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L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO: IL RADAR ANTI-MIGRANTI NELL’INFERNO DI MELILLI-AUGUSTA-PRIOLO

L’INCHIESTA DI ANTONIO MAZZEO
L’ultimo regalo della ex ministra Stefania Prestigiacomo agli abitanti del triangolo della morte Melilli-Augusta-Priolo, l’area a più alto rischio ambientale di tutto il Mediterraneo. Si tratta di uno dei radar acquistati dalla Guardia di finanza in Israele per far la guerra ai migranti, lo stesso che era stato installato nella riserva naturale del Plemmirio, Siracusa, e poi smantellato per non deludere i concittadini-elettori della prima donna dei berlusconiani doc di Sicilia, fortemente preoccupati per le sue potenti emissioni elettromagnetiche. “Lo trasferiremo da un’altra parte, lontano dai centri abitatiâ€, aveva annunciato la Prestigiacomo. Detto e fatto. Adesso il radar anti-migranti si mostra in tutta la sua pericolosa grandezza puntando al Golfo di Augusta, in cima ad una collina calcarea di località Cugnicello Palombara, nel comune di Melilli, all’interno di quella che sino al 2000 era una delle più importanti stazioni per le telecomunicazioni della Marina militare e delle forze Usa e Nato. Peccato che il nuovo impianto della Gdf è tutt’altro che distante dalle popolazioni: a due passi c’è Melilli con i suoi 12.000 abitanti; più sotto i centri di Priolo Gargallo ed Augusta e chilometri e chilometri di raffinerie ed industrie petrolchimiche, interminabili file di camini, torri e ciminiere che avvelenano l’ambiente e il territorio. Un golfo, quello tra Augusta e Siracusa, che di sbarchi di migranti nell’ultimo secolo non è ha visti ancora, ma che invece è meta tutti i giorni, 365 giorni all’anno, delle soste di petroliere, navi portacontainer zeppe di sostanze altamente tossiche, finanche sottomarini e portaerei a propulsione nucleare. La più grande pattumiera d’Europa, esposta al rischio sismico e ai maremoti, dove la follia delle transnazionali dell’energia vorrebbe costruire perfino un immenso rigassificatore. Con la stazione di telerilevamento delle fiamme gialle c’è da scommettere che l’inquinamento elettromagnetico toccherà livelli record. La baia è una selva di antenne a microonde: ci sono gli impianti del Centro telecomunicazioni secondario della Marina militare di Augusta, sede alternata al Centro di comando e controllo di Santa Rosa (Roma) per la gestione delle operazioni aeronavali nel Mediterraneo centrale. E la stazione del Fleet Logistic Support Site della US Navy di Augusta per i collegamenti Tlc con le basi di Sigonella e Niscemi e con le unità della VI Flotta in navigazione nel Mediterraneo. “Il nuovo radar si configura come un grande mostro che irradierà con le sue onde buona parte del territorio della Sicilia sud/orientaleâ€, scrive il Movimento per la difesa del cittadino di Melilli che chiede l’immediata rimozione dell’impianto. “Atteso che la sua irrazionale installazione può comportare rischi per la salute dei Cittadini, si vanno a creare servitù militari permanenti ed aggiuntive, in un’area che è stata oggetto di recupero urbanistico da parte del Comune, un non senso giuridico e sostanzialeâ€. Il triangolo della morte petrolchimica e nucleare è una delle aree a più alta densità militare del paese. La città di Augusta ospita una delle maggiori basi della marina militare italiana, sede del Comando Marittimo Autonomo in Sicilia e dell’Arsenale navale in cui vengono riparate le grandi unità da guerra nazionali e Nato. Banchine e pontili consentono sino a 40 posti d’ormeggio, le fregate e le corvette dispiegate nel Canale di Sicilia per contrastare i flussi migratori e le imbarcazioni da guerra e i sottomarini di Stati Uniti e alleati atlantici. A Punta Cugno e San Cusumano sorgono due enormi depositi di combustibili, utilizzati anche in ambito Usa e Nato, mentre all’interno delle grotte carsiche di Cava Sorciaro (Melilli), vicino al nuovo radar anti-migranti, c’è uno dei più grandi depositi munizioni della Marina in Italia, anch’esso a disposizione delle forze armate degli Stati Uniti d’America e degli alleati atlantici. Un bunker dove è stipato qualsiasi strumento di morte, forse perfino le testate atomiche per i mezzi Usa. E, come denunciato dall’on. Francesco Rutelli (al tempo parlamentare radicale), magazzino utilizzato sino a