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MESSINA: Blitz della Capitaneria nell’area dell’ex degassifica dopo il reportage giornalistico

Qualcuno s’è ricordato che quella che abbiamo definito, solo pochi giorni fa, “terra di nessuno” in realtà ha un proprietario. Anzi, c’è chi “litiga”, istituzionalmente parlando, contendendosi la titolarità di certe aree, finendo poi per non curarsi di ciò che vi accade dentro. Ma qualcosa ogni tanto si muove. Così il commissario straordinario dell’Ente Porto Rosario Madaudo ha invitato la Capitaneria a verificare cosa stesse accadendo all’interno dell’area dell’ex degassifica. Un’area che dovrebbe essere off-limits ma che nei fatti non lo è. A dimostrarlo il reportage che pochi giorni fa abbiamo pubblicato, con le foto di Enrico Di Giacomo a testimoniarne l’incredibile facilità d’accesso. Quel cancello aperto, col catenaccio e il lucchetto divelti, sono tracce evidenti di un via vai che non dovrebbe esistere. Così ieri mattina gli uomini della Capitaneria di porto, guidati dal primo maresciallo Tommaso Baluci, hanno effettuato una sorta di “blitz”, proprio in base alle indicazioni date da Madaudo. È apparso subito evidente come sia frequente che alcune persone si introducano, portando via strutture in ferro da rivendere poi sul redditizio mercato “nero”. Particolarmente appetibili i grossi tubi in ferro, che sarà pure “vecchio” ma che ha mercato, eccome. E così, in un’area che viene resa terra di nessuno, appunto, tutto diventa più facile. Anche perché, come ci ha spiegato lo stesso maresciallo Baluci, «questa è un’area che difficilmente può essere quotidianamente controllata dalle forze di polizia». Se ne rende conto lo stesso Ente Porto, che ieri, dopo il blitz mattutino, ha garantito alla Capitaneria che provvederà a creare un servizio di vigilanza: impossibile una guardiania fissa, dai costi troppo alti, si sta pensando all’installazione di dissuasori ed alla saldatura di una porta in ferro. Per quanto riguarda l’eliminazione delle tante strutture che ancora oggi insistono all’interno dell’ex degassifica e che “attraggono” i piccoli ladruncoli di quartiere, attirati dalla possibilità di far fruttare la merce sottratta con un bel po’ di quattrini, lo stesso Ente Porto sta portando a conclusione una gara d’appalto per lo smaltimento dei materiali in ferro, di cui si occuperà una ditta. Chi in quella porzione della falce si reca ogni giorno per lavorare, però, non si stupisce di questi continui episodi, che riguarderebbero anche altre aree, dove sovente “sparirebbero” cavi dalle gru, materiali in rame, bombole, lamiere, parti di macchinari danneggiati sempre con lo stesso scopo: rivendere tutto all’esterno. Un’illegalità favorita dalla situazione di assoluto degrado che regna un po’ ovunque, nella zona falcata. A pochi passi dall’ex degassifica ci sono, ad esempio, i locali della ex Garibaldi, del cui scempio, nei giorni scorsi, abbiamo dato ampia testimonianza. Se le istituzioni, anziché litigare sulla titolarità di questa o quell’area, iniziassero a lavorare sul serio per costruirci un futuro, forse qualcosa potrebbe davvero cambiare.(s.c.) - GDS

MESSINA: Caso Ruby, indagati estetista Ester Fragata e avvocato Goffredo Sturniolo. Il pm ipotizza l’induzione alla prostituzione e la violenza sessuale, gli interessati hanno già querelato la marocchina

