l’incarico nell’Ipab nonostante l’avvenuto trasferimento al Comune di Milazzo dove riveste allo stesso tempo l’incarico di funzionario. Cangemi, (difeso dall’avv. Antonino Granata) è colui che figura quale indagato costantemente in tutte le 24 contestazioni mosse dalla Procura, tante quante sono state le lettere dell’alfabeto che si sono rese necessarie per elencare negli avvisi di garanzia i singoli episodi. Gli avvisi di garanzia hanno raggiunto anche l’ex presidente dell’Ipab, il commercialista Rodolfo Fiumara, 52 anni di Barcellona (difeso dall’avv. Pinuccio Calabrò) per il periodo dal febbraio del 2005 al gennaio del 2008 e ben tre commissari straordinari nominati negli ultimi due anni dalla Regione siciliana e che si sono avvicendati ai vertici dell’ente morale che aveva solo il compito di assistere i minori poveri della città. Si tratta del commissario straordinario Antonino Proetto, 57 anni di Nicosia; di Patrizio David, 48 anni di Polizzi Generosa, tutti funzionari regionali e del messinese Martino Russo, 52 anni, già esperto in quota Udc alla Regione siciliana. I tre commissari sono difesi d’ufficio dagli avv. Antonino Genovese, Maurizio Crimi e Domenico Siracusa. Il reato contestato ai cinque indagati è quello previsto dall’art. 2 comma primo bis del Dl n. 463 del 1983, convertito in legge n. 638 del 1983. Il mancato versamento delle ritenute previdenziali all’Inps ed assistenziali all’Inail, non ha permesso ad alcuni dipendenti di avere riconosciuta la pensione e per questo sono dovuti restare in servizio oltre i tempi maturati e nonostante da almeno due anni non percepiscono salari e stipendi. Quella conclusa ieri con la notifica dei cinque avvisi di garanzia, è solo la prima parte che riguarda la salvaguardia dei diritti dei lavoratori che fino adesso sono stati calpestati da una discutibile gestione. Non è un caso che poche settimane addietro ai dipendenti che ne avevano necessità è stata fatta firmare una busta paga senza che agli stessi fosse consegnata alcuna remunerazione. Ciò ha provocato anche la dura reazione del segretario della Cgil Salvatore Chiofalo che ha parlato di inaudita irregolarità ai danni di chi ha bisogno di lavoro e dei legittimi compensi. Una seconda tranche dell’inchiesta riguarderebbe più in generale gli aspetti legati alla gestione dell’immenso patrimonio immobiliare affidato - senza gare ad evidenza pubblica - a privati in cambio della semplice dichiarazione di una futura ristrutturazione i immobili di inestimabile valore. Molti di questi beni sono stati affidati a familiari di boss della mafia ed a personaggi che hanno favorito l’organizzazione criminale locale. Basti pensare che nell’ente fino ad alcuni anni addietro aveva lavorato come dipendente la defunta moglie di uno dei più spietati boss che la storia di mafia di Barcellona ricordi. L’inchiesta della Guardia di finanza ha preso avvio con le otto perquisizioni domiciliari effettuate il 13 luglio dello scorso anno nelle rispettive abitazioni dei due indagati principali, Cangemi e Fiumara. Una perquisizione fu effettuata anche negli uffici del Comune di Milazzo dove lavora Cangemi. Sequestrati file e documenti. Il Tdr respinse il ricorso degli indagati che chiedevano la restituzione degli atti. C’è da dire che il commissario straordinario Martino Russo ebbe il coraggio di allontanare il 28 luglio di un anno fa il segretario Mariano Cangemi rimesso in sella dal successivo commissario Antonello Provenzano che ancora si trova ai vertici dell’Ipab. Leonardo Orlando - GDS

DOPO UN’ OPERAZIONE DI NOVE ORE: E’ MORTO L’ATTORE PIETRO TARICONE

TERNI - Pietro Taricone è morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Terni, dopo un’operazione durata più di nove ore. Il decesso è stato provocato da improvvise complicazioni. Nel primo pomeriggio di lunedì l’ex concorrente del primo Grande Fratello era rimasto gravemente ferito dopo un lancio con il paracadute dall’aviosuperficie di Terni. Rianimato sul posto da personale del 118 dopo avere subito un arresto cardio-circolatorio, era stato trasferito in ospedale dove i medici hanno riscontrato diverse fratture, in particolare alle gambe e al bacino. L’attore aveva anche traumi alla testa e all’addome, con emorragie «importanti». L’intervento ha permesso di risolvere il problema legato alle perdite di sangue e di ridurre le fratture, ma poi la morte è arrivata senza che Taricone avesse mai ripreso conoscenza. Fino all’ultimo gli è rimasta accanto la compagna, l’attrice Kasia Smutniak, che si era lanciata con il paracadute poco dopo di lui dallo stesso aereo. Taricone lascia una figlia di sei anni.