qualche anno fa per lo stoccaggio di armi chimiche di produzione nazionale (“tavolette di difenilcloroarsina e fiale di fosgene ed acido cianidricoâ€), risalenti agli anni precedenti lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Un mixer bellico micidiale arricchitosi oggi con l’Advanced Coastal Surveillance Radar (ACSR), modello EL/M-2226 ACSR, progettato e realizzato da Elta Systems, società controllata dal colosso industriale militare ed aerospaziale israeliano IAI. Un radar della famiglia di trasmettitori in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), che operano emettendo microonde continue, con frequenza e ampiezza variabili, pericolosissime per la salute dell’uomo e per le specie vegetali e animali. Un’insostenibilità ambientale talmente nota all’ex ministra Prestigiacomo che, grazie al pressing sui vertici della Guardia di finanza, è riuscita ad ottenere in tempi record il dirottamento del radar nel vicino inferno di Melilli. Una vittoria di Pirro, dato che adesso le emissioni coprono una vasta superficie che si estende da Carlentini sino alle porte del capoluogo. Diversamente è andata per gli altri siti destinati ad “accogliere†i radar delle fiamme gialle, tutti all’interno di aree naturali protette (Gagliano del Capo in Puglia, Flumininaggiore, Sant’Antioco e Tresnuraghes in Sardegna). Qui le mobilitazioni e le azioni dirette delle popolazioni e i motivati ricorsi ai tribunali amministrativi regionali hanno permesso di scongiurare sino ad oggi l’installazione dei sistemi di sorveglianza anti-migranti. Situazioni assai mal digerite dagli amministratori della società romana chiamata per trattativa diretta dalla Gdf a fissare tralicci e antenne, AlmavivA S.p.A., che teme di perdere un affare di 5.461.700 di euro (Iva esclusa), quasi un miliardo e 100milioni per cada installazione radar. “Noi abbiamo bloccato i lavori prima dei pronunciamenti del Tar. Ma stiamo valutando anche altri siti, magari all’interno di esistenti zone militari in modo da vedere se riusciamo a venire a capo del problema…â€, aveva annunciato in un’intervista radiofonica l’ingegnere Piero Rossini, responsabile sicurezza di AlmavivA. Importante contractor nel settore delle nuove tecnologie di Nato e forze armate italiane, il gruppo vanta un capitale sociale di 140 milioni di euro, fatturati annui per 865 milioni e un’inedita compagine di dirigenti e consiglieri di grande livello. Presidente è l’ingegnere Alberto Tripi, già manager IBM ed ex consigliere IRI, poi fondatore di COS S.p.A. (società leader nella fornitura di servizi informatici e call center) e attuale presidente di InItalia, il consorzio per l’informatica costituito da AlmavivA, Engineering ed Elsag Datamat (gruppo Finmeccanica). Amministratore delegato è il figlio Marco Tripi, ex dirigente della Banca nazionale del lavoro; vicepresidente Giuseppe Cuneo, sino al 2004 amministratore delegato di Elsag. Tra i membri del consiglio di amministrazione compaiono, tra gli altri, l’ex Ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, poi presidente dei collegi sindacali di Eni, Fintecna e Telespazio; Antonio Amati, già direttore generale Telecom e Ad di Voinoi (Gruppo Acea); l’ex direttore di Rai1 Maurizio Beretta, alla guida della Lega Calcio e nuovo responsabile della struttura Identity and Communications di UniCredit. Ancora più composito e per certi versi inquietante l’elenco delle società che detengono il pacchetto azionario di AlmavivA S.p.A.. Primo azionista AlmavivA Technologies Srl della famiglia Tripi; poi, in ordine, Ge Capital S.p.A. divisione finanziaria del Gruppo General Electric; la Rai Radio Televisione Italiana; la Confederazione Generale dell’Agricoltura Italiana; la C.I.A. Confederazione Italiana Agricoltori; la Confederazione nazionale dei coltivatori diretti; le immancabili Assicurazioni Generali; Visualnet Srl e Ligestra Srl (Gruppo Fintecna). Le associazioni di categoria degli agricoltori in combutta con l’azienda pubblica per i servizi radiotelevisivi e le holding private della finanza, delle assicurazioni e dei call center per brevettare tecnologie e sistemi informatici per il settore militare e l’ordine pubblico ed installare i radar israeliani contro i richiedenti asilo in fuga dall’Africa o il Medio oriente. È sempre più disumano il volto del capitalismo d’Italia. Antonio Mazzeo

