I colletti diventano bianchi. Il livello adesso è il terzo. Lo scenario che si ripropone ancora una volta è quello delle schegge deviate dell’antistato che trattano con la mafia e le frange coperte della massoneria, e che sono capaci di condizionare il potere politico e i piani regolatori, di riciclare enormi capitali all’ombra delle “famiglie”, di tracciare i destini urbanistici affogando il territorio di cemento “sporco”, di corrompere il libero mercato frenando lo sviluppo di una terra bellissima. È un sequestro cardine per l’intera provincia quello che ha interessato i beni riconducibili all’avvocato barcellonese Rosario Cattafi, 59 anni, che è il principale protagonista del provvedimento emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina presieduta dal giudice Bruno Sagone, il magistrato che ha anche redatto il lungo provvedimento. Un sequestro del valore stimato in sette milioni di euro che nell’agosto dello scorso anno è stato richiesto del procuratore capo di Messina Guido Lo Forte e dal sostituto procuratore della Dda Vito Di Giorgio, e che ha visto in questi mesi un’indagine “sotterranea” del Gico, il braccio investigativo-economico delle guardia di finanza. Un lavoro impeccabile. E il provvedimento ha riguardato la società “Di Beca Sas di Corica Ferdinanda & C.”, da decenni la cassaforte economica della famiglia Cattafi, il punto nevralgico di tutte le operazioni, ancora quattro beni immobili (tra questi c’è il terreno in contrada Piscopato a Barcellona della grande operazione del centro commerciale, di cui parliamo ampiamente in un altro articolo), quattro auto, una moto di grossa cilindrata, infine conti correnti e titoli. I giudici hanno deciso anche di sospendere dall’amministrazione e dalla gestione dei rapporti bancari l’avvocato Cattafi, il figlio Alessandro e la “Di Beca Sas”, affidando in questa fase l’intero patrimonio acquisito all’amministratore giudiziario, l’avvocato Domenico Cataldo. L’udienza per il confronto accusa-difesa sul sequestro è stata fissata per il prossimo 14 giugno. L’avvocato Cattafi non è un barcellonese qualunque. In passato è stato coinvolto in numerose inchieste di mafia, per esempio la “Sistemi criminali” gestita dalla Procura di Palermo che comunque fu poi archiviata, ed ha già interamente scontato tra il 2000 e 2005 una misura di prevenzione personale definitiva con obbligo di soggiorno. Proprio a questa misura i giudici fanno riferimento nel loro provvedimento come pilastro per il sequestro di beni, e descrivono Cattafi come «… inserito a pieno titolo, in una posizione di preminenza rispetto a quella dei semplici affiliati, in alcune organizzazioni criminali di tipo mafioso, quali la famiglia mafiosa di Benedetto Santapaola e la famiglia mafiosa di Barcellona P.G.». Ecco l’altro passaggio-chiave per vedere come ragionarono all’epoca della misura di prevenzione i giudici: «Il Tribunale in particolare ha fondato tale giudizio sulla molteplicità ed accertata non occasionalità dei rapporti intrattenuti con esponenti di vertice di dette organizzazioni, sulla natura dei suddetti rapporti, sul carattere tendenzialmente permanente degli stessi, sulla tipologia del contributo apportato dal proposto alle associazioni, sulla conoscenza da parte di costui delle compagini associative, dei ruoli dei partecipi e di alcuni gravissimi eventi delittuosi maturati in questi contesti criminali». E questa situazione di “cointeressenza”, fotografata quando nel 2000 all’avvocato Cattafi venne applicata la misura di prevenzione personale, oggi secondo i giudici della Prevenzione non è affatto mutata: «… la riconosciuta pericolosità deve ritenersi ancora attuale, in carenza di elementi certi che inducano a ritenere l’avvenuto recesso o l’estromissione del Cattafi dai contesti mafiosi sopra descritti ovvero la disintegrazione di questi ultimi». L’altro elemento fondante del provvedimento di sequestro siglato dalla Prevenzione è l’analisi dei redditi di Cattafi e dei familiari rapportata poi alle acquisizioni che sono stata effettuate. E dopo una lunga analisi dei flussi finanziari effettuata in questi mesi dagli uomini del Gico i giudici scrivono che «… si tratta di redditi che, valutati nel loro complesso, sono di per sé idonei a giustificare in capo al preposto ed ai suoi familiari un tenore di vita improntato alla soddisfazione dei bisogni ordinari, con pochi margini per effettuare spese voluttuarie», quindi esiste «una indubbia sproporzione tra i redditi dal proposto e dai componenti il suo nucleo familiare. ed il patrimonio mobiliare ed immobiliare ascrivibile agli stessi». NUCCIO ANSELMO - GDS
