Tre casi. Tre vicende reggine con personaggi legati a posizioni diverse nel contesto della criminalità organizzata della città e della provincia. Storie diverse tra di loro ma legate dal filo dell’incertezza, tutte accompagnate da domande alle quali, obiettivamente, non è facile trovare risposta. Storie che suscitano sentimenti diversi che vanno dalla preoccupazione all’ansia legata alle aspettative di vedere aperti nuovi, importanti scenari. Il tris di riferimento in questo contesto misterioso è composto dalla sparizione di Marco Puntorieri, dall’evasione “ospedaliera” di Antonio Pelle e dal pentimento di Marco Marino. Di Marco Puntorieri non si hanno più notizie, ormai, da un mese. Quarantuno anni, ritenuto vicino alla cosca Libri-Zindato, era uscito di casa il 16 settembre scorso e si era allontanato alla guida della sua Renault Kangoo. Da quel momento si sono perse le sue tracce. Il ritrovamento dell’auto, nei pressi del torrente Armo, nella zona Sud della città , aveva riacceso la speranza. Ma era durata poco. E così per la moglie, che aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri, e gli altri componenti della famiglia era ripresa l’angosciosa attesa di notizie del congiunto. Il trascorrere dei giorni e delle settimane ha affievolito sempre più le speranze di ritrovare Marco Puntorieri ancora in vita. Gli inquirenti da tempo hanno maturato il convincimento che l’uomo collocato nel contesto criminale che opera tra i quartieri cittadini di Modena e Cannavò si possa considerare vittima di lupara bianca. La causa della sparizione è stata cercata nel passato di Puntorieri, coinvolto nell’operazione “Casco”, condotta dalla Dda contro le cosche che operano nella zona Sud di Reggio. Arrestato nel 2002, Marco Puntorieri era stato processato e condannato. Era uscito dal carcere da qualche anno. Il fratello di Marco Puntorieri, Orazio, un incensurato che lavorava come precario al Comune di Reggio, il 22 dicembre 2008, era stato ucciso con due colpi di fucile caricato a pallettoni. Dalla sparizione di Marco Puntorieri alla sparizione di Antonio Pelle, alias “a mamma” o “u vancheddu”, personaggio di spicco dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di San Luca. Di Pelle si sono perse le tracce dalla notte dell’11 settembre scorso, quando si è allontanato dal reparto di Medicina generale dell’ospedale di Locri dove era stato ricoverato quella stessa mattina. Il boss era giunto in ospedale dalla sua abitazione di Bovalino dove si trovava agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Pelle era un omone alto e grosso. In cella, però, era dimagrito tantissimo. Digiunando e ingerendo farmaci si era ridotto a una larva. Al momento dell’arresto pesava 99 chili; quando era stato sottoposto a visita dai periti nominati dal tribunale di sorveglianza il suo peso era sceso ad appena 47 chili. Praticamente stentava a reggersi in piedi. Gli esperti avevano concluso che le condizioni erano incompatibili con il carcere dove il boss si trovava avendo riportato una condanna a 13 anni nel processo “Fehida” (alla sbarra componenti delle famiglie di San Luca protagoniste della faida) e un’altra condanna a 10 anni (ridotta a 9 in appello pochi giorni addietro) per coltivazione di marijuana. Chiaro come il ricovero in ospedale facesse parte di un piano ben congegnato da Pelle per potersi dare alla latitanza dal momento che a casa sua, dove si trovava agli arresti domiciliari, le possibilità di fuga erano alquanto limitate. Il ricovero in ospedale ha dato, dunque, al boss la possibilità di allontanarsi indisturbato con l”aiuto di qualcuno (le condizioni fisiche non gli consentivano di farlo autonomamente), approfittando della mancanza di sorveglianza e controlli in ospedale da parte delle forze dell’ordine. Gli inquirenti temono anche che l’evasione di Pelle possa preludere a un riaccendersi della faida. La terza vicenda vede protagonista Marco Marino, uno dei sette condannati all’ergastolo per l’omicidio di Gigi Rende, l’eroico vigilantes caduto la mattina del 1 agosto 2007 in via Ecce Homo, periferia sud della città , durante l’assalto a un furgone portavalori compiuto da un commando di 8 elementi. Nei giorni scorsi Gazzetta del Sud ha dato in esclusiva la notizia che Marino aveva deciso di collaborare con la giustizia. Il nome del giovane è legato indissolubilmente a una vicenda giudiziaria che ha riservato non poche sorprese. Elemento vicino alla famiglia di ‘ndrangheta dei “Ficareddi”, storica alleata dei Serraino, Marino nel corso del processo d’appello aveva accusato un collega della vittima, l’altro componente della pattuglia a bordo del furgone assalito dai banditi, di aver fatto da basista, di essersi accordato con la banda fornendo indicazioni su percorso, orari e valore del denaro trasportato. Secondo Marino alla banda era stato assicurato che non ci sarebbe stata alcuna resistenza da parte della scorta. E invece quell’azione “semplice-semplice” era finita in tragedia perché la banda si era trovata davanti Gigi Rende, appena rientrato dalle ferie e utilizzato inaspettatamente quella maledetta mattina. Marino non era stato creduto nelle sue accuse dai giudici d’appello ed era stato incriminato per calunnia. Ora la scelta di aprire un altro capitolo, accompagnata da un ritorno all’antico, chiedendo al suo vecchio legale, l’avvocato Antonino Aloi, di difenderlo così come aveva fatto in passato quando la vicinanza alla cosca dei “ficareddi” gli aveva procurato non poche noie. Il nome di Marino, inoltre, era stato accostato agli ambiti d’azione del clan Serraino, lo stesso potentato di ‘ndrangheta interessato dall’inchiesta “Epilogo”, con quattro presunti componenti inizialmente sospettati di aver avuto un ruolo nella vicenda della bomba esplosa davanti alla Procura generale il 3 gennaio 2010. Adesso si attende di conoscere cosa ha già raccontato o racconterà Marco Marino ai magistrati che si occupano delle principali vicende criminali reggine. Sarà importante sapere se le rivelazioni del collaboratore riguardano solo la sconvolgente vicenda dell’assalto al portavalori culminata con l’assassinio di Gigi Rende oppure se aprirà lo scrigno dei suoi trascorsi di ‘ndrangheta, indicando nomi e circostanze in relazione alle vicende che l’hanno avuto protagonista. Dovesse trovare conferma la seconda ipotesi c’è da stare certi che le dichiarazioni potrebbero rivelarsi alquanto interessanti. Paolo Toscano - GDS





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