MESSINA: Immigrazione clandestina, inflitti 7 anni al noto cuoco marocchino Driss Ouali Idrissi

La lista di reati era lunga, 12 capi d’imputazione. In sintesi é una storia di estorsione e ingresso illegale di extracomunitari in Italia, una “tratta” di cui era ritenuto responsabile il cuoco marocchino Driss Ouali Idrissi, 45 anni, insospettabile chef di un notissimo ristorante cittadino ammanettato nell’agosto 2008 dai carabinieri. Adesso è arrivata la dura condanna, a 7 anni e 30.000 euro di multa, inflittagli dalla seconda sezione penale. Condannato anche nello stesso processo il 50enne Giuseppe Cardullo, a 3 anni e 4 mesi e 10.000 euro di multa (rispondeva solo di due capi d’imputazione legati all’immigrazione clandestina). Il cuoco pretendeva alcune migliaia di euro per far entrare i connazionali clandestinamente in Italia, ai quali procurava falsi contratti di lavoro. Avrebbe anche incendiato le auto di due sue connazionali per ritorsione. Hanno difeso gli avvocati Salvatore Silvestro e Roberto Materia, parte civile l’avvocato Giovanni Mannuccia.

LA CLAMOROSA INCHIESTA DELLA DDA DI MILANO: ARRESTATO IL MAGISTRATO VINCENZO GIGLIO, PRESIDENTE DELLA SEZIONE ‘MISURE DI PREVENZIONE’ DEL TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA. AVREBBE AGEVOLATO LA ‘NDRANGHETA. ARRESTATI ANCHE IL CONSIGLIERE MORELLI (PDL) E L’AVVOCATO VINCENZO MINASI