Hanno lavorato in estate. Quando il clamore del bunga bunga era sopito e il processo di Milano in pausa. Per mettere nero su bianco l’altra faccia messinese del Rubygate, vale a dire le accuse che provengono dalle dichiarazioni dell’ormai maggiorenne marocchina Karima El Mahroug, la “nipote di Mubarak” partita da Letojanni in provincia di Messina e improvvisamente sbocciata sulle prime pagine di tutto il mondo per le frequentazioni con Silvio Berlusconi. Già perché “l’accusata” che deve rispondere del furto di un bracciale durante la sua parentesi messinese, quando ancora era minorenne, e ha già dato buca due volte ai giudici nei mesi scorsi rinviando tutto, in questa nuova inchiesta rimasta sotterranea per mesi, il numero di R.G. risale al 2009, è divenuta “accusatrice” inguaiando due delle tante persone che ha frequentato quando era esplosa come novella stella della vita notturna messinese, girovagando tra una discoteca e l’altra. Adesso, dopo una serie di accertamenti, un po’ di lavoro supplementare della polizia giudiziaria concluso in piena estate, c’è un atto di conclusione delle indagini preliminari che riguarda la titolare del centro estetico “Nail Art” che la ospitò per un paio di settimane nel 2009, l’imprenditrice Ester Fragata, e un giovane avvocato che la marocchina avrebbe frequentato in quel periodo, Goffredo Sturniolo. In questa fase è stata nominata per entrambi gli indagati come legale di fiducia l’avvocato Mariacristina Cuzzola. L’atto in questione è siglato dal sostituto procuratore Federica Rende, e il magistrato contesta due ipotesi di reato diverse agli indagati: alla Fragata un tentativo di induzione alla prostituzione minorile (è il 600 bis c.p.) che sarebbe avvenuto tra il gennaio e il febbraio del 2009 all’interno del centro estetico, all’avvocato Sturniolo invece una serie di approcci sessuali (è il 609 bis c.p.) verso la ragazza, che si sarebbero consumati nel 2009: l’11 febbraio nel bagno del centro estetico e in auto, il 13 febbraio in una nota discoteca in pieno centro città e poi nella sua abitazione. Secondo quanto scrive il magistrato dopo gli accertamenti estivi, ma nel fascicolo a quanto pare sono confluiti anche una serie di atti gestiti in precedenza dal pm dei minori Giuseppina Latella e anche dalla polizia giudiziaria del Tribunale dei minori, Ruby sarebbe stata “invitata” dalla Fragata ad assecondare le richieste di “massaggi particolari” o “altre prestazioni sessuali” di alcuni clienti del centro estetico, ma si sarebbe rifiutata, fuggendo in lacrime. Il lungo verbale in cui Ruby, una sera, raccontò la sua verità a due ispettori di polizia, è datato 17 febbraio 2009. È quello il primo atto che ha portato alle clamorose novità di questi giorni. In quelle quattro pagine la marocchina parlò di tutto, dei suoi giri notturni, della permanenza al centro estetico, delle cene importanti, e anche del “gioco dei dadi” in casa dell’avvocato Sturniolo che si sarebbe rifiutata di fare, un gioco che prevedeva rapporti e prestazioni sessuali “a caso”. È proprio sulla base di quel verbale che pochi giorni dopo, il 3 marzo 2009, la polizia inviò a due procure, quella ordinaria e quella per i minorenni, una prima informativa di reato.
Ma i due indagati di questa nuova e clamorosa storia raccontano cose ben diverse. Contro queste dichiarazioni della marocchina sia la Fragata sia l’avvocato Sturniolo, accompagnati dai loro legali di fiducia, gli avvocati Nunzio Rosso e Nicola Giacobbe, nei mesi scorsi hanno presentato in Procura due distinte querele contro la diciottenne: la proprietaria del centro benessere per calunnia, false informazioni al pubblico ministero e favoreggiamento personale, il legale Sturniolo per calunnia. In sostanza respingono con forza tutte le accuse della marocchina. La Fragata ha anche detto in un’intervista rilasciata al nostro giornale nei mesi scorsi che si tratta di affermazioni «deliranti» e che tutta questa storia «mi ha danneggiato parecchio». L’estetista ha presentato inoltre all’epoca una denuncia per il furto di un bracciale che custodiva in uno dei cassetti del centro benessere “Nail Art”, un “tennis” del valore di circa 3.000 euro che scomparve dopo la fuga di Ruby. Proprio per questo furto la diciottenne marocchina è attualmente sotto processo al Tribunale per i minori di Messina, ma per due volte ha disertato l’udienza davanti al gip Michele Saya. Tutto potrebbe anche concludersi con il perdono giudiziale. L’avvocato Sturniolo nella sua querela ha raccontato per esempio di aver conosciuto Ruby in un ristorante del centro città nel febbraio del 2009, mentre la marocchina era in compagnia della Fragata, poi insieme si spostarono a casa del legale «per bere qualcosa e ascoltare musica», ma tutto finì lì perché «… dopo circa 20/30 minuti la Ruby manifestava apertamente di essere stanca, per cui la Fragata ha ritenuto di tornare a casa». Sul gioco dei dadi Sturniolo è stato poi ancora più esplicito nella denuncia: «… escludo categoricamente che, nella predetta circostanza, abbia fatto uso dei “dadi” descritti dalla Ruby per il semplice motivo che non li ho mai avuti e dei quali sconoscevo (e sconosco) l’esistenza». NUCCIO ANSELMO - GDS

