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L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO - QUELLA PORTAEREI DI NOME SICILIA: I marines di Sigonella, l’aviazione italiana di Trapani, gli hangar di Pantelleria e i centri radar e logistici sparsi per l’isola. Ecco le infrastrutture e le armi usate nelle operazioni militari in Libia

I marines di Sigonella, l’aviazione italiana di Trapani, i depositi di munizioni di Augusta, gli hangar di Pantelleria e i centri radar e logistici sparsi per l’isola. Ecco le infrastrutture e le armi usate nelle operazioni militari in Libia.
Tre scali aerei, i porti, numerose postazioni radar, depositi di munizioni e carburante. Il conflitto scatenato contro la Libia ha trasformato la Sicilia in un’immensa portaerei da dove decollano 24 ore al giorno i caccia e gli aerei-spia della variegata coalizione multinazionale anti-Gheddafi. Il cuore di buona parte dei raid pulsa tra le decine di comandi ospitati a Sigonella, alle porte di Catania, la principale stazione aeronavale delle forze armate statunitensi nel Mediterraneo. A Sigonella vivono quasi 5.000 marines che hanno combattuto negli scacchieri di guerra mediorientali e africani, nei Balcani e in Caucaso. Dal 2004 ospita il Combined Task Force 67, il comando che sovrintende alle operazioni delle forze aeree della Marina USA, come i cacciaintercettori F-15, i pattugliatori marittimi P3-C “Orionâ€, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E e per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlersâ€, questi ultimi determinanti per annientare le postazioni della contraerea libica. Lo scalo offre il supporto tecnico-logistico e il rifornimento munizioni e carburante agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys†e agli elicotteri d’assalto CH-46 “Sea Knight†e CH-53E “Super Stallion†del Corpo dei marines, imbarcati sulle unità che assediano la costa nordafricana, e ai 15 cacciabombardieri F-15, F-16 e B-2 (gli “aerei invisibiliâ€) che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono anche gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento in volo dei velivoli impegnati nei raid. Oltre ai mezzi statunitensi, dalla base sono operativi sei caccia F-16 dell’aeronautica danesi, a cui potrebbero aggiungersi gli intercettori di Canada, Norvegia e Spagna. Coinvolti nella missione in Libia sono infine i reparti USA schierati stabilmente a Sigonella, come l’Helicopter Combat Support Squadron HC-4, il Fleet Logistic Support Squadron VR-24 e il 25° Squadrone Antisommergibile della US Navy. Un cocktail di strumenti di morte a cui l’aeronautica militare italiana non fa mancare il suo contributo: a nove pattugliatori “Atlantic†del 41° Storno antisommergibile è stato affidato infatti il controllo dello spazio aereo e marittimo prospiciente del Mediterraneo centrale. La cosiddetta operazione Odissey Dawn ha però il pregio di offrire una concreta opportunità per sperimentare sul campo i nuovi aerei senza pilota UAV “Global Hawk†che l’US Air Force ha iniziato a dislocare a Sigonella nell’ottobre 2010 in vista della sua trasformazione in “capitale internazionale†dei giganteschi aerei utilizzati per lo spionaggio e la direzione degli attacchi, convenzionali e nucleari, contro ogni possibile obiettivo nemico in Europa, Asia ed Africa. Stando ai piani del Pentagono, nella base siciliana dovrebbe operare entro il 2012 un plotone di 4-5 “Global Hawkâ€, mentre altri 5 velivoli UAV potrebbero essere assegnati entro anche ai reparti della Marina USA presenti in Sicilia. A questo fine si sta realizzando un enorme complesso per la manutenzione dei “Global Hawkâ€, un programma considerato “strategico†dal Dipartimento della difesa, e i cui lavori multimilionari sono stati appaltati alla CMC di Ravenna (Legacoop). La NATO, da parte sua, nel febbraio 2009, ha scelto la stazione aeronavale quale “principale base operativa†dell’Alliance Ground Surveillance – AGS, il nuovo sistema di sorveglianza terrestre dell’Alleanza Atlantica. Entro il 2014, giungeranno a Sigonella 800 militari, sei velivoli “Global Hawk†di ultima generazione e le stazioni fisse e trasportabili progettate per supportare il dispiegamento in tempi