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ILDA BOCCASSINI

Se hanno ragione gli investigatori milanesi, a tenere le chiavi dei tesori dei clan in Calabria c’era una sorta di “dottor Jekyll e mister Hyde” in toga: da magistrato ha sequestrato quasi un miliardo di euro alle cosche, ma stamattina è stato arrestato in una inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano con l’accusa di aver agevolato proprio la ’ndrangheta nella sua veste di presidente della sezione «Misure di prevenzione» del Tribunale di Reggio Calabria. Al giudice Vincenzo Giglio, 51 anni, presidente anche di Corte d’Assise, esponente di spicco della corrente di sinistra di «Magistratura democratica», docente di diritto penale alla Scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università statale Mediterranea di Reggio Calabria, il procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini e i sostituti procuratori Paolo Storari e Alessandra Dolci contestano non il reato di concorso esterno nell’associazione a delinquere di stampo mafioso, ma le ipotesi di reato di «corruzione» e di «favoreggiamento personale» di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante (articolo 7 del decreto legge 152/1991) di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ’ndrangheta. Nella stessa inchiesta, di cui in queste ore è in corso l’esecuzione di alcuni provvedimenti cautelari, stamattina sono stati arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa anche un politico calabrese e un avvocato penalista milanese. Il politico è Francesco Morelli, componente del Consiglio Regionale della Calabria, eletto nella lista «Pdl-Berlusconi per Scopelliti», vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno che l’aveva appoggiato in campagna elettorale. L’avvocato è Vincenzo Minasi, difensore fra gli altri di Maria Valle, la giovane figlia del patriarca (Francesco) della famiglia, della quale tempo fa aveva ottenuto l’annullamento dell’arresto in Cassazione. ALTRI ARRESTI - Anche un altro giudice, in servizio presso il tribunale di Palmi, è stato perquisito: si tratta di Giancarlo Giusti, indagato per corruzione in atti giudiziari. Tra i dieci arrestati anche un maresciallo capo della Guardia di Finanza, Luigi Mongelli, per l’ipotesi di corruzione e il medico reggino Vincenzo Giglio (omonimo del magistrato arrestato), al quale è contestato il concorso esterno in associazione mafiosa. In carcere anche Francesco e Giulio Lampada, Leonardo Valle e Raffaele Ferminio. Arresti domiciliari invece per Maria Valle, moglie di Francesco Lampada, indagata per corruzione. In ogni Tribunale, la Sezione Misure di Prevenzione è una delle più delicate perché da lì passano le richieste della Procura di sequestrare beni allo scopo di evitare la commissione di reati da parte di soggetti considerati socialmente pericolosi: l’applicazione di queste misure patrimoniali prescinde dal fatto che sia stato commesso un reato, ma può giustificarsi già solo con la semplice esistenza di un indizio a carico del soggetto. E solo per stare alle cronache più recenti, c’era la firma di Giglio in calce ai provvedimenti con la quale la sezione di Tribunale da lui presieduta a Reggio Calabria accoglieva le richieste dei pm di sequestro di 330 milioni di euro al re dei videopoker Giaocchino Campolo, di 190 milioni di euro (comprese due squadre di calcio) alla cosca Pesce, di 150 milioni di euro alla ’ndrina dei Rumbo-Galea-Figliomeni legata ai Commisso. Giglio era molto attivo pure nel dibattito pubblico sulla criminalità organizzata calabrese. Protagonista di convegni e iniziative antimafia, di recente in una lettera aveva avuto una puntuta polemica pubblica con il pm reggino Nicola Gratteri («lo preferisco come inquirente piuttosto che come opinionista e sociologo»), del quale aveva contestato «la tesi per cui sulle nostre teste penderebbe la condanna di dovere essere perennemente circondati e ammorbati dalla ‘ndrangheta». Giglio scriveva invece che «non è questa (finalmente) l’aria che si respira nella nostra città», dove «noto gente stufa, che non vuole morire sotto il tacco del capobastone di turno, che ha compreso senza possibilità di equivoco che la ‘ndrangheta è la moneta cattiva che scaccia quella buona. Posso dirlo? Mi pare che tante persone si siano rotte le palle di vivere una vita a metà e comincino a scorgere la bellezza di una vita per intero». Un arresto-choc, dunque, che per la seconda volta in 15 anni vede il pm Boccassini chiedere e ottenere da Milano l’arresto di un alto magistrato in un’altra città. Era già successo nel 1996 nell’indagine Sme/Ariosto e nell’inchiesta Imi-Sir con il capo dei gip di Roma, Renato Squillante, le cui iniziali condanne per i soldi dall’avvocato Fininvest Cesare Previti vennero però poi annullate nel 2006: nel caso Imi-Sir da una assoluzione in Cassazione che gli attribuì non una «corruzione» ma un «traffico di influenza» reato in altri Paesi ma non in Italia, e nel caso Sme dall’«incompetenza territoriale» milanese dichiarata sempre dalla Suprema Corte che trasferì il fascicolo alla Procura di Perugia, che nel 2007 prese atto della sopraggiunta prescrizione. In quegli stessi processi erano stati imputati l’ex giudice di Corte d’Appello di Vittorio Metta (condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari nel caso Imi-Sir/lodo Mondadori), l’ex giudice e capo di gabinetto ministeriale Filippo Verde (poi assolto dalla corruzione sia in Sme sia in Imi-Sir) e il pm romano Francesco Misiani (assolto dal favoreggiamento di Squillante nel processo Sme). Luigi Ferrarella - CORRIERE.IT

CALCIO: Acr Messina, si cambia? Manfredi: «Ho ricevuto una proposta, la stiamo valutando»

