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MESSINA E LA SUA MEMORIA SOLTANTO PER I POTENTI - LA CASA DI PASCOLI ABBANDONATA E NEL DEGRADO: È necessario promuovere il restauro di un’abitazione che è ricca di memoria e potrebbe diventare un museo

Il poeta dimenticato. La magione ove compose i suoi versi, dai balconi della bella vista, ora è negletta e covo di ratti, abbandonata, polverosa e illuminata da splendidi raggi lucenti e ragnatele. Sono tristi macerie letterarie del tempo inclemente e dell’oblìo. Palazzo Sturiale di via Risorgimento al numero 162, una mattina d’estate, edificio “triste e inabitato” in centro di città, cadenti i muri e disadorno il resto, fregi antichi e prestigiosi scorticati e bruciati, inferriate d’epoca insicure e rugginose, archi d’arredo venati di crepe, tavolacci che sbarrano inchiodati la vista dai balconi e serrano i porticati. Perfino anime in pena e in vendita entrano ed escono per incontri fugaci. Lì dove albergò la poesia oggi si scambiano i corpi. La Casa di Giovanni Pascoli. È ridotta una latrina. Lui scrisse all’indomani del terremoto del 1908: «Una potenza nascosta d’onde ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia». Ma la poesia non abita più lì, non interessa più alcuno, l’hanno abbandonata, è come se qualcuno in quel luogo continuasse ogni ora che passa a stracciare i suoi versi, a cancellare le sue parole. Lì, da quella casa, appena giunto per insegnare all’Università, era il 1898, il poeta disse «bella vista… dalla cucina si vede il Forte Gonzaga sui monti… dall’altra finestra il mare su l’Aspromonte». Lì, in quella casa, Pascoli scrisse d’aver trascorso, dal gennaio del 1898 al giugno del 1902, «i cinque anni migliori e più operosi, più lieti, più raccolti, più sorridenti di armonie della mia vita». Eppure oggi, a distanza di tanti anni da quegli eventi così prestigiosi per la nostra città, nulla ricorda quella stagione felice del poeta se non quella bella lastra marmorea posta in occasione del centenario del terremoto per benemerita iniziativa del comitato “Cento messinesi per Messina 2mila8″. Lì fu la seconda residenza messinese di Pascoli dopo il primo periodo, trascorso in via Legnano al numero 66. In qualsiasi altro luogo di questo mondo farebbero l’inumane cose per ricostruire i luoghi del poeta, per restaurare quella casa oggi stamberga, per ricreare con coerenza gli arredi e gli oggetti del tempo, per lasciare finalmente aperte sul suo scrittoio le pagine dei suoi libri, per appendere ai muri della memoria i suoi dagherrotipi peloritani che lo ritraggano sorridente e austero, felice e sereno. Le foto che lui stesso scattò. Invece domina il nulla. E non è soltanto una questione di “turismo”. Una Casa Pascoli a Messina costituirebbe certamente un tassello in più per chi viene a farci visita. Ma non è soltanto questo. È anche quella necessità da tutti dimenticata di riannodare quella memoria interrotta che contribuisce a creare un unico sentire collettivo, che consente a tutti l’orgoglio di una città che ha conosciuto tempi di grande prestigio, che può sollecitare finalmente verso la volontà di tutti per ricreare i fasti sconosciuti a molti. Palazzo Sturiale di via Risorgimento, un tempo elegante, dovrebbe essere sottoposto a un globale intervento di restauro, e l’occasione potrebbe essere data proprio da Casa Pascoli, bisognerebbe cominciare da lì per riportare ad uno splendore ormai cancellato un luogo letterario e urbanistico importante. Che bellezza sarebbe poter visitare la casa che il grande poeta scelse a Messina, così come oggi si può passeggiare per i corridoi di Casa Leopardi, così come oggi si può camminare tra le stanze di Casa Gozzano o di Casa Pirandello. Da più parti in questi anni sono giunti appelli, idee, proposte per restaurare la casa del poeta. Ma non si è concluso nulla. Anche noi ci associamo a questo moto dell’animo, a un probabile manifesto di intellettuali, a un prossimo comitato, per sollecitare e per gridare in qualche modo che non si può lasciare abbandonata una testimonianza così importante. E per favore non veniteci a dire con la solita tiritera nel “non fare” che ci sono cose più urgenti e importanti. NUCCIO ANSELMO - GDS


Quella lunga stagione che fu intensa e feconda di versi e studi danteschi

In quei suoi cinque anni messinesi Giovanni Pascoli insegnò Letteratura Latina nella nostra Università. In quel periodo riuscì finalmente a completare i “Poemetti” e i “Canti di Castelvecchio” e scrisse alcune tra le sue più celebri liriche come “L’aquilone”, e “Le ciaramelle”, si dedicò ai saggi danteschi. Questo solo per citare soltanto alcuni versi del suo corpus, cui si dedicò con intensità mentre sedeva sui balconi della bella vista della sua casa peloritana. Nelle sue vicende private c’è una pagina altrettanto significativa, che avrebbe potuto condurlo fino al matrimonio, una svolta che non avvenne forse per la sua eccessiva riservatezza. Proprio passeggiando in questi luoghi ora abbandonati il poeta romagnolo conobbe e s’invaghì d’una sua studentessa, un’allieva dei suoi corsi universitari di Letteratura Latina, che poi a distanza di parecchi anni raccontò tutta la vicenda. Era il 24 gennaio del 1898 quando nell’aula magna dell’Università di Messina il prof. Giovanni Pascoli iniziò ufficialmente il suo cammino di docente di Letteratura Latina con una prolusione dal titolo “Iter Siculum”. Del suo intenso periodo in città s’è occupato di recente lo studioso Sergio Di Giacomo, che presto pubblicherà sulla “Rivista Pascoliana” il frutto dei suoi studi per questa pagina di vita, per certi versi ancora da scoprire. Pascoli accettò inizialmente la nomina con qualche riserva («Mi sento destinato a Messina: grande piacere! ma quale responsabilità! Quanta spesa! Che spostamento!»), scrivendo in una lettera alla sorella Ida spedita da Messina il 25 gennaio 1898: «Dunque siamo a Messina, città che per molte cose ricorda Livorno, ma non per la nettezza delle strade e per la lingua. Io non capisco niente di quello che dicono questi messinesi… Il vitto è caro, esclusi però il pane e il sale … Lo Stretto è bello e l’aria è buona sebbene molto scirocchevole. Però umidità non ce n’è punta». Invece quegli anni – ricorda Di Giacomo –, rappresentarono un’occasione di riscatto professionale di fronte ai suoi tanti detrattori, tanto da avere definito quel periodo «i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita», pur avendo anche parlato, in momenti di delusione, di «questa solitudine rabbiosa di Messina», una «solitudine più assoluta e trappistica che si possa credere» ed essersi così lamentato: «La sera non ho nemmeno un goccio di vin buono, per non cadere di malinconia. Sempre acqua! Piove sempre, voglio dire, e il vino di Messina è pessimo e dannoso». Fu in città infatti che la sua ispirazione poetica «trovò grande giovamento». Sul Pascoli messinese hanno scritto tra l’altro i docenti Giuseppe Rando e Gianvito Resta, quest’ultimo autore di uno dei primi studi sul soggiorno a Messina del poeta. Il giornalista e scrittore Giuseppe Longo in un suo racconto descrive per esempio Pascoli sul viale San Martino con il suo cane Gulì, mentre si dirigeva all’Università. (n.a.)

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