rapidissimi e in qualsiasi scacchiere internazionale delle unità terrestri, aeree e navali della Forza di Risposta (NRF) della NATO. Scalo di dimensioni più ridotte ma di uguale importanza strategica per la guerra alla Libia è quello di Trapani-Birgi. Sede dal 1984 ospita della NATO Airborne Early Warning and Control Force dotata dei velivoli radar Awacs, Trapani-Birgi ospita i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, disponibili per le intercettazioni aeree e il bombardamento di obiettivi terrestri. È in questo scalo che il ministro della difesa La Russa ha fatto confluire i “gioielli†di morte destinati al fronte libico: quattro caccia “Tornado†del 50° Stormo di Piacenza nella versione Ecr (specializzati nella guerra elettronica e nella distruzione delle difese aeree), e due “Tornado†Ids del 6° Stormo di Ghedi per il rifornimento in volo e/o l’attacco contro target terrestri. A secondo della missione, i “Tornado†possono essere armati con i missili “anti-radar†Agm-88 Harm, con gli aria-aria Aim-9 e con gli aria-suolo “Storm Shadowâ€, questi ultimi con caratteristiche Stealth, una testata esplosiva perforante in grado di distruggere bunker protetti ed una gittata di circa 500 km. A Trapani sono pure atterrati i caccia supersonici Eurofighter 2000 “Typhoon†del 4° Stormo di Grosseto, velivoli con una bassa superficie riflettente al radar e forniti di missili aria-aria a guida infrarossa “DiehIris†per l’attacco ravvicinato ed Aim 120 per bersagli a 40 km di distanza. Completano lo schieramento quattro cacciabombardieri F-18 dell’aeronautica militare canadese, tra i più impegnati nei bombardamenti. Tutti i velivoli della coalizione possono utilizzare in qualsiasi momento le due piste di volo e il mega-hangar “Pier Luigi Nervi†ricavato all’interno di una collina dell’isola di Pantelleria - la postazione più avanzata di Odissey Dawn - capace di ospitare sino ad una cinquantina di aerei da guerra. Nello scalo sono stati completati di recente i lavori di ampliamento delle piste e di ristrutturazione dell’aerostazione che ha assunto un ruolo chiave nelle attività anti-migranti. D’importanza strategica pure alcuni impianti radar disseminati in Sicilia, a partire dal centro di Mezzogregorio (Siracusa), a cui è assegnato il compito di elaborare le informazioni raccolte da aerei, unità navali e dalle squadriglie radar dell’Ami presenti nell’isola di Lampedusa e a Marsala. I dati vengono poi trasferiti al Comando operativo delle forze aeree (COFA) di Poggio Renatico (Ferrara), il più grande centro di intelligence delle forze armate in Italia. Il Dipartimento della difesa USA può contare invece sui sofisticati sistemi di telecomunicazione di Sigonella e sulla stazione di Niscemi (Caltanissetta), dove sorgono una quarantina di antenne a bassissima frequenza per la trasmissione degli ordini di attacco ai sottomarini a propulsione nucleare. Tre di questi, in immersione nel Mediterraneo, hanno già lanciato contro la Libia decine di missili da crociera “Tomahawk†contenenti al proprio interno uranio impoverito. La centralità di Niscemi nell’assetto delle comunicazioni belliche è destinato a crescere: la base è stata prescelta per ospitare una delle quattro stazioni mondiali del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare USA, il cosiddetto “MUOSâ€, la cui emissione di microonde comporterà insostenibili rischi per la salute e la sicurezza della popolazione locale. Ad assicurare le operazioni di rifornimento delle navi da guerra e dei sottomarini statunitensi, italiani e dei paesi partner è la base navale di Augusta (Siracusa), in una delle aree a più alto rischio ambientale d’Italia per la presenza di raffinerie, industrie chimiche, depositi di armi, ecc.. Augusta è classificata in ambito militare quale NATO facility ed è utilizzata dall’Alleanza atlantica e dalla VI Flotta USA per lo stoccaggio delle munizioni e deposito POL (petrolio, nafta e lubrificanti). Decine di elicotteri da trasporto fanno da ponte con la vicina base Sigonella, sorvolando popolati centri urbani. I morti di questa guerra sono invisibili. Gli angeli sterminatori, no.
ANTONIO MAZZEO - Pubblicato in Left – Avvenimenti, n. 12, 25 marzo 2011