La vicenda
Ruby una volta fuggita da Letojanni, e nel suo peregrinare tra centri di accoglienza e comunità, ha originato nuove indagini. Il 17 febbraio 2009, dopo essere scappata dal centro benessere gestito da Ester Fragata (il 14 febbraio), raccontò a due ispettori di polizia di essere stata costretta a prostituirsi proprio in quel centro, e raccontò di un tentativo di violenza sessuale subito dal giovane avvocato messinese Goffredo Sturniolo, una sera di febbraio. Contro queste sue dichiarazioni sia la Fragata sia l’avvocato accusato di abusi hanno presentato in Procura due distinte querele contro la diciottenne marocchina: la proprietaria del centro benessere per calunnia, false informazioni al pubblico ministero e favoreggiamento personale, il legale per calunnia. Respingono tutte le accuse della diciottenne.

‘NDRANGHETA, IL MISTERO - IL SUICIDIO DI MARIA CONCETTA CACCIOLA: I genitori: Maria Concetta cercava serenità. La coppia ha ribadito i dubbi sulla regolarità del percorso seguito dalla testimone di giustizia

«Mia figlia voleva solo ritrovare la sua serenità». Parole pronunciate ieri, davanti ai magistrati della Procura di Palmi, da Anna Rosalba Lazzaro. La madre della testimone di giustizia che sabato 20 settembre si è suicidata ingerendo acido muriatico nel bagno della sua abitazione a Rosarno, dove era rientrata dopo tre mesi trascorsi in una località protetta, è stata sentita ieri insieme con il marito, Michele Cacciola. Oggetto dell’audizione è stato l’esposto che la coppia aveva presentato per chiedere approfondimenti sulle motivazioni che avevano portato la figlia al disperato gesto. Il procuratore Giuseppe Creazzo avrebbe voluto sentire la coppia nell’immediatezza della presentazione del documento ma le condizioni della madre della vittima, provata dalla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia, avevano determinato un doppio rinvio. Ieri i coniugi Cacciola sono arrivati negli uffici al primo piano del Tribunale verso le 15. Con loro c’erano gli avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani che, però, non hanno presenziato all’interrogatorio. I genitori di Maria Concetta Cacciola sono stati sentiti dal procuratore Creazzo e dal sostituto Giulia Masci, titolare del fascicolo sulla morte della testimone di giustizia, come parti offese e, di conseguenza, non era necessaria la presenza dei loro legali. L’interrogatorio è durato poco meno di tre ore. I magistrati hanno voluto conoscere i particolari del drammatico tentativo di soccorrere la donna ormai agonizzante, con l’inutile corsa verso l’ospedale di Polistena, e approfondire il contenuto dell’esposto presentato dalla coppia sollevando non poche riserve sulla regolarità del percorso di collaborazione seguito dalla ragazza. Nel documento, Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro hanno ipotizzato che la figlia sia stata indotta a collaborare approfittando di un suo momento di debolezza. E a tal proposito i genitori hanno sottolineato che le condizioni di salute di Maria Concetta non erano sicuramente ideali: «Nostra figlia – hanno sostenuto all’unisono – in passato aveva avuto problemi di depressione e dopo la recente disavventura la depressione era più marcata». Ovviamente la disavventura di cui hanno parlato i genitori era legata alla scelta di Maria Concetta di diventare testimone di giustizia, abbandonare i tre figli minori e gli altri familiari e andare a vivere in una località protetta. Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro hanno continuato a ripetere di non riuscire a spiegarsi cosa possa essere passato per la testa della figlia quando ha fatto quella scelta ma di essere sicuri che Maria Concetta si era pentita di averlo fatto. E a sostegno della loro tesi i coniugi Cacciola avevano allegato alla denuncia una lettera scritta dalla figlia nel maggio scorso, quando si era allontanata dalla famiglia per recarsi in una località protetta dopo l’avvio della sua collaborazione, e una registrazione audio fatta dalla testimone dopo il ritorno a casa, avvenuto il 10 agosto scorso. Quanto sostenuto dai genitori contrasta, comunque, con l’ipotesi di un ulteriore ripensamento di Maria Concetta che quarantott’ore prima di togliersi la vita avrebbe provato a riallacciare i contatti con i carabinieri. In ogni caso sarà l’inchiesta dei pm di Palmi a chiarire i lati oscuri della sconvolgente vicenda che ha avuto per protagonista una donna che ai magistrati della Dda Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò aveva manifestato la volontà di cambiare vita, di chiudere quell’esperienza che la vedeva moglie di un uomo che sta finendo di scontare una condanna definitiva a 8 anni per associazione mafiosa e componente di una famiglia legata da stretti rapporti parentali a Gregorio Bellocco, uno dei vertici del potente clan della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Gli investigatori attendono anche i risultati (compresi gli esami tossicologici) dell’autopsia eseguita dal medico legale Antonio Trunfio e che dai primi accertamenti non sembra abbiano evidenziato elementi che contrastino con l’ipotesi del suicidio. Paolo Toscano - GDS

