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MESSINA, L’INCHIESTA SUL ‘DETECTIVE’ - L’INTERCETTAZIONE: MELITTA GRASSO, “REGALI” E NON TANGENTI

MESSINA - Melitta Grasso (moglie del rettore Tomasello) intercettata sull’utenza telefonica e in auto scopre agli inizi del 2008 che c’è una denuncia a suo carico da parte di Daniela Corio: “Daniela è andata a dire che io pigliavo soldi, tangenti. Che sono sul libro paga. Maledetto mondo! Ma dico deve essere una ditta di deficienti, perchè una ditta che era sola, che mi dovevano passa.., certo a Natale mi hanno sempre mandato un bel cesto”, dice il 15 febbraio del 2008 ad una donna non identificata. Quest’ultima di rimando risponde: “Anche a me”. “Eh però tu non è tangente, per me era tangente”, ribatte Melitta. Il 3 Febbraio del 2008 Melitta è in auto con la figlia Chiara: “Ma io non so se tu pensi che ora…dice c’è una denunzia sempre di questa p…. della Corio, che va dicendo che io ero pagata dalla ditta, ogni mese ero pagata dalla ditta, dico…non ci crede nessuno”. Michele Schinella - Centonove del 29-10-10

MESSINA, L’INCHIESTA SUL ‘DETECTIVE’ - INDAGATI ECCELLENTI, LA LISTA SI ALLUNGA: SUL REGISTRO DEGLI INDAGATI L’EX DIRETTORE DELL’INPS QUATTRONE E IL CONSIGLIERE COMUNALE DEL PD BARRILE. GLI ALTRI NOMI

MESSINA - Sessantuno capi di imputazione per 21 persone. E non è finita. L’avviso di conclusione delle indagini nate dalle denunce di Daniela Corio, infatti, non esaurisce il novero delle persone coinvolte nella vicenda. I due magistrati Ada Merrino e Adriana Sciglio a distanza di anni dalle indagini, nel notificare l’avviso di conclusione delle indagini, hanno infatti disposto l’iscrizione nel registro degli indagati di altri personaggi eccellenti. Dovranno così attendere l’esito delle indagini a loro carico Emila Barrile, consigliere comunale del Pd e Carmelo Pinto Vraca: da alcune intercettazioni risulta che avevano chiesto in maniera non regolare assunzioni. Sul registro degli indagati è finito anche l’ex direttore dell’lnsp di Messina Giuliano Quattrone, indagato per abuso d’ufficio e falso. Quattrone quando scoppiò la guerra all’interno della società ll Detective, titolare in proroga della vigilanza nelle sedi lnps della Provincia di Messina, attese la scadenza della proroga dell’appalto e piuttosto che fare una nuove proroga, l’assegno per quattro mesi alla società Ksm finchè non bandì una nuova gara d’appalto. Complicata la posizione di Santi Gentile, personaggio misterioso apparso sul palcoscenico della vicenda, negli ultimi mesi: è accusato di tentativo di truffa e di corruzione. Tra gli indagati figurava anche il commercialista Salvatore Cacace, padre di Piero, denunciato dalla nuora Daniela Corio: era indagato per calunnia. Per lui i pm, hanno deciso di chiedere l’archiviazione. Così come per Grazia La Malfa, funzionario della Prefettura, inizialmente iscritto sulla base di una telefonata che Daniela Corio registrò e podò alla Guardia di Finanza. MICHELE SCHINELLA - CENTONOVE DEL 29-10-10

L’INCREDIBILE STORIA DEL BANCARIO DI CAPO D’ORLANDO DIVENUTO CLOCHARD: Fabrizio Ingemi sino ad aprile era a Lampedusa. Ora l’interrogatorio