IL RETROSCENA: Presente in tutte le riunioni importanti
C’è un altro aspetto molto particolare valutato dai giudici della Prevenzione sulla personalità di Cattafi. Formalmente, cioé per quanto riguarda gli atti, lui non ha più alcun ruolo all’interno della cassaforte di famiglia, la “Di Beca Sas”, che fu costituita nel lontano 11 novembre del 1982 ed ha subito un importante mutamento societario, tra i tanti, alla fine del 2004, quindi pochi giorni rima che il legale barcellonese finisse di scontare la misura della sorveglianza speciale di Ps ma era ancora sottoposto alla misura. In realtà la guardia di finanza ha accertato con dati concreti che il vero “dominus” era soltanto lui. Guidava le auto della ditta, e soprattutto partecipava in prima persona agli appuntamenti di lavoro importanti, come quello che avrebbe dovuto portare alla realizzazione del mega parco commerciale a Barcellona. Il consulente della “G.D.M. Spa” Raffaele Cirillo sentito dalla Finanza ha detto per esempio che quando si trattò di siglare un atto notarile davanti al notaio Biondo di Barcellona nel marzo del 2005 «dall’altra parte erano presenti la dott. Corica Ferdinanda, amministratore della “Di Beca Sas”, ed un soggetto di cui non ricordo il nome, presentatosi come avvocato. Ricordo che non essendosi creata alcuna difficoltà nella stipula dell’atto non ebbi alcun confronto di natura tecnica con l’avvocato sopra menzionato, per cui pensai fosse un mero accompagnatore». E in un album fotografico mostrato a Cirillo dagli uomini del Gico il consulente ha riconosciuto in una l’avvocato Cattafi. Altro teste sentito dalla guardia di finanza padre Cataldo Ballistreri, rappresentante legale dell’Ispettoria salesiana sicula San Paolo. E il prete ha dichiarato che nel corso delle trattative successive alla vendita del famigerato terreno a Barcellona, ad una riunione in uno studio elgale «… erano presenti oltre me e il nostro legale, avv. Spampinato Giuseppe, il direttore salesiano di Barcellona P.G., Don Salvino Raia e, per la controparte, l’avv. Correnti ed i due avvocati Cattafi, padre e figlio».(n.a.)
La società Di Beca
Viene costituita l’11 novembre 1982, sotto forma di società a responsabilità limitata, da Rosario Pio Cattafi, dalla madre Nicoletta Di Benedetto, dalla sorella Maria Idea Cattafi e dal fratello Agostino Rosario Cattafi. La sede è in via Garibaldi 58, a Barcellona. Rosario Pio Cattafi è nominato amministratore unico della società , che si occupa dell’assunzione di appalti da enti pubblici e privati per l’esecuzione di lavori di ogni tipo, progettazione, costituzione, acquisto, vendita, permuta, amministrazione e gestione di terreni e fabbriche per civile abitazione, di carattere turistico-alberghiero, industriale e commerciale. Nel 1989 la Di Beca (di Cattafi Rosario & C.) è trasformata in s.n.c. Nel 2004, oltre al trasferimento della sede, varia anche la denominazione, divenendo l’attuale Di Beca s.a.s. di Corica Ferdinanda & C. I soci sono Nicoletta Di Benedetto, Maria Idea Cattafi, Alessandro Gaspare Cattafi e Ferdinanda Corica.
I beni sequestrati
Società Di Beca s.a.s.
Fabbricato e magazzino in via Curcio, a Barcellona
Abitazione in contrada Rosate, a Oliveri
Terreni in contrada Piscopato, oggi Siena, a Barcellona
Fiat Panda
Due Bmw
Audi cabriolet
Motociclo Kawasaki
Conti correnti portafoglio, depositi o libretti intestati a Rosario Cattafi, al figlio e alla Di Beca
Titoli di credito azionari e obbligazionari
Un metodo d’indagine sinergico e innovativo
L’indagine coordinata dal procuratore capo Guido Lo Forte e dal sostituto della Dda Vito Di Giorgio, in collaborazione con le Fiamme gialle di Messina, costituisce una novità nel panorama delle misure di prevenzione. Sfruttando una recente normativa introdotta nel 2009, è stato applicato il sequestro sulla base dell’obbligo di soggiorno, a carico di Rosario Cattafi, a partire dal 2000. Provvedimento comprovante la pericolosità del soggetto e presupposto della illecita acquisizione dei beni. In sostanza, si tratta del primo sequestro del genere sul territorio nazionale. Un brillante risultato del cosiddetto “Desk interforze”, che ha sfruttato la sinergia tra Dda e forze dell’ordine. Fondamentali, inoltre, le enormi potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, come il progetto “Molecola”. Il software della GdF che si è rivelato molto prezioso per ricostruire il profilo dei Cattafi.