L’INCHIESTA - Chiesa, la beffa dell’8 per mille: Dei 144 milioni che gli italiani destinano allo Stato, più di 50 finiscono al restauro e alla manutenzione di parrocchie, monasteri e basiliche. Un regalo che si assomma al sistema di ‘devoluzione proporzionale’ che porta nelle casse del Vaticano l’87 per cento del gettito con solo il 34,5 per cento delle firme

In un modo o nell’altro, l’otto per mille degli italiani finisce quasi sempre alla Chiesa Cattolica. Se non bastasse il sistema proporzionale di distribuzione dei fondi, che finisce per dirottare l’87,2 per cento del gettito direttamente nelle casse della Conferenza episcopale italiana (anche se quelli che scelgono la Chiesa sono il 34,5) ci pensa poi lo Stato a girare un altro 3-4% alla Cei, prelevandolo direttamente dalla sua quota. Basta infatti andare a guardare la destinazione dei fondi gestiti dallo Stato per accorgersi che almeno un terzo della torta finisce comunque per avvantaggiare il Vaticano: una cifra che solo nel 2010 oscillava tra i 50 e i 60 milioni di euro sul totale di 144 milioni a disposizione dell’otto per mille “laico”. Questo finanziamento aggiuntivo si perpetua da anni attraverso l’opera di restauro e conservazione di chiese, monasteri e basiliche. Fatti due conti, circa un terzo di tutti i fondi dell’otto per mille destinati allo Stato vengono quindi impiegati nella ristrutturazione dei luoghi di culto presenti nel paese. La fatica di firmare per lo Stato Italiano il proprio modulo è quindi sprecata. Andando a sfogliare il Decreto della Presidenza del Consiglio pubblicato lo scorso dicembre (qui), si può notare come dei 343 progetti finanziati, 262 riguardano i beni culturali e la metà di questi interessano chiese e parrocchie. Scorrendo l’elenco si possono vedere il milione e mezzo di euro speso per la Basilica di Sant’Andrea a Mantova, il milione e 800mila euro per il restauro della Chiesa dei santi Vittore e Carlo a Genova, il milione e 200mila euro per san Raffaele a Pozzuoli e il milione e 400mila euro per le suore Benedettine di Lecce, ma non mancano gli interventi da 100mila e persino 50mila euro. Una lista lunga 52 pagine, in gran parte con nomi di parrocchie e chiese della provincia italiana beneficiate dall’otto per mille destinato allo Stato, almeno sulla carta. Ma le buone notizie per la Cei non finiscono qui. Dopo anni di gestioni folli dell’otto per mille statale, di volta in volta razziato dalle finanziarie e prosciugato per missioni di pace o per aggiustatine di bilancio, lo scorso anno le Commissioni bilancio del Parlamento hanno approvato una legge che rimettesse ordine sull’uso di questi fondi, “costringendo” i Governi ad utilizzarli per il contrasto alla fame nel mondo, alle calamità naturali, per l’assistenza ai rifugiati e per la conservazione dei beni culturali. Grazie a questa necessaria modifica, la quota dell’otto per mille in mano allo Stato per finanziare interventi sociali è cresciuta a dismisura, arrivando a 144 milioni e triplicandosi rispetto ai 43 milioni del 2009 (qui) e moltiplicandosi di 50 volte rispetto ai miseri 3 milioni e mezzo del 2008 (qui). Un vero e proprio tesoretto che poteva andare alle missioni del terzo mondo o essere usato per combattere le calamità naturali, ma che per oltre 100 milioni è rimasto in Italia ed è stato speso in restauri. Viste le cifre in gioco sorge però una domanda: non potrebbe essere la Cei, con i proventi del suo otto per mille, quello destinato alla Chiesa Cattolica, a sobbarcarsi il costo delle ristrutturazioni dei beni ecclesiastici? Cercando la verità nei bilanci, la risposta è certamente sì. Il solo gettito dell’otto per mille arrivato nelle casse dei vescovi nel 2011 ammonta infatti a 1 miliardo e 118 milioni di euro, di cui 190 sono stati destinati all’edilizia di culto (qui). Di questi, 65 milioni sono destinati alle ristrutturazioni (”tutela beni culturali ecclesiastici”): una cifra quasi identica a quella investita per lo stesso scopo dallo Stato. Anche non volendo andare ad intaccare il fondo di ben 125 milioni destinato alla costruzione di nuove chiese in Italia, la Cei potrebbe limitarsi a investire nella ristrutturazione una parte di quei 55 milioni che nell’ultimo bilancio sono stati “accantonati”, cioè messi da parte per future esigenze. Ma finché ci pensa lo Stato a pagare i restauri, perché spendere di tasca propria? di Mauro Munafò - ESPRESSO.IT