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LELLO MANFREDI

Il Messina si ritrova oggi dopo due giorni di riposo. In vista del turno infrasettimanale programmato per giovedì prossimo (al San Filippo sarà ospite il Sant’Antonio Abate), mister Bertoni ha concesso un ulteriore giorno di relax alla squadra, impegnata oggi in una doppia seduta di allenamenti. Questa che inizia potrebbe rivelarsi una settimana fondamentale per il futuro dell’Acr Messina, sia in ottica campionato che fuori dal campo. Domenica prossima, infatti, contro la Battipagliese i giallorossi mirano a sfatare il tabù trasferta, non avendo finora vinto in campionato alcuna partita lontano dal San Filippo. In un campionato difficile ed equilibrato come questa serie D, già mantenere la media inglese vuol dire alta classifica, e lo si è visto con l’arrivo di Alessandro Bertoni e fino alla sconfitta casalinga contro il Marsala. Ma per fare la differenza bisogna cogliere punti anche in trasferta, un imperativo a questo punto per il Messina, che deve recuperare molto terreno in classifica dopo i sei punti di penalizzazione inflitti dalla Commissione Disciplinare. E il momento per spiccare il volo potrebbe essere proprio questo, dovendo tra l’altro giocare contro una formazione che finora non ha fatto rispettare granché il fattore campo. La Battipagliese, infatti, in queste prime tredici giornate (anche se i campani devono recuperare ancora una partita) ha vinto soltanto due volte fra le mura amiche (appena un successo in più di Nuvla S. Felice e Valle Grecanica, che fin qui hanno fatto peggio di tutti, vincendo soltanto una volta in casa), collezionando anche due pareggi e altrettante sconfitte. Tra l’altro, la partita di domenica prossima non si giocherà a Battipaglia, ma nello stadio Rocco, a Campagna, altro Comune salernitano, come comunicato ieri dalla Lega, a causa dell’indisponibilità del terreno di gioco dei campani. Un indubbio vantaggio per l’undici allenato da Alessandro Bertoni, pareggiato però dal contemporaneo provvedimento di negare la trasferta ai tifosi giallorossi, dal momento che Battipagliese-Messina rientra fra le partite ad alto rischio per la sicurezza pubblica. Ma dicembre è anche tempo di mercato, e il Messina nella finestra invernale dovrà essere necessariamente protagonista. Innanzitutto sono previste alcune operazioni in uscita, a partire dagli under che finora hanno avuto meno spazio, per poi passare ad esaminare la posizione dei big che non hanno risposto alle attese. L’attuale organico del Messina può contare su ben ventotto elementi, decisamente troppi per le esigenze di Bertoni; già in settimana potrebbero partire Agate, Irrera, Russo e Calarco, giovani interessanti, ma che fin qui sono stati penalizzati soprattutto dalle regole sugli under da schierare. Sul futuro societario, il presidente Manfredi ha fatto il punto della situazione.
– È vero che nelle ultime ore un gruppo si è avvicinato alla società con l’obiettivo di rilevarne la maggioranza?
«Sì, ma sulla trattativa ci siamo ripromessi di mantenere il massimo riserbo e pertanto non posso dire nulla di più del fatto che, finalmente, dopo tante chiacchiere qualcuno ha formulato una proposta».
– Lei cederebbe le quote?
«Come ho avuto modo di dire tante altre volte le mie quote sono a disposizione gratuitamente di tutti coloro che vogliono investire seriamente nel e per il Messina. Se poi questo gruppo avrà la maggioranza, adesso non saprei dirlo. Certamente avrà le mie quote. E il nostro obiettivo lo abbiamo già centrato salvando da una radiazione certa il Messina».
– Questo gruppo ha i requisiti di serietà e competenza che lei cercava nei potenziali nuovi soci?
«Sì, sono persone molto serie che conosco da tanti anni ma non mi è dato di sapere quali saranno i loro investimenti, nè i loro obiettivi nè tanto meno le loro competenze specifiche». Tanino Pellizzeri - Gds

CATANZARO: Giudice trasferito, processo “Why Not” a rischio

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Stop forzato del processo a carico delle 27 persone rinviate a giudizio a seguito dell’inchiesta “Why not” su un presunto comitato d’affari che avrebbe illecitamente gestito i soldi destinati allo sviluppo della Calabria. A causa del trasferimento del presidente del collegio, il giudice Antonio Battaglia, al tribunale di Palmi, il presidente del Tribunale di Catanzaro, Domenico Ielasi, ha già avviato le procedure per ottenere l’applicazione del giudice Battaglia, limitatamente a questo processo, a Catanzaro. Ciò al fine di evitare di mettere l’intero processo a rischio azzeramento in quanto i legali delle 27 persone coinvolte potrebbero non prestare il consenso alla rilettura degli atti e, di conseguenza, fa ripartire il processo da zero dopo le già 15 udienze che avevano portato a buon punto il processo. Una mole di udienze che sarebbe a rischio. Il presidente del Tribunale ha già ottenuto il “sì” del collega del tribunale di Palmi e dei Consigli giudiziari di Reggio Calabria e Catanzaro. In attesa dell’autorizzazione all’applicazione del giudice il dibattimento è stato aggiornato al 6 dicembre prossimo. Sul banco degli imputati siedono le persone rinviate a giudizio il 2 marzo 2010, tra le quali anche Caterina Merante, testimone chiave dell’inchiesta “Why Not”, chiamata a rispondere dell’ unico capo d’accusa contestatole: una contravvenzione alle leggi in materia di lavoro. Gli altri sono Aldo Curto, Marino Magarò, Gennaro Ditto, Francesco Morelli, Antonio Mazza, Rosario Caccuri Baffa, Giorgio Cevenini, Rosalia Marasco, Ennio Morrone, Cesare Carlo Romano, Rosario Calvano, Dionisio Gallo, Domenico Basile, Giancarlo Franzè, Antonio Gargano, Filomeno Pometti, Michelangelo Spataro, Michele Montagnese, Pasquale Citrigno, Pasquale Marafioti, Clara Magurno, Alfonso Esposito, Giuseppe Pascale, Ernesto Caselli, Nicola Adamo, Antonino Giuseppe Gatto.(g.m.)