L’eco dell’arresto di Fabrizio Ingemi è destinata a sentirsi a lungo anche per gli scenari che si apriranno con gli interrogatori dell’ex bancario. La conferenza stampa svoltasi a Messina non ha fatto piena luce né sulle fasi della cattura né sugli otto mesi di latitanza: 243 giorni durante i quali il vice questore Marcello Castello e gli uomini del commissariato hanno battuto ogni pista, concentrando gli sforzi investigativi non solo sulla ricerca del latitante ma anche sulla ricostruzione degli intricati ingranaggi di conti corrente e movimenti bancari. Il certosino lavoro svolto dalla polizia orlandina ha permesso così di risalire alla stratosferica cifra della truffa, sei milioni di euro circa, e soprattutto ha aperto la maglia consentendo alle vittime di denunciare gli ammanchi, portando di fatto all’emissione del mandato di cattura. Col passar dei giorni certamente sarà più chiara la situazione ma già è possibile tentare di ricostruire il puzzle sugli otto mesi di latitanza di Fabrizio Ingemi. Ciò che è certo, stando alle intercettazioni del cellulare ed al biglietto del traghetto acquistato dal trentanovenne messinese, è che Ingemi dopo la fuga si è rifugiato a Lampedusa, dove è rimasto fino ad aprile. In primavera, infatti, avrebbe incrociato sull’isola alcune persone di Capo d’Orlando e l’episodio l’avrebbe turbato non poco, nel timore di essere riconosciuto. Una persona che tiene nascosto un vero e proprio tesoro si sarebbe potuta rifugiare in qualunque località sperduta ed invece Ingemi, forse già a secco di quattrini, decide di tornare ad Agrigento. Qui chiede asilo presso la mensa della solidarietà gestita dalla comunità missionaria Porta Aperta, struttura che da anni offre assistenza. Dorme nel gazebo di via Cavour allestito proprio per dare rifugio ai clochard ed addirittura sembra convertirsi all’opera di volontariato. Col passare delle settimane Ingemi avrebbe stretto amicizia con un giovane disoccupato del posto che, ignaro, gli avrebbe offerto ospitalità. Troppo eccentrico e bizzarro, però, Fabrizio Ingemi, per passare inosservato come uno dei tanti senza tetto. Giuseppe Romeo

MESSINA, LA STORIA DELL’INCHIESTA - IL TRIBUNALE DEL RIESAME (NEL GENNAIO ‘09) SUL RETTORE TOMASELLO: ‘DISVALORE MORALE’, ‘OSTINATO NELLA CONDUZIONE CLIENTELARE DELLA PROPRIA CARICA’. GLI ‘IMBARAZZANTI RAPPORTI’ TRA MELITTA E BONANNO’…