FINMECCANICA: Si è ucciso viceprefetto Saporito. Era indagato a Napoli. Il funzionario era accusato di aver favorito un appalto

ROMA - Si è tolto la vita nel pomeriggio di mercoledì a Roma il viceprefetto Salvatore Saporito sparandosi un colpo di pistola con la sua arma di ordinanza. Saporito era indagato dalla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per la realizzazione del Cen nel capoluogo partenopeo, il “cervellone elettronico” dove sarebbero confluite le immagini delle telecamere ai fini della sicurezza e dell’ordine pubblico. Il viceprefetto Saporito prestava servizio al ministero dell’Interno e secondo l’accusa avrebbe avuto un ruolo nell’aggiudicazione dell’appalto a un’azienda del gruppo Finmeccanica. Il viceprefetto Saporito si è ucciso all’interno di un alloggio in un complesso della polizia di Stato nella zona di Castro Pretorio a Roma. (Fonte: Agi)

IL PERSONAGGIO - ECCO CHI E’ SARO CATTAFI, L’AVVOCATO: Ritenuto «vicino» al boss Santapaola è anche “compare d’anello” del boss Gullotti

È “compare d’anello” del capo della famiglia mafiosa barcellonese Giuseppe Gullotti. Ma non c’è soltanto questo nella lunga scia dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, barcellonese “doc” e nato nel 1952. Di lui dice tutto il famoso rapporto del Gico della guardia di finanza che fu alla base della misura di prevenzione personale decisa dal 2000 al 2005, ma ci sono suoi riferimenti precisi anche in molti altri atti giudiziari e amministrativi, in cui viene «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». Proprio in quel provvedimento del 2000 si dava conto della sua assidua frequentazione con don “Ciccino” Rugolo, il boss per lungo tempo in primo piano nella mafia barcellonese, ucciso nel febbraio del 1987, suocero di Gullotti. Nella relazione ispettiva sulle infiltrazioni criminali e mafiose a Barcellona che risale al 2006 e venne disposta dall’allora prefetto di Messina Stefano Scammacca, si legge che «di assoluto rilievo sono i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo». E c’è scritto anche che «… numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola, hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono». Nell’ottobre del 1993 Cattafi fu arrestato su ordinanza di custodia richiesta dalla Dda di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco Salesi a Milano, che vedeva coinvolti esponenti di primo piano delle cosche siciliane e lombarde. Dopo la condanna subita in primo grado con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per vizi procedurali. A conclusione del nuovo processo il legale registrò l’assoluzione poiché erano state dichiarate inutilizzabili le intercettazioni che lo avevano incastrato. Anche La Procura di La Spezza si occupò di lui, quando indagò sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi prodotte da Augusta, Oto Melara, Breda, che in quella fase c’era il sospetto rifornissero paesi sottoposti ad embargo. Nel 1998 il suo nome comparve anche nelle carte della Procura di Caltanissetta, quando si aprì l’inchiesta sui cosiddetti “mandanti occulti” della strage di Capaci. Ma comunque, così come era avvenuto nelle altre inchieste, la sua posizione fu archiviata. E tornando indietro nel tempo, negli anni ‘70, c’è dell’altro. Per esempio del suo attivismo negli ambienti dell’estrema destra eversiva messinese e della sua frequentazione universitaria e non con il mistrettese Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci e fratello di Sebastiano Rampulla detto “u zu bastianu”, ritenuto per lungo tempo rappresentante per Cosa nostra dell’intera provincia di Messina. NUCCIO ANSELMO - GDS

TAORMINA, LA SCOMPARSA DELL’IMPRENDITORE MASSIMO RUSSO: Analisi sul terzo telefonino dell’imprenditore edile. Ricerche nell’area etnea anche con un elicottero

