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MESSINA, ARCHEOLOGIA CRIMINALE… - OPERAZIONE “HYDRA”: Progettarono rapine, chieste 10 condanne. Verso la conclusione il processo a una banda degli Anni ‘90 dell’ex gruppo Sparacio

Archeologia della malavita messinese, quando dalle ceneri del gruppo Sparacio nacquero alcune bande di “picciotti”. È questo il contesto del processo “Hydra”, che a distanza di dieci anni dal blitz antimafia, eravamo nel 2001, ha registrato ieri le richieste dell’accusa al processo di primo grado (sì, siamo ancora al primo grado), davanti al giudici della seconda sezione penale del Tribunale, presieduta da Mario Samperi. Il pm Maria Pellegrino ha affidato a una requisitoria scritta il dettaglio delle richieste formulate dalla Procura. In sintesi l’accusa ha chiesto per i quattordici imputati rimasti alla sbarra (il quindicesimo, Romualdo Insana, nel frattempo è deceduto), 10 condanne, 3 assoluzioni totali e alcune parziali, 3 dichiarazioni di prescrizione dei reati. Ecco il dettaglio: Vincenzo Pergolizzi, 12 anni di reclusione; Innocenzo Bellocchio, 10 anni; Giuseppe Laddea Raffa, 10 anni; Salvatore Gerbino, 12 anni; Maurizio Cariolo, 6 anni e 1.500 euro di multa; Enrico Guarneri, 10 anni; Francesca Centorrino, 7 anni; Giovanna Centorrino, 7 anni; Rosario Sparacio, 12 anni; Vincenzo Nunnari, 12 anni. Per tre il pm ha chiesto l’assoluzione con la formula «per non aver commesso il fatto» dall’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa, si tratta di Francesco Aloisi, Domenico Crimi e Maurizio Bruscoli. La prescrizione di tutti i reati contestati originariamente è stata richiesta per Benedetto Aspri, Giuseppe Trischitta e Giovanni Cuté. Il pm Pellegrino ha chiesto poi l’assoluzione parziale dal reato associativo per Maurizio Cariolo. La prossima tappa è prevista per il 22 febbraio, quando si registreranno gli interventi difensivi degli avvocati Massimo Marchese, Francesco Traclò, Salvatore Silvestro, Domenico Rizzotti, Roberto Materia, Rosario Scarfò, Rina Frisenda, Antonello Scordo e Giovambattista Freni. Al centro dell’indagine Hydra, portata avanti alla fine degli anni ‘90 dalla Squadra Mobile ci fu vera e propria organizzazione criminale, con rapporti di “lavoro” tra Catania, Riccione e Rimini. Questo dopo il vuoto di potere che seguì alla lunga stagione dei pentiti. Gli investigatori seguirono la banda capeggiata da Gioacchino Nunnari (è stato giudicato anni addietro), ex braccio destro del boss Luigi Sparacio. L’allora sostituto procuratore della Dda Salvatore Laganà raccontò di una «organizzazione che ci ha fatto percepire, mentre andavano avanti le indagini e le intercettazioni, un quadro molto preoccupante dal punto di vista della pericolosità sociale. Ma ci furono molti altri indagati nell’inchiesta, a cominciare da amministratori pubblici, alcuni metronotte e impiegati delle Poste, le “talpe” di cui si sarebbe servita l’organizzazione. Quasi subito venne fuori un quadro di operosità criminale veramente allarmante. In due parole organizzavano rapine in continuazione. Gli investigatori riuscirono a stroncare sul nascere ha proseguito Barbagallo, quasi tutti i colpi che avevano messo in cantiere. Un altro aspetto che emerse nel corso dell’inchiesta furono i legami che la banda di Nunnari era riuscita ad allacciare con alcuni elementi della criminalità organizzata catanese, peraltro parenti proprio di Nunnari. Con loro c’era una scambio di armi e munizioni. Ma l’organizzazione poteva contare su tutta una serie di accessori, come parrucche, barbe e baffi finti, giubbotti antiproiettile, acquistati in un’armeria cittadina. Insomma, una banda “vecchio stile”.(n.a.)

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