«Pervicacia». Oppure «allarmante ostinazione manifestata dall’indagato nella conduzione clientelare della propria carica». E ancora «pericolosa quanto diffusa inclinazione alla rimozione assoluta del disvalore morale insito nelle condotte in esame ed alla sua sostituzione con un atteggiamento di compiaciuta, disinvolta ed opportunistica solidarietà rispetto al beneficiario dell’abuso, che poco giova al prestigio e all’autorevolezza dei pubblici uffici coinvolti i simili dinamiche». Scrivono così i giudici del Tribunale del Riesame nel provvedimento con cui hanno confermarono la sospensione per due mesi dalle funzioni del rettore Franco Tomasello, indagato per abuso d’ufficio perché avrebbe favorito l’assunzione, come dirigente di Medicina del lavoro al Policlinico, dell’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno (Forza Italia). Un provvedimento di trenta pagine che è stato scritto dal presidente del TdR Katia Mangano, il giudice che ha composto il collegio di trattazione insieme ai colleghi Giuseppe Adornato e Daniela Urbani. Fu rigettato il ricorso, o l’appello – sulla questione ci sono dei profili giuridici di valutazione differenti tra accusa e difesa –, depositato a dicembre ‘08 dagli avvocati Carmelo Scillia e Nino Favazzo, i due legali che assistono il rettore, contro il provvedimento interdittivo dell’ 11 dicembre del gip Maria Angela Nastasi, emesso su richiesta del sostituto procuratore Angelo Cavallo. Secondo la Procura, Bonanno, che è già sotto processo per un’altra vicenda, le tangenti dell’inchiesta “Oro grigio†sulla speculazione edilizia del complesso “Green Park†del torrente Trapani, quel posto lo avrebbe ottenuto, classificandosi terzo nella selezione pubblica, su pressioni proprio del rettore e della moglie Carmela “Melitta†Grasso. Bonanno, secondo l’accusa, non aveva neppure i titoli per partecipare ma poté farlo presentando una serie di certificati e attestazioni (i cosiddetti “titoliâ€), alcuni dei quali sono ritenuti falsi, atti che recano la firma dell’allora viceministro del MIUR, ed oggi presidente della Provincia, Nanni Ricevuto. Sia la Grasso (abuso d’ufficio in concorso) sia Ricevuto (truffa e falso), sono indagati nell’ambito della stessa inchiesta, così come l’ex direttore sanitario del Policlinico Giovanni Materia, il docente di Medicina del lavoro Carmelo Abbate, il medico del lavoro Concetto Giorgianni e la ricercatrice Giovanna Spatari (Materia, Abbate e Spatari come membri della commissione esaminatrice della selezione, Giorgianni come intermediario nella vicenda). Accanto al profilo dell’elemento soggettivo del reato, dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, ritenuti tutti sussistenti, i giudici trattano ampiamente anche la qualificazione giuridica dell’atto d’impugnazione in sé, da cui discendono alcune conseguenze, prima tra tutte quella relativa al “nodo intercettazioniâ€, vale a dire la loro utilizzabilità in questa inchiesta: il pm Cavallo ha depositato i decreti autorizzativi delle intercettazioni, che traevano origine dalla precedente inchiesta “Oro grigioâ€, ritenendo il loro uso perfettamente legittimo in questo procedimento; secondo i difensori invece queste non potevano essere utilizzate perché il reato di abuso d’ufficio non ne prevede il ricorso ed in ogni caso neanche l’arresto in flagranza. Altro profilo, sempre semplificando: secondo i difensori si era in ambito di Riesame, secondo il pm Cavallo si trattava di un atto d’appello, tesi quest’ultima che i giudici hanno accolto, poiché hanno scritto: «il giudice d’appello cautelare non deve tenere conto di motivi diversi ed ulteriori rispetto a quelli già precisati nell’atto di impugnazione», ed ancora «la questione relativa alla utilizzabilità dell’attività di captazione costituisce un punto della decisione che non ha formato oggetto di censura e che, per tale ragione, non può costituire oggetto di accertamento officioso nella presente sede processuale». In ogni caso, secondo i giudici, «… posto che, in base agli atti pervenuti a questo Ufficio, non è apprezzabile alcun vizio generico dell’attività di captazione riconducibile alle disposizioni codicistiche, deve concludersi per la piena utilizzabilità in questa sede degli esiti dell’attività di intercettazione che vengono in rilievo». Dopo la trattazione di questo profilo preliminare, e non certo secondario, – sarà comunque materia per la Cassazione –, i giudici esaminano poi la vicenda concreta sulla scorta di una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche che sono agli atti dell’inchiesta, e affermano che «i dialoghi captati, sebbene prevalentemente riguardanti soggetti diversi dall’odierno prevenuto, contengono riferimenti precisi alle modalità dell’autorevole interessamento spiegato dall’indagato ed alle pressioni da questi esercitate perché l’aspirazione ad accedere ad uno dei posti di dirigente medico con incarico annuale presso l’Istituto universitario di Medicina del Lavoro, nutrita dal Bonanno, trovasse concreta attuazione». Secondo i giudici Bonanno non è poi un millantatore, non giudicando verosimile la tesi «secondo cui egli possa per quasi un anno (ottobre 2005-settembre 2006) essersi limitato a fantasticare con amici e conoscenti di relazioni personali inesistenti, di false richieste di intervento inoltrate nei confronti degli odierni indagati e di altrettanto fantasiose manifestazioni di sostegno da parte di costoro», il che «porta ad escludere che il predetto conversante possa ritenersi affetto da una patologica tendenza alla millanteria continua e reiterata in ordine alle proprie relazioni con il Rettore dell’Ateneo cittadino». Secondo i giudici in questa vicenda emerge poi da parte di Bonanno il «solito approccio rassicurante con “Melittaâ€Â» quando si presentavano problemi per la “riuscita†della selezione pubblica, questo «all’evidente scopo di ricevere chiarimenti dal relativo coniuge» («… imbarazzante familiarità che caratterizza, alla stregua delle intercettazioni in atti, gli approcci tra il predetto professionista ed il coniuge della più alta carica dell’Ateneo»). Ieri i difensori del rettore, gli avvocati Carmelo Scillia e Nino Favazzo, hanno diffuso una nota con cui «anticipano la loro ferma intenzione di proporre ricorso per Cassazione» e «rilevano il limite di un provvedimento che non ha inteso affrontare un tema, tanto preliminare quanto centrale, quale è quello della inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e ambientali, i cui esiti, a giudizio dello stesso Tribunale, costituiscono gli unici elementi indiziari a carico dell’indagato. Infatti, con statuizione anche sul punto non condivisibile, il Collegio ha rinunciato ad esercitare il potere di controllo sugli atti e sulle attività di indagine delegatogli da una specifica disposizione di legge, trattandosi di vizio – quello della inutilizzabilità – “rilevabile anche di ufficio in ogni stato e grado del procedimento“. I difensori, ribadiscono, comunque, con forza il proprio convincimento circa la inconsistenza della accusa e la insussistenza, nello specifico, di ogni forma di esigenza cautelare. E ciò – precisano gli avvocati Scillia e Favazzo –, anche a prescindere dalla utilizzabilità o meno dei dialoghi intercettati, peraltro intercorsi sempre tra altri soggetti e letti in maniera del tutto decontestualizzata». 17-02-10

