Sul numero di dicembre del mensile “S†è stato pubblicato un articolo dal titolo “La nuova vita garantista di Gioacchino Genchi†con l’intervista all’ex consulente informatico delle procure che da alcuni mesi esercita la professione di avvocato. Riportiamo di seguito il commento del direttore e del vicedirettore di Antimafia Duemila. Abbiamo conosciuto Gioacchino Genchi più di dieci anni fa. Spesso lo incontravamo nel suo ufficio quando ancora era consulente informatico delle procure, quando passava molte ore davanti al computer districandosi tra tabulati telefonici per ricostruire minuziosamente i contatti tra i vari indagati, fossero stati mafiosi o uomini politici locali e nazionali. Della sua storia professionale conoscevamo la sua collaborazione con Falcone e Borsellino, così come il suo lavoro di fine investigatore con il pool Falcone-Borsellino nelle indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Negli anni abbiamo convintamente difeso Gioacchino Genchi e il suo operato da attacchi vergognosi sferrati, trasversalmente, da un mondo politico colluso che vedeva in lui un nemico da abbattere. In qualunque modo. L’accanimento politico-giudiziario-mediatico perpetrato nei suoi confronti - e terminato infine con la sua destituzione dalla Polizia - ha rivelato l’obbrobrio di una classe dirigente unita a una certa magistratura e ad alcuni esponenti delle forze dell’ordine completamente integrati all’interno di un potere criminale emerso nelle sue investigazioni. Insieme a tanti italiani onesti ci siamo contrapposti a quella forma di violenza strisciante e abbiamo sostenuto chi come lui aveva osato contrastare quel sistema mafioso. Oggi però non riusciamo a comprendere quella che mediaticamente è stata definita “la nuova vita garantista di Gioacchino Genchi†nella sua veste di avvocato. Non condividiamo in alcun modo la sua scelta di difendere un personaggio vicino ad ambienti mafiosi come l’ex presidente di Confindustria Caltanissetta, Pietro Di Vincenzo, condannato in I° grado a 10 anni di reclusione per estorsione, per il quale attualmente si sta celebrando un processo davanti alla Corte d’Appello di Caltanissetta relativo alla confisca di alcuni beni di sua proprietà del valore di 265 milioni di euro. Per il procuratore generale, Roberto Scarpinato, Di Vincenzo faceva parte di un vero e proprio sistema mafioso e sarebbe stato favorito dalla sua vicinanza con l’ex “ministro dei lavori pubblici†di Cosa Nostra Angelo Siino. Per Gioacchino Genchi invece Pietro Di Vincenzo sarebbe solo una “vittima†della mafia. Ritrovare in un’aula di giustizia un professionista come Genchi, con la sua storia, che tenta di destrutturare il lavoro di un magistrato come Scarpinato, con la sua storia, per cercare di difendere il proprio cliente disorienta pesantemente chi ha conosciuto l’ex consulente delle procure sotto tutt’altra veste. E’ più che giusto che Gioacchino Genchi si ricrei una posizione professionale dopo quello che ha subito ingiustamente. Ma qui si tratta di scegliere chi si vuole difendere e quale percorso si intende seguire. La vita di ogni uomo è costantemente contrassegnata da scelte che ne determinano una direzione piuttosto che un’altra. Molti “giusti†che si sono avvicendati in questa terra hanno scelto da che parte stare manifestando fino alla fine uno spirito di servizio che ha lasciato il segno. In una città come Palermo, più che in ogni altro luogo, si è obbligati a scegliere da che parte stare. Il “debito morale†che ognuno di noi ha nei confronti di questi “giusti†deve essere onorato attraverso scelte consapevoli. Con coerenza, sacrificio, umiltà , determinazione, financo andando oltre se stessi per non tradire quegli ideali dei quali ci si è fatti portatori. Ecco perchè disapproviamo la decisione di Gioacchino Genchi di difendere Di Vincenzo in quanto ci appare come un tradimento nei confronti dei princìpi che lui stesso ha onorato fino a quando ha combattuto la mafia e quei sistemi criminali che sovrastano il nostro Paese. Non si tratta quindi di rimanere “sorpresi†manifestando “critiche†fini a se stesse, ne tanto meno può valere il paragone citato da Genchi relativo alla scelta, sicuramente discutibile, di alcuni pm di passare dalla funzione requirente alla giudicante nello stesso distretto giudiziario. Il nostro ragionamento è più profondo e riguarda unicamente l’essenza della scelta che si compie. Al di là delle parole sono sempre le azioni quelle che restano e che qualificano la vita di un uomo. Senza alcun rancore, ma con altrettanta franchezza. Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e tutta la redazione di Antimafia Duemila
Lettera di Fabio Repici in risposta all’editoriale su Genchi
Caro Giorgio, caro Lorenzo e cari amici di AntimafiaDuemila, vi scrivo dopo aver letto il commento da voi dedicato a Gioacchino Genchi (meglio, a una sua intervista rilasciata al periodico “Sâ€) sotto il titolo “Una questione di scelteâ€. Sono rimasto sinceramente turbato e avverto l’esigenza (anche per dovere di lealtà nei vostri confronti) di manifestarvi il mio spiazzamento. Non per le vostre legittime opinioni, sia chiaro. Nel senso che non mi avrebbe sorpreso per nulla il vostro “dispiacere†nel vedere il vostro storico amico Gioacchino Genchi difendere un personaggio come l’imprenditore Di Vincenzo, sul quale per molti anni voi avete scritto ripetutamente articoli, ricostruzioni e commenti ferocemente critici. Che io, se può interessare, ho pure spesso condiviso: per Di Vincenzo non ho alcuna stima, tantomeno avendo letto sue dichiarazioni palesemente calunniose nei confronti di Giuseppe Lumia, rese quando l’imprenditore nisseno era assistito da tutt’altri difensori. Il fatto è che della vostra abbastanza prevedibile intima contrarietà avete fatto un pubblico avvenimento. Anche a me, come a voi, dispiace che Gioacchino Genchi non possa più dare allo Stato il contributo enorme che per decenni ha assicurato come funzionario di polizia e come ausiliario di giudici e pubblici ministeri. Ma ciò non è più possibile solo a causa della rappresaglia di Stato a tutti nota e da pochi, voi sicuramente fra questi, adeguatamente denunciata. Genchi non è più un funzionario di polizia perché si è permesso di criticare in pubblico Silvio Berlusconi (Berlusconi!) e non è più un ausiliario della magistratura perché messo sotto processo su iniziativa di inqualificabili magistrati della Procura generale di Catanzaro e del famigerato Ros che ne hanno determinato l’avvio a Roma sotto le cure, fra gli altri, del mitico Achille Toro. Per questo oggi Genchi fa l’avvocato. Gli si vuole contestare anche gli incarichi privati assunti da professionista? Mi sembra un fuor d’opera. Certo, rimarrei sconcertato anch’io se domani apprendessi che Genchi fosse diventato il legale