Troppo evidente la sproporzione tra redditi dichiarati e disponibili
L’area di contrada Siena, a Barcellona, veniva considerata una sorta di pozzo di San Patrizio. Grazie al progetto del parco commerciale, sarebbe diventata una grande fonte di ricchezza: hotel, strutture ricreative, negozi, ipermercati e tanto altro sugli oltre 18 ettari di terreni agricoli. Di conseguenza, la Di Beca aveva puntato gli occhi, acquisendo gli enormi spazi, nel 2005, da un’opera pia dei Salesiani, per un importo di 619 mila 800 euro. Tuttavia, a giudizio del procuratore capo Guido Lo Forte e del sostituto della Direzione distrettuale antimafia Vito Di Giorgio, c’era il forte rischio che, una volta realizzato, il complesso si sarebbe trasformato in una grossa opportunità per il riciclaggio di denaro. E ne avrebbe tratto giovamento, in primis, proprio Rosario Pio Cattafi. A destare forti sospetti su questo “disegno” due fattori chiave. Dal 2000 al 2005, è costretto a rispettare l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Misura irrogata nel massimo, 5 anni, per la sua pericolosità , secondo quanto contenuto nel decreto emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina, nell’agosto del 2000. In cui si fa riferimento ai suoi contatti con personaggi del calibro di Nitto Santapaola, Pietro Rampulla e Giuseppe Gullotti. L’altro elemento centrale è dato dai passaggi poco limpidi dell’iter relativo alla mega opera di contrada Siena. Ad esempio, la società G.d.m. (Grande distribuzione meridionale), prima si è dichiarata fortemente interessata alla costruzione del parco, presentando il relativo progetto, approvato dal Consiglio comunale di Barcellona. Ma una volta ottenuto l’imprimatur, si è fatta da parte, lasciando carta bianca alla Di Beca. Sulla base di queste anomalie, gli inquirenti hanno concentrato la propria attenzione su chi, effettivamente, manovrava la società . Grazie al prezioso contributo dei finanzieri del Gico (Gruppo investigativo criminalità organizzata) di Messina è stato accertato che la mente era proprio l’avvocato Cattafi. Troppo evidente, inoltre, la sproporzione tra i redditi dichiarati al fisco dal cinquantanovenne e dal figlio Alessandro e la reale disponibilità . Dall’indagine patrimoniale delle Fiamme gialle è emerso che Cattafi junior nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009 ha speso circa 90 mila euro per l’acquisto di beni mobili, in particolare auto di grossa cilindrata. Mentre nel 2005, 2006, 2008 ha dichiarato solo dieci mila euro, raddoppiati nel 2007. Durante la conferenza stampa di ieri, al Comando della Guardia di finanza di via Tommaso Cannizzaro, il comandante provinciale Decio Paparoni e il tenente colonnello Stefano Pirrotta hanno spiegato che l’attività di monitoraggio è avvenuta grazie alle nuove tecnologie a disposizione. Sono state sfruttate, in particolar modo, le potenzialità del software “Molecola”. Programma grazie al quale, individuato un “prestanome”, si recuperano tutti i dati significativi a lui riferibili. L’output è una scheda che permette di radiografare “il valore” del soggetto nell’ambito dell’indagine in corso. Nel caso di specie, si è riusciti ad individuare i beni riconducibili a Rosario Cattafi e al figlio Alessandro. In virtù del decreto emesso dai giudici del Tribunale (Bruno Sagone, Antonino Giacobello e Rosa Calabrò), ai due sono stati sequestrati quattro beni immobili (tra cui un terreno di 60.000 metri quadrati), altrettante autovetture, una moto di grossa cilindrata, conti correnti e titoli. Obiettivo del provvedimento, evitare che la mafia barcellonese sfruttasse la ghiotta occasione di controllare una fetta consistente di economia del Longano e alterasse le regole del mercato con modalità illecite. RICCARDO D’ANDREA - GDS
Parco commerciale, un iter contorto e anomalie sospette