MESSINA: Tutti gli affitti che zavorrano Palazzo Zanca. Fallito, per il momento, il tentativo di eliminare l’esborso per l’Urbanistica mentre l’ex Amam è nel degrado

C’è una voce che incide, e tanto, sul bilancio “equilibrista” di Palazzo Zanca. Incide, per l’esattezza, per 4 milioni 661 mila 67 euro e 38 centesimi. Sono i cosiddetti “fitti passivi”, cioè tutti quegli affitti che il Comune paga ad altri soggetti, privati e non solo, per uffici, scuole, parcheggi, mercati. Una cifra importante, forse anche troppo, alla luce dei tanti immobili che il Comune ha e non utilizza, quando non li mette direttamente in vendita per far cassa (vedi l’ex Amam di Gravitelli, preda del degrado). Entrando nei dettagli, Palazzo Zanca paga oltre 571 mila euro per uffici municipali, 273 mila per gli uffici di collocamento, 153 mila per sedi circoscrizionali, 144 mila per il Tribunale di sorveglianza, ben 1 milione 602 mila euro per gli uffici giudiziari (spesa rimborsata per circa il 75 per cento dal ministero della Giustizia), 936 mila per scuole materne, 246 mila per scuole elementari, 61 mila per scuole medie, 46 mila per parcheggi. Questi i dati che vengono fuori dal bilancio di previsione 2011 sul quale il consiglio comunale dovrà discutere nei prossimi giorni. Dati che potrebbero ridursi perché molti dei contratti di locazione sono in scadenza proprio quest’anno, anche se già sono iniziati i rinnovi e, in assenza di alternative, è facile pensare che ce ne saranno altri. Resta la bella cifra, 4,6 milioni, che sembra davvero elevata per un Comune che non naviga certo nell’oro. Negli scorsi mesi l’argomento è stato sfiorato quando si è parlato della sede del Dipartimento Urbanistica di via Industriale da “traslocare” a Catarratti, nei locali che avrebbero dovuto ospitare una scuola. Il sindaco Buzzanca sembrava deciso, «il contratto di locazione in via Industriale è scaduto, per risparmiare prima dell’estate trasferiremo tutti gli uffici a Catarratti». Una posizione ferma che non era piaciuta particolarmente a chi in via Industriale ci lavora e che si è scontrata, poi, col parere negativo del Dipartimento Viabilità. Risultato: l’Urbanistica è rimasta dov’era, con tutto il suo “oneroso” contratto di locazione che, per inciso, non è scaduto ma ha durata fino al 13 febbraio 2012. Proprietaria dell’immobile è la Paride srl, società riconducibile all’ex sindaco e oggi parlamentare del Pd Francantonio Genovese. La società, infatti, appartiene oltre che al costruttore Orazio De Gregorio, alle società Ge.Imm. srl di Franco Rinaldi (cognato di Genovese e parlamentare regionale) e alla Caleservice srl, i cui proprietari sono proprio Genovese e Rinaldi. Il Comune per quest’immobile ha pagato e continuerà a pagare 209 mila euro l’anno (169 mila euro di canone più Iva, imposte e spese di condominio). Rimanendo all’Urbanistica, quasi 90 mila euro vengono sborsati per l’archivio e lo sportello unico, sempre in via Industriale, immobili della Sior di Orazio Gugliandolo. A quest’ultimo appartiene, in comproprietà con Simonetta Coniglio, la sede del nodo comunale informativo territoriale (36 mila euro