Senza esito le ricerche aeree di Maurizio Russo, effettuate ieri mattina nei cieli dell’etneo dai Carabinieri della Compagnia di Taormina. Un elicottero dei Cc ha sorvolato per diverse ore un’ampia zona che va da Fiumefreddo a Calatabiano, sino a Piedimonte, Linguaglossa e Randazzo. Ancora una volta si è rivelato vano l’ennesimo tentativo di provare a far luce sulla sorte dell’imprenditore taorminese, scomparso il pomeriggio del 24 marzo scorso. I militari dell’Arma di Taormina, alle direttive del capitano Gianpaolo Greco, hanno perlustrato l’hinterland catanese coadiuvati da alcuni esperti-conoscitori dell’ampia area sotto osservazione. Non si trova Maurizio e nemmeno il suo furgone. Controlli senza sosta e posti di blocco sono in atto, tuttora, lungo le strade e le aree più decentrate che si trovano ai piedi dell’Etna. E’ stata diramata la scheda e la sua foto e del caso si sta interessando anche il programma di Raitre, “Chi l’ha visto?”. Intanto continua l’esame dei tabulati telefonici e dei filmati di telecamere. Non si esclude possano esserci ulteriori immagini che abbiano immortalato l’appaltatore in transito col suo mezzo, dopo che l’occhio elettronico di un esercizio commerciale ha ripreso Russo, a bordo del suo furgone, alle 15.25 del 24 marzo a Linguaglossa, in direzione Randazzo. Sempre nelle scorse ore è emerso un altro particolare che viene attenzionato dai militari dell’Arma. Oltre ai due telefoni di cui si era inizialmente detto, Russo disponeva di un’altra utenza; una terza scheda che però, a quanto pare, aveva messo da parte e non usava. Ad avere questo numero era una cerchia ristretta di persone. Si starebbe accertando, in ogni caso, il traffico telefonico in entrata ed uscita inerente questa scheda, perchè in questa fase è evidente che nulla si può escludere nel tentativo di acquisire nuovi elementi e spunti d’indagine. Tuttavia non ci sarebbero all’orizzonte significativi sviluppi: non ci sono misteri nei confronti della famiglia, nè della moglie Loredana che conosceva già l’esistenza della terza scheda. C’è stretto riserbo tra gli inquirenti. I Carabinieri hanno ascoltato, oltre ai familiari, anche alcuni conoscenti di Maurizio per avere un quadro più approfondito del suo ambito professionale e dei lavori nei quali era impegnato attualmente o lo era stato in tempi recenti. Russo, con la sua impresa, lavorava in diverse zone della Sicilia, come ad esempio a Salemi. In questa fase si sta verificando, con particolare attenzione, la zona dell’etneo perchè d’altronde la dinamica della scomparsa e gli orari di quel pomeriggio del 24 marzo portano a Linguaglossa, sino alle porte di Randazzo. Dov’è arrivato Russo? Perchè alle 15.25 stava andando in un versante opposto a quello che lo avrebbe dovuto portare invece ad essere alle 15.30 a Pasteria? A quest’ultimo appuntamento non è mai arrivato. Tra le persone subito ascoltate dai Cc, al fine di conoscere meglio i fatti di quel 24 marzo, c’è proprio l’uomo che Russo avrebbe dovuto incontrare nella frazione di Calatabiano e che lo ha vanamente atteso, sino a quando alle ore 19 ha chiamato l’ufficio taorminese dell’imprenditore per informarsi di come mai non lo avesse raggiunto a Pasteria. Il mistero continua e, purtroppo, cresce l’apprensione. Emanuele Cammaroto - GDS

IL PROCESSO SULL’OMICIDIO ROSTAGNO: Traffico d’armi con la Somalia, Gladio indagava sulla “Saman”. Rostagno prima di essere ucciso incontrò il giudice Falcone

TRAPANI - Gladio indagava sulla comunità terapeutica per tossicodipendenti “Saman” di Lenzi. Lo ha svelato ieri l’ex capo della Digos di Trapani, Giovanni Pampillonia, deponendo come teste, in Corte di Assise, nel processo a carico dei presunti autori dell’omicidio del giornalista e sociologo Mauro Rostagno: il boss Vincenzo Virga, accusato di essere il mandante e il killer Vito Mazzara, accusato di essere l’esecutore materiale. «Fu il maresciallo Vincenzo Li Causi (il sottufficiale dell’Esercito responsabile della cellula Gladio di Trapani, assassinato in Somalia il 12 novembre 1993, ndr) a riferirlo, dopo il delitto Rostagno», ha affermato il teste, aggiungendo che l’indagine era stata avviata «per ordine di un superiore di Li Causi». L’attenzione sarebbe stata rivolta a un presunto traffico di armi proprio con la Somalia. Pampillonia ha riferito che un ospite della “Saman”, Giuseppe Cammisa, «dopo l’omicidio di Rostagno si allontana da Trapani e stringe rapporti con Francesco Cardella, il guru della comunità, “il padrone indiscusso”; su invito di Cardella - aggiunge - si reca in Somalia, ufficialmente per realizzare un ospedale che non risulta mai costruito». Il commissario Pampillonia è il firmatario di una relazione, consegnata alla magistratura nel 1996, in cui si privilegia la pista interna (quella secondo cui il delitto sarebbe maturato all’interno della Saman) per l’omicidio Rostagno. Nell’udienza di ieri è emerso anche che «Rostagno si incontrò col giudice Giovanni Falcone». Pampillonia, lo ha detto senza sapere collocare temporalmente l’incontro. Rostagno fu assassinato a Lenzi il 26 settembre 1988. Dell’incontro, che sarebbe avvenuto mesi prima dell’agguato, avevano parlato alcuni testimoni, ma finora non erano emersi riscontri. «Fu il mio ufficio a verificare l’esistenza di quell’incontro, attraverso il ricordo degli agenti di scorta del giudice. Naturalmente non sono a conoscenza del contenuto». «Renato Curcio - ha detto ancora il teste - parlò di una prova che Rostagno avrebbe avuto su un traffico di armi». Il commissario Pampillonia ha specificato che «Curcio, sentito personalmente dal procuratore di Trapani (Gianfranco Garofalo, ndr) disse che i contrasti tra Francesco Cardella (guru della Saman) e Rostagno non erano legati all’intervista che quest’ultimo rilasciò alla rivista King», nel corso della quale, parlando della comunità, non avrebbe mai citato Cardella». Il teste, parlando della deposizione di Curcio ha affermato che, ad alcuni atti, «è stato posto il segreto di Stato». Non ha però detto chi lo ha posto e su che cosa è stato posto. E questo sarà un argomento che approfondiranno i legali nel controesame, rinviato a mercoledì della prossima settimana. Maddalena Rostagno, figlia del giornalista assassinato, in una precedente udienza, aveva asserito che lo scontro tra suo padre e Cardella era legato proprio a quell’intervista.