In sintesi
Resta sospeso fino all’11 febbraio il rettore Franco Tomasello, indagato per abuso d’ufficio perché avrebbe favorito l’assunzione, come dirigente di Medicina del lavoro al Policlinico, dell’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno (Forza Italia). Tomasello era già stato sospeso dalle funzioni – anche allora per 60 giorni – nel luglio del 2007, per un «concorso pilotato» alla facoltà di Veterinaria, che doveva “favorire†il figlio del preside Battesimo Macrì. Il rettore è stato per questo rinviato a giudizio con altri 22 docenti e il dibattimento si aprirà il 5 marzo, mentre 6 dei 7 imputati che avevano scelto l’abbreviato sono stati già condannati.

“MIA FIGLIA DA BERLUSCONI? PROVO VERGOGNA E DOLORE”: Parla il marocchino M’Hamed El Mahroug, padre di Karima. Venditore ambulante di biancheria intima, vive in una casa fatiscente alla periferia di Letojanni. “Di mia figlia - dice - non voglio più sapere nulla”

LETOJANNI (MESSINA) - Il papà della teenager più famosa d’Italia ritorna, zoppicando, nella sua casa tugurio accanto al torrente San Filippo, mentre due galline gli tagliano la strada. M’Hamed El Mahroug è stato un giorno e una notte in ospedale, a Messina, per curarsi quella maledetta gamba sinistra che lo tormenta da 17 anni. E durante la degenza ha appreso di quanto Silvio Berlusconi sia affezionato a Karima. Ma per lui, che guadagna 10-20 euro al giorno vendendo per strada mutande e canottiere, non c’è di che rallegrarsi, anzi.

“E’ una cosa veramente brutta - attacca - Non dovrebbe succedere. Come potrei essere contento?”. M’Hamed non è come il padre di Noemi Letizia che posò assieme al premier. “Per me - dice - un genitore, davanti a una storia del genere, può solo provare vergogna e dolore”.

Ma il genitore M’Hamed detesta la figlia Karima anche per altre ragioni: “E’ solo una bugiarda. Dice che sono stato violento con lei? Tutto falso. E la religione non c’entra, non è vero che volevo impedirle di diventare cattolica. Lei non sa nemmeno cosa sia pregare. Lei non pregava, fregava. Raccontava ai carabinieri che la picchiavo ma poi quelli facevano le indagini e non saltava fuori niente”. Sarà, ma in paese c’è chi conferma gli scontri tra padre e figlia. Ne parla, seppure a fatica, anche qualche vicino di casa.

“L’ultima volta che ho visto Karima - racconta ancora M’Hamed - è stato a marzo. E’ tornata a casa, ha detto che voleva rivedere la sua famiglia. Ma la sera è uscita. Poco dopo mi ha chiamato la polizia stradale. Mia figlia era con due ragazzi a cui hanno sequestrato la macchia. Un poliziotto mi ha chiesto se volevo riprendermi Karima. Gli ho risposto: conosce un padre che non si riprenderebbe sua figlia? Ma il giorno dopo è scappata di nuovo e da allora non so più niente di lei. Ho pure chiesto se potevano mandarla in Marocco”.

M’Hamed guarda solo la tv in lingua araba, a parte il meteo che gli serve per sapere se potrà allestire la sua bancarella sul lungomare. “Mia figlia invece era malata di televisione - ricorda con fastidio - Guardava i programmi in italiano e quando la scoprivo rimettevo i canali arabi”. Un conflitto insanabile che si è concluso con la fuga di Karima.

“Mia moglie per ora è in Marocco con gli altri tre figli nostri, sono andati a trovare i parenti - aggiunge ancora M’Hamed - Mi ha telefonato e mi ha chiesto di cercare Karima visto tutto quello che è successo. Le ho risposto che era meglio lasciarla andare. Non sappiamo niente della sua vita, di quello che fa, delle persone che stanno con lei, niente. E non mi interessa. Faccio il venditore ambulante e mi sta bene. Spero solo che il padrone di casa continui a essere paziente, gli devo cinque mensilità”. dal nostro inviato MASSIMO LORELLO - repubblica.it

IL CASO - RUBY E LA MESSINA “BENE” CHE ADESSO TREMA: L’ACCUSA AD UN RAMPOLLO MESSINESE DI TENTATA VIOLENZA SESSUALE, IL ‘GIOCO DEI DADI’, IL CENTRO BENESSERE, LA DOLCE VITA, L’ACCUSA DI FURTO…