MAFIA: Sequestrati beni per 10 milioni di euro a un imprenditore di Tortorici. Sigilli a mille videogiochi in tutta la Sicilia orientale e inoltre a 4 terreni, sette edifici, veicoli e denaro

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Gli uomini della Direzione Investigativa Antimafia hanno sequestrato beni del valore di dieci milioni di euro intestati o riconducibili a Gaetano Liuzzo Scorpo, 46 anni, di Tortorici, in provincia di Messina, ritenuto “vicino” ai clan Trigila e Aparo, alleati della potente cosca catanese dei Santapaola, che controllerebbero le attività illecite nella zona sud della provincia di Siracusa. Dalle indagini, che scaturisscono dall’operazione Nemesi, con cui nel 2008 fu azzerato il clan Trigila (furono eseguiti più di sessanta arresti per droga ed estorsioni), emerge che attorno al business dei videogiochi Gaetano Liuzzo Scorpo ha creato un vero e proprio impero. Lo dimostra il lungo elenco di beni ai quali sono stati apposti i sigilli: non solo i videogiochi che probabilmente sfruttando le pressioni della criminalità organizzata è riuscito a piazzare anche in provincia di Ragusa, ma anche immobili e veicoli di diverso tipo, anche parecchio costosi. Sono stati i collaboratori di giustizia, con le loro rivelazioni, a offrire agli inquirenti lo spunto per occuparsi di Gaetano Liuzzo Scorpo. Si è scoperto che la cosca avrebbe investito un milione di euro per finanziare l’acquisto dei videogiochi da piazzare nei locali pubblici del Siracusano e del Ragusano e di altre località della Sicilia orientale. Il tortoriciano avrebbe ripagato versando nelle casse della cosca ventimila euro al mese. In cambio avrebbe ricevuto protezione e soprattutto l’eliminazione dal mercato dei concorrenti più scomodi. E così, di mese in mese, Liuzzo Scorpo ha visto la propria attività crescere, sino a ritrovarsi in alcune aree ad operare in regime di monopolio. In tal modo i guadagni suoi e quelli della cosca sono cresciuti nel tempo a dismisura. Gli uomini della Dia hanno cominciato a indagare su Gaetano Liuzzo Scorpo partendo dalla quantificazione del suo patrimonio, apparso sproporzionato rispetto al reddito dichiarato. Ricostruendo il percorso imprenditoriale del tortoriciano è emerso che inizialmente ha intestato alla madre la società Media Game srl per la commercializzazione e il noleggio di videogiochi. Gli affari che crescevano con un ritmo tumultuoso hanno portato Liuzzo Scorpo a creare una vera e propria holding di famiglia specializzata nel noleggio di apparecchiature elettroniche di intrattenimento e di azzardo. Nel contempo ha varato altre due società, entrambe intestate a familiari e a persone compiacenti. Dal 2000 al 2008, nel periodo cioè in cui si sarebbe legato ai clan Trigila e Aparo, Liuzzo Scorpo avrebbe moltiplicato i propri introiti, al punto da arrivare a piazzare in tutta la Sicilia orientale un migliaio di macchinette che gli avrebbero fruttato sino a 120 milioni di euro. Ma ora tutte le ricchezze che avrebbe accumulato grazie all’appoggio delle due cosche siracusane rischia di perderle. Gli investigatori hanno apposto i sigilli a quattro terreni, quasi tutti in provincia di Siracusa, e a sette costruzioni anche queste nel Siracusano. Inoltre sono stati sequestrati dieci veicoli, tra i quali una Maserati Gran Turismo. Tre le società alle quali sono stati apposti i sigilli: la Media Games srl, la Betting Game srl e la Orizzonti Design di Mazza Ivana snc. Sono stati anche sequestrati, su tutto il territorio nazionale, conti correnti bancari e postali intestati all’indagato e ai suoi presunti prestanome. Santino Calisti - GDS