IL SEQUESTRO DEI BENI ALL’AVVOCATO SARO CATTAFI, TUTTI I RETROSCENA DI UN’INCHIESTA CAMPALE. IN ARCHIVIO LE INCHIESTE DI ANTONIO MAZZEO SU TUTTA LA VICENDA: Sequestro da 7 milioni per l’avvocato Rosario Cattafi. Personaggio già noto alla Procura di Palermo. I giudici: non cessati i rapporti con la mafia

I colletti diventano bianchi. Il livello adesso è il terzo. Lo scenario che si ripropone ancora una volta è quello delle schegge deviate dell’antistato che trattano con la mafia e le frange coperte della massoneria, e che sono capaci di condizionare il potere politico e i piani regolatori, di riciclare enormi capitali all’ombra delle “famiglie”, di tracciare i destini urbanistici affogando il territorio di cemento “sporco”, di corrompere il libero mercato frenando lo sviluppo di una terra bellissima. È un sequestro cardine per l’intera provincia quello che ha interessato i beni riconducibili all’avvocato barcellonese Rosario Cattafi, 59 anni, che è il principale protagonista del provvedimento emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina presieduta dal giudice Bruno Sagone, il magistrato che ha anche redatto il lungo provvedimento. Un sequestro del valore stimato in sette milioni di euro che nell’agosto dello scorso anno è stato richiesto del procuratore capo di Messina Guido Lo Forte e dal sostituto procuratore della Dda Vito Di Giorgio, e che ha visto in questi mesi un’indagine “sotterranea” del Gico, il braccio investigativo-economico delle guardia di finanza. Un lavoro impeccabile. E il provvedimento ha riguardato la società “Di Beca Sas di Corica Ferdinanda & C.”, da decenni la cassaforte economica della famiglia Cattafi, il punto nevralgico di tutte le operazioni, ancora quattro beni immobili (tra questi c’è il terreno in contrada Piscopato a Barcellona della grande operazione del centro commerciale, di cui parliamo ampiamente in un altro articolo), quattro auto, una moto di grossa cilindrata, infine conti correnti e titoli. I giudici hanno deciso anche di sospendere dall’amministrazione e dalla gestione dei rapporti bancari l’avvocato Cattafi, il figlio Alessandro e la “Di Beca Sas”, affidando in questa fase l’intero patrimonio acquisito all’amministratore giudiziario, l’avvocato Domenico Cataldo. L’udienza per il confronto accusa-difesa sul sequestro è stata fissata per il prossimo 14 giugno. L’avvocato Cattafi non è un barcellonese qualunque. In passato è stato coinvolto in numerose inchieste di mafia, per esempio la “Sistemi criminali” gestita dalla Procura di Palermo che comunque fu poi archiviata, ed ha già interamente scontato tra il 2000 e 2005 una misura di prevenzione personale definitiva con obbligo di soggiorno. Proprio a questa misura i giudici fanno riferimento nel loro provvedimento come pilastro per il sequestro di beni, e descrivono Cattafi come «… inserito a pieno titolo, in una posizione di preminenza rispetto a quella dei semplici affiliati, in alcune organizzazioni criminali di tipo mafioso, quali la famiglia mafiosa di Benedetto Santapaola e la famiglia mafiosa di Barcellona P.G.». Ecco l’altro passaggio-chiave per vedere come ragionarono all’epoca della misura di prevenzione i giudici: «Il Tribunale in particolare ha fondato tale giudizio sulla molteplicità ed accertata non occasionalità dei rapporti intrattenuti con esponenti di vertice di dette organizzazioni, sulla natura dei suddetti rapporti, sul carattere tendenzialmente permanente degli stessi, sulla tipologia del contributo apportato dal proposto alle associazioni, sulla conoscenza da parte di costui delle compagini associative, dei ruoli dei partecipi e di alcuni gravissimi eventi delittuosi maturati in questi contesti criminali». E questa situazione di “cointeressenza”, fotografata quando nel 2000 all’avvocato Cattafi venne applicata la misura di prevenzione personale, oggi secondo i giudici della Prevenzione non è affatto mutata: «… la riconosciuta pericolosità deve ritenersi ancora attuale, in carenza di elementi certi che inducano a ritenere l’avvenuto recesso o l’estromissione del Cattafi dai contesti mafiosi sopra descritti ovvero la disintegrazione di questi ultimi». L’altro elemento fondante del provvedimento di sequestro siglato dalla Prevenzione è l’analisi dei redditi di Cattafi e dei familiari rapportata poi alle acquisizioni che sono stata effettuate. E dopo una lunga analisi dei flussi finanziari effettuata in questi mesi dagli uomini del Gico i giudici scrivono che «… si tratta di redditi che, valutati nel loro complesso, sono di per sé idonei a giustificare in capo al preposto ed ai suoi familiari un tenore di vita improntato alla soddisfazione dei bisogni ordinari, con pochi margini per effettuare spese voluttuarie», quindi esiste «una indubbia sproporzione tra i redditi dal proposto e dai componenti il suo nucleo familiare. ed il patrimonio mobiliare ed immobiliare ascrivibile agli stessi». NUCCIO ANSELMO - GDS