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In quel centro benessere di Messina c’era uno stuolo di uomini maturi che si presentava molto tardi da “Ruby”. E volevano tutti i massaggi particolari della “cugina ezigiana”, che viveva lì notte e giorno, mangiava latte, mele e pollo fritto per non ingrassare e non aveva un euro in tasca dopo essere fuggita dala sua casa di Letojanni. In quelle stanze ovattate di mattina faceva le pulizie, poi la segretaria, di pomeriggio i massaggi estetici. Di notte le richieste erano diverse ma lei si rifiutava, scappava fuori, distribuiva perfino ceffoni, si rifugiava presso un’amica fidata conosciuta per caso, una delle poche persone che l’hanno aiutata veramente senza chiederle nulla in cambio. Ruby Rubacuori (questo il suo pseudonimo su Facebook) che dice d’essere diventata amica del premier Silvio Berlusconi ha raccontato un sacco di cose sul suo passato e sulla sua dolce vita messinese, quando veniva portata come vistosa bella statuina nei ristoranti migliori e nei locali notturni più trendy. Sono stati in tanti a provarci, ma giura di aver sempre respinto tutti, ha avuto solo un fidanzato che abitava a Falcone. La sua vita italiana prima tristemente grigia poi improvvisamente esplosa tra un Martini e una seduta di massaggi è cominciata nel 2001 in provincia di Messina nel freddo di gennaio, quando è arrivata dal Marocco con i genitori e i suoi fratelli (7 secondo lei, 4 secondo i documenti ufficiali). A tredici anni ha detto d’essersi convertita al Cristianesimo, mentre il traguardo tanto atteso dei diciotto sarà prestissimo, lunedì prossimo, ci sarà una torta per festeggiare di sicuro da qualche parte. Adesso sta «molto male» in un appartamento lontano da Milano, piange e dice di sentirsi «sola». Al telefono dice d’essere «dispiaciuta per quanto sta accadendo. Mi spiace soprattutto perché vedo che sono state coinvolte persone che mi hanno aiutato senza chiedere niente in cambio». Quando è arrivata a Letojanni la sua nuova fede religiosa l’ha fatta entrare in contrasto con il padre musulmano e in casa a Letojanni è divenuta improvvisamente sgradita («mio padre mi buttava fuori di casa»), mentre le relazioni delle assistenti sociali e le stesse dichiarazioni dei genitori raccontano cose un po’ diverse, tanto che i giudici del Tribunale dei minori di Messina hanno iniziato ad occuparsi delle sue fughe improvvise e dei suoi ritorni sempre meno frequenti, in quella piccola casa di periferia con un padre venditore ambulante che si sbatte in quattro per mantenere tutti e una madre che sgobba dalla mattina alla sera per dar da mangiare. Dopo quelle relazioni di servizio Ruby ha cominciato i suoi soggiorni nelle case-famiglia tra Messina e Galati S. Anna. Ma è sempre fuggita. La sua vita pre-Arcore Ruby l’ha raccontata ai poliziotti di Messina che si sono dovuti occupare di lei perché qualcuno, in quel centro benessere, l’ha accusata di aver portato via un braccialetto, un “tennis”, da tremila euro. Lei però ha detto ai poliziotti di non aver mai rubato nulla e l’accusa del furto sarebbe solo una ripicca perché ha rifiutato di “accontentare” i clienti ed è andata via. In quel centro benessere Ruby c’è arrivata dopo aver chiesto di lavorare in un noto bar del centro di Messina. Quando il titolare s’è reso conto che era minorenne non ne ha voluto sapere. Però l’ha presentata alla sua amica del centro estetico. Da lì è cominciato tutto, la vita dolce e amara dei locali e delle facoltose case private dei giovani rampolli danarosi, che tentavano metterle le mani addosso, senza riuscirci. Uno di loro Ruby l’ha chiaramente accusato di tentata violenza sessuale. Su questo episodio c’è un’indagine aperta. Tra le tante cose che ha raccontato Ruby c’è anche quella del “gioco dei dadi” che le era stato proposto una sera in una casa ben arredata ed elegante di Messina. Due dadi molto grandi di circa 40 cm ciascuno. Sulle “facce” i diversi “giochi” particolari a quali le chiedevano di prendere parte. Ma lei si è rifiutata, ha litigato con la proprietaria del centro benessere che l’aveva accompagnata ed è fuggita ancora una volta. Piangendo. NUCCIO ANSELMO - GDS