L’area del parco commerciale finita sotto i sigilli, ubicato in contrada Siena di Barcellona, si estende su una superficie di oltre 18 ettari, di cui 5,24 appartengono all’immobiliare della famiglia Cattafi, la “Di.Be.Ca.” S.a.s. che gestisce i beni immobiliari della famiglia Di Benedetto-Cattafi e di cui è amministratrice Ferdinanda Corica, moglie del noto commercialista Stefano Piccolo, personaggio chiave negli affari, dal parco commerciale, alle saline della Sardegna, da sempre al fianco dell’avvocato Rosario Pio Cattafi. Il Piano particolareggiato che definiva nei dettagli la zona individuata nel Prg, era stato presentato inizialmente nel giugno dello del 2007, anche se le procedure sono datate un anno prima con la sigla degli accordi, dalla società “G.d.m. SpA” di Reggio Calabria (proprietaria dell’Ipermercato Carrefour di Milazzo). La stessa società , successivamente, ha poi reso noto di non essere più interessata - nonostante avesse pagato le spese di progettazione - all’iniziativa urbanistica per i lamentati ritardi di approvazione da parte del Comune e anche perché nel frattempo aveva concluso accordi per l’apertura del nuovo Ipermercato a Milazzo. Il Comune di Barcellona che successivamente in Consiglio - dopo il parere favorevole della Terza Commissione consiliare e della Commissione edilizia urbanistica - con ampia maggioranza e con l’apporto di una parte della minoranza ha approvato il piano, aveva stabilito anche il costo minimo che le ditte interessate ad insediarsi nel parco dovevano corrispondere alla “Di.Be.Ca.”, doveva essere pari alla somma di ben 85 euro al metro quadro, assai superiore al reale costo di mercato dell’area. La stessa “Di.Be. Ca.”, subentrata nella lottizzazione, poteva avviare direttamente gli “espropri” dei restanti terreni per rivenderli a sua volta sul libero mercato o per realizzare le opere di urbanizzazione necessarie alle sei maxi strutture commerciali che dovevano insediarsi nell’area. L’area della “DiBeCa” finita sotto sequestro apparteneva all’Oratorio Salesiano di Barcellona. Il terreno faceva parte, al pari di una palazzo di Pozzo di Gotto e dell’area su cui sorge l’Oratorio salesiano, dei cespiti donati dal benefattore Salvatore Cattafi, antenato dell’avv. Rosario Pio. Il terreno e il palazzo furono oggetto di un contenzioso intrapreso dagli eredi Cattafi, Gaspare e i figli Agostino e Rosario Pio che lamentavano la mancata attuazione dei voleri testamentari dell’antenato. Nel corso della causa civile, le richieste dei Cattafi furono respinte, in seguito, inspiegabilmente, l’amministratore regionale dei Salesiani decise di sottoscrivere una transazione con cui si cedevano sia il terreno che il palazzo agli eredi Cattafi. LEONARDO ORLANDO - GDS
LE REAZIONI: Duro colpo ad un sistema che da anni era colluso
L’operazione della Direzione distrettuale antimafia e della Guardia di finanza di Messina è «un importante successo nella lotta ai livelli alti della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto». Lo dichiara in una nota il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, dopo il sequestro di beni ai danni di Cattafi padre e figlio. «Il sequestro di beni a Rosario Pio Cattafi è un passo in avanti per colpire finalmente un sistema di collusioni che dall’omicidio del giornalista Beppe Alfano fino al suicidio del professor Adolfo Parmaliana è rimasto impunito», afferma Lumia. Che aggiunge: «L’operazione conferma quanto già avevo denunciato nella relazione di minoranza del 2006 della Commissione antimafia e con l’interrogazione sul mega-parco commerciale che rientra, per l’appunto, negli affari di Cosa nostra». A stretto giro arriva il commento dell’europarlamentare di Italia dei Valori Sonia Alfano. «Per anni avevo pubblicamente auspicato che cessasse l’impunità goduta da Rosario Pio Cattafi e che cessassero le ragioni che l’avevano garantita». E ancora: «Il sequestro dei beni rappresenta la certificazione che quell’impunità si appresta a diventare un relitto di un torbido passato». Sonia Alfano auspica che la Dda di Messina eserciti l’azione penale nei confronti di Cattafi, «essendo ormai da anni esistenti i necessari presupposti probatori».