annui). Diversi i contratti in essere tra il Comune e la Miscela d’Oro, a cui appartengono i locali dell’ufficio tecnico del Risanamento (oltre 12 mila euro annui), dello staff “N” di Statistica ed Urbanistica (66 mila euro), gli archivi del tribunale (110 mila euro più altri 66 mila per immobili della stessa famiglia Urbano) e la direzione didattica Mazzini di via Trento (41 mila euro). ”Fitto”, è il caso di dirlo, anche il rapporto col Gruppo Franza. Al quale sono riconducibili gli uffici giudiziari di via Malvizi (di proprietà della Neptunia Spa) che al Comune costano 427 mila euro l’anno e gli archivi della Procura, della “Gf Property & Facility Management” (una volta Imfra srl), che di euro ne costano invece 22.323. Dando un’occhiata agli altri immobili che costano di più, troviamo gli uffici Euromed (di Felice Siracusano, 78 mila euro), gli uffici di collocamento di Messina Centro (della Arr Spa, 186 mila euro), gli uffici di sorveglianza del tribunale in via Manara (Giovambattista Magno, 144 mila euro), lo stesso Palazzo di Giustizia (102 mila euro al Demanio), gli uffici giudiziari di via Domenico Savio (Giuseppe Pugliatti, 388 mila euro). Tutte somme, va ribadito, comprensive di imposte di registro, Iva e spese di condominio. Ci sono poi i locali della polizia giudiziaria (quasi 72 mila euro alla Ard Immobiliare e 17 mila ad Antonietta Ardizzone), l’Istituto comprensivo n. 3 di via Corbino Orso (ben 598 mila euro alla Sitat Srl). Non mancano gli immobili affittati al Comune da altri enti pubblici. Su tutti l’Iacp, ben undici, in gran parte botteghe, ma spicca la sede della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, 78 mila euro, che contribuisce fortemente al totale di 156 mila euro che da Palazzo Zanca transitano all’Iacp. 122 mila euro l’anno costano gli immobili che il Policlinico affitta al Comune per ospitare le scuole materne ed elementari dell’ospedale. C’è poi il terreno dell’ex Mandalari di viale Giostra, di proprietà dell’Asp, che al Comune costa 60 mila euro. Infine, la scuola materna Mazzini, per cui Palazzo Zanca sborsa ogni dodici mesi più di 15 mila euro. I proprietari sono il presidente della Provincia, Ricevuto, e i suoi fratelli. Sull’enorme mole di fitti passivi del Comune non sono mancate le battaglie, negli anni, di alcuni consiglieri comunali, tra cui l’attuale capogruppo del Pdl Pippo Capurro che spinge perché l’Amministrazione riduca questa voce in uscita di un già “critico” bilancio. Oggi come ieri, Capurro (così come altri consiglieri hanno fatto in passato) chiede di sollecitare una seria e dettagliata analisi degli edifici di proprietà e di quelli in affitto, di quantificare con certezza l’ammontare dei fitti passivi, per evitare gli sprechi che l’Amministrazione, pur essendo proprietaria di diversi immobili, continua a produrre con reiterate proroghe dei contratti d’affitto. Palazzo Zanca dunque si svena e i privati incassano. Tutto questo a causa di un Comune che ancora fatica a razionalizzare la spesa. E questa non è certo una colpa dei privati che gli immobili li affittano e se li fanno pagare. SEBASTIANO CASPANELLO - GDS