IL RETROSCENA: Presente in tutte le riunioni importanti
C’è un altro aspetto molto particolare valutato dai giudici della Prevenzione sulla personalità di Cattafi. Formalmente, cioé per quanto riguarda gli atti, lui non ha più alcun ruolo all’interno della cassaforte di famiglia, la “Di Beca Sas”, che fu costituita nel lontano 11 novembre del 1982 ed ha subito un importante mutamento societario, tra i tanti, alla fine del 2004, quindi pochi giorni rima che il legale barcellonese finisse di scontare la misura della sorveglianza speciale di Ps ma era ancora sottoposto alla misura. In realtà la guardia di finanza ha accertato con dati concreti che il vero “dominus” era soltanto lui. Guidava le auto della ditta, e soprattutto partecipava in prima persona agli appuntamenti di lavoro importanti, come quello che avrebbe dovuto portare alla realizzazione del mega parco commerciale a Barcellona. Il consulente della “G.D.M. Spa” Raffaele Cirillo sentito dalla Finanza ha detto per esempio che quando si trattò di siglare un atto notarile davanti al notaio Biondo di Barcellona nel marzo del 2005 «dall’altra parte erano presenti la dott. Corica Ferdinanda, amministratore della “Di Beca Sas”, ed un soggetto di cui non ricordo il nome, presentatosi come avvocato. Ricordo che non essendosi creata alcuna difficoltà nella stipula dell’atto non ebbi alcun confronto di natura tecnica con l’avvocato sopra menzionato, per cui pensai fosse un mero accompagnatore». E in un album fotografico mostrato a Cirillo dagli uomini del Gico il consulente ha riconosciuto in una l’avvocato Cattafi. Altro teste sentito dalla guardia di finanza padre Cataldo Ballistreri, rappresentante legale dell’Ispettoria salesiana sicula San Paolo. E il prete ha dichiarato che nel corso delle trattative successive alla vendita del famigerato terreno a Barcellona, ad una riunione in uno studio elgale «… erano presenti oltre me e il nostro legale, avv. Spampinato Giuseppe, il direttore salesiano di Barcellona P.G., Don Salvino Raia e, per la controparte, l’avv. Correnti ed i due avvocati Cattafi, padre e figlio».(n.a.)

La società Di Beca
Viene costituita l’11 novembre 1982, sotto forma di società a responsabilità limitata, da Rosario Pio Cattafi, dalla madre Nicoletta Di Benedetto, dalla sorella Maria Idea Cattafi e dal fratello Agostino Rosario Cattafi. La sede è in via Garibaldi 58, a Barcellona. Rosario Pio Cattafi è nominato amministratore unico della società, che si occupa dell’assunzione di appalti da enti pubblici e privati per l’esecuzione di lavori di ogni tipo, progettazione, costituzione, acquisto, vendita, permuta, amministrazione e gestione di terreni e fabbriche per civile abitazione, di carattere turistico-alberghiero, industriale e commerciale. Nel 1989 la Di Beca (di Cattafi Rosario & C.) è trasformata in s.n.c. Nel 2004, oltre al trasferimento della sede, varia anche la denominazione, divenendo l’attuale Di Beca s.a.s. di Corica Ferdinanda & C. I soci sono Nicoletta Di Benedetto, Maria Idea Cattafi, Alessandro Gaspare Cattafi e Ferdinanda Corica.