Lo scultore Emilio Isgrò furioso per il trasloco forzato del suo celebre “Seme d’arancio”, che sarà rimosso dal piazzale della stazione. La decisione è del sindaco Candeloro Nania, cugino del parlamentare del Pdl Domenico: Barcellona Pozzo di Gotto, il simbolo dell’antimafia nascosto nel giardino zen

Ufficialmente lo stanno rimuovendo per “ricollocarlo in un sito di maggior pregio e più profondo significatoâ€, come assicura il sindaco Candeloro Nania, cugino del vicepresidente del Senato Domenico (Pdl) e ras della politica locale. Parole che non incantano lo scultore Emilio Isgrò, autore del “Seme d’aranciaâ€, un impasto di tufo, scorie vulcaniche e resine simbolo del riscatto e della rinascita di Barcellona Pozzo di Gotto, la “Corleone†della provincia di Messina per i suoi misteri mai risolti sulla linea di confine tra mafia e Stato. Secondo Isgrò, che ha scritto due lettere infuocate al sindaco Nania, quella scultura collocata altrove “ha di fatto cancellato quel messaggio di fiducia e di speranza che l’opera voleva trasmettere alle nuove generazioniâ€. Insomma, dice oggi Isgrò, “un brutto segnoâ€, visto che, spostata in altro luogo, l’opera verrebbe privata del suo significato originario e per difenderla lo scultore è pronto ad adire le vie legali. Il perché lo spiega Achille Bonito Oliva, uno dei tanti protagonisti del mondo dell’arte che in queste ore si sta mobilitando a tutela del “Semeâ€, insieme ai cittadini di Barcellona che ieri sera hanno organizzato in sit-in di protesta: “Spostando l’opera in un giardinetto – sostiene Bonito Oliva – si rischia di annullarne il messaggio, che non ha a che fare solo con l’estetica, ma anche con l’etica’’. Ai barcellonesi, infatti, quel seme alto sette metri e visibile da ogni punto del paese, collocato dov’è accanto alla vecchia stazione ricorda la partenza dei carichi con le essenze di agrumi per il nord Italia, un periodo in cui Barcellona esportava fragranze di zagara utili per la sua crescita economica del territorio e non gli orrori di una guerra di mafia e i misteri di “relazioni pericolose†tra mafia e politica cristallizzate nel rapporto degli ispettori del ministero degli Interni che pochi anni fa sollecitarono, misteriosamente senza esito, lo scioglimento del consiglio comunale. Inaugurato nel ’98 dall’allora ministro delle Pari Opportunità Anna Finocchiaro, il “Seme d’arancia†non è mai stato amato dalla giunta di centrodestra considerato che, scrive Isgrò nella lettera, “già dalle origini qualcuno vicino alla vostra amministrazione ha visto questa mia istallazione come intrusiva e quasi abusiva, chiedendomi continuamente di spostarlaâ€. La nuova sistemazione sarebbe stata individuata vicino (o dentro) un giardino Zen progettato dall’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa. Ma se all’inaugurazione, nel 1998, arrivarono 200 sindaci da tutta Europa con un Tir di 13 metri con una scritta sulla fiancata “Questo Tir trasporta il Seme d’aranciaâ€, in queste ore numerosi comuni hanno offerto la propria disponibilità a ospitare l’opera, se dovesse essere rimossa dalla sua sede naturale, anche nelle sue condizioni, come scrive Isgrò nella lettera, “di avanzata demolizione e smantellamentoâ€. E per farla restare nel territorio da Messina la fondazione Comunità diretta da Gaetano Giunta avrebbe già offerto ospitalità all’opera, assicurandole una vigilanza con proprio personale. “Amo troppo la mia città per privarla di questo mio dono e del suo significato – scrive Isgrò – voi invece la private di un bene intellettuale e morale senza neppure accorgervene. E questo la impoverisce sempre di piuâ€. E conclude: “Sono certo che la città reagirà in un modo composto, ma in difesa dei valori in cui crede’’. E se tutto ciò non basterà, assicura Isgrò, la parola passa alla carta bollata.

di Giuseppe Lo Bianco - 27 agosto 2011