I beni sequestrati
Società Di Beca s.a.s.
Fabbricato e magazzino in via Curcio, a Barcellona
Abitazione in contrada Rosate, a Oliveri
Terreni in contrada Piscopato, oggi Siena, a Barcellona
Fiat Panda
Due Bmw
Audi cabriolet
Motociclo Kawasaki
Conti correnti portafoglio, depositi o libretti intestati a Rosario Cattafi, al figlio e alla Di Beca
Titoli di credito azionari e obbligazionari

Un metodo d’indagine sinergico e innovativo
L’indagine coordinata dal procuratore capo Guido Lo Forte e dal sostituto della Dda Vito Di Giorgio, in collaborazione con le Fiamme gialle di Messina, costituisce una novità nel panorama delle misure di prevenzione. Sfruttando una recente normativa introdotta nel 2009, è stato applicato il sequestro sulla base dell’obbligo di soggiorno, a carico di Rosario Cattafi, a partire dal 2000. Provvedimento comprovante la pericolosità del soggetto e presupposto della illecita acquisizione dei beni. In sostanza, si tratta del primo sequestro del genere sul territorio nazionale. Un brillante risultato del cosiddetto “Desk interforze”, che ha sfruttato la sinergia tra Dda e forze dell’ordine. Fondamentali, inoltre, le enormi potenzialità offerte dalle nuove tecnologie, come il progetto “Molecola”. Il software della GdF che si è rivelato molto prezioso per ricostruire il profilo dei Cattafi.

Troppo evidente la sproporzione tra redditi dichiarati e disponibili
L’area di contrada Siena, a Barcellona, veniva considerata una sorta di pozzo di San Patrizio. Grazie al progetto del parco commerciale, sarebbe diventata una grande fonte di ricchezza: hotel, strutture ricreative, negozi, ipermercati e tanto altro sugli oltre 18 ettari di terreni agricoli. Di conseguenza, la Di Beca aveva puntato gli occhi, acquisendo gli enormi spazi, nel 2005, da un’opera pia dei Salesiani, per un importo di 619 mila 800 euro. Tuttavia, a giudizio del procuratore capo Guido Lo Forte e del sostituto della Direzione distrettuale antimafia Vito Di Giorgio, c’era il forte rischio che, una volta realizzato, il complesso si sarebbe trasformato in una grossa opportunità per il riciclaggio di denaro. E ne avrebbe tratto giovamento, in primis, proprio Rosario Pio Cattafi. A destare forti sospetti su questo “disegno” due fattori chiave. Dal 2000 al 2005, è costretto a rispettare l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Misura irrogata nel massimo, 5 anni, per la sua pericolosità, secondo quanto contenuto nel decreto emesso dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina, nell’agosto del 2000. In cui si fa riferimento ai suoi contatti con personaggi del calibro di Nitto Santapaola, Pietro Rampulla e Giuseppe Gullotti. L’altro elemento centrale è dato dai passaggi poco limpidi dell’iter relativo alla mega opera di contrada Siena. Ad esempio, la società G.d.m. (Grande distribuzione meridionale), prima si è dichiarata fortemente interessata alla costruzione del parco, presentando il relativo progetto, approvato dal Consiglio comunale di Barcellona. Ma una volta ottenuto l’imprimatur, si è fatta da parte, lasciando carta bianca alla Di Beca. Sulla base di queste anomalie, gli inquirenti hanno concentrato la propria attenzione su chi, effettivamente, manovrava la società. Grazie al prezioso contributo dei finanzieri del Gico (Gruppo investigativo criminalità organizzata) di Messina è stato accertato che la mente era proprio l’avvocato Cattafi. Troppo evidente, inoltre, la sproporzione tra i redditi dichiarati al fisco dal cinquantanovenne e dal figlio Alessandro e la reale disponibilità. Dall’indagine patrimoniale delle Fiamme gialle è emerso che Cattafi junior nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009 ha speso circa 90 mila euro per l’acquisto di beni mobili, in particolare auto di grossa cilindrata. Mentre nel 2005, 2006, 2008 ha dichiarato solo dieci mila euro, raddoppiati nel 2007. Durante la conferenza stampa di ieri, al Comando della Guardia di finanza di via Tommaso Cannizzaro, il comandante provinciale Decio Paparoni e il tenente colonnello Stefano Pirrotta hanno spiegato che l’attività di monitoraggio è avvenuta grazie alle nuove tecnologie a disposizione. Sono state sfruttate, in particolar modo, le potenzialità del software “Molecola”. Programma grazie al quale, individuato un “prestanome”, si recuperano tutti i dati significativi a lui riferibili. L’output è una scheda che permette di radiografare “il valore” del soggetto nell’ambito dell’indagine in corso. Nel caso di specie, si è riusciti ad individuare i beni riconducibili a Rosario Cattafi e al figlio Alessandro. In virtù del decreto emesso dai giudici del Tribunale (Bruno Sagone, Antonino Giacobello e Rosa Calabrò), ai due sono stati sequestrati quattro beni immobili (tra cui un terreno di 60.000 metri quadrati), altrettante autovetture, una moto di grossa cilindrata, conti correnti e titoli. Obiettivo del provvedimento, evitare che la mafia barcellonese sfruttasse la ghiotta occasione di controllare una fetta consistente di economia del Longano e alterasse le regole del mercato con modalità illecite. RICCARDO D’ANDREA - GDS

Parco commerciale, un iter contorto e anomalie sospette
L’area del parco commerciale finita sotto i sigilli, ubicato in contrada Siena di Barcellona, si estende su una superficie di oltre 18 ettari, di cui 5,24 appartengono all’immobiliare della famiglia Cattafi, la “Di.Be.Ca.” S.a.s. che gestisce i beni immobiliari della famiglia Di Benedetto-Cattafi e di cui è amministratrice Ferdinanda Corica, moglie del noto commercialista Stefano Piccolo, personaggio chiave negli affari, dal parco commerciale, alle saline della Sardegna, da sempre al fianco dell’avvocato Rosario Pio Cattafi. Il Piano particolareggiato che definiva nei dettagli la zona individuata nel Prg, era stato presentato inizialmente nel giugno dello del 2007, anche se le procedure sono datate un anno prima con la sigla degli accordi, dalla società “G.d.m. SpA” di Reggio Calabria (proprietaria dell’Ipermercato Carrefour di Milazzo). La stessa società, successivamente, ha poi reso noto di non essere più interessata - nonostante avesse pagato le spese di progettazione - all’iniziativa urbanistica per i lamentati ritardi di approvazione da parte del Comune e anche perché nel frattempo aveva concluso accordi per l’apertura del nuovo Ipermercato a Milazzo. Il Comune di Barcellona che successivamente in Consiglio - dopo il parere favorevole della Terza Commissione consiliare e della Commissione edilizia urbanistica - con ampia maggioranza e con l’apporto di una parte della minoranza ha approvato il piano, aveva stabilito anche il costo minimo che le ditte interessate ad insediarsi nel parco dovevano corrispondere alla “Di.Be.Ca.”, doveva essere pari alla somma di ben 85 euro al metro quadro, assai superiore al reale costo di mercato dell’area. La stessa “Di.Be. Ca.”, subentrata nella lottizzazione, poteva avviare direttamente gli “espropri” dei restanti terreni per rivenderli a sua volta sul libero mercato o per realizzare le opere di urbanizzazione necessarie alle sei maxi strutture commerciali che dovevano insediarsi nell’area. L’area della “DiBeCa” finita sotto sequestro apparteneva all’Oratorio Salesiano di Barcellona. Il terreno faceva parte, al pari di una palazzo di Pozzo di Gotto e dell’area su cui sorge l’Oratorio salesiano, dei cespiti donati dal benefattore Salvatore Cattafi, antenato dell’avv. Rosario Pio. Il terreno e il palazzo furono oggetto di un contenzioso intrapreso dagli eredi Cattafi, Gaspare e i figli Agostino e Rosario Pio che lamentavano la mancata attuazione dei voleri testamentari dell’antenato. Nel corso della causa civile, le richieste dei Cattafi furono respinte, in seguito, inspiegabilmente, l’amministratore regionale dei Salesiani decise di sottoscrivere una transazione con cui si cedevano sia il terreno che il palazzo agli eredi Cattafi. LEONARDO ORLANDO - GDS


LE REAZIONI
: Duro colpo ad un sistema che da anni era colluso

L’operazione della Direzione distrettuale antimafia e della Guardia di finanza di Messina è «un importante successo nella lotta ai livelli alti della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto». Lo dichiara in una nota il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, dopo il sequestro di beni ai danni di Cattafi padre e figlio. «Il sequestro di beni a Rosario Pio Cattafi è un passo in avanti per colpire finalmente un sistema di collusioni che dall’omicidio del giornalista Beppe Alfano fino al suicidio del professor Adolfo Parmaliana è rimasto impunito», afferma Lumia. Che aggiunge: «L’operazione conferma quanto già avevo denunciato nella relazione di minoranza del 2006 della Commissione antimafia e con l’interrogazione sul mega-parco commerciale che rientra, per l’appunto, negli affari di Cosa nostra». A stretto giro arriva il commento dell’europarlamentare di Italia dei Valori Sonia Alfano. «Per anni avevo pubblicamente auspicato che cessasse l’impunità goduta da Rosario Pio Cattafi e che cessassero le ragioni che l’avevano garantita». E ancora: «Il sequestro dei beni rappresenta la certificazione che quell’impunità si appresta a diventare un relitto di un torbido passato». Sonia Alfano auspica che la Dda di Messina eserciti l’azione penale nei confronti di Cattafi, «essendo ormai da anni esistenti i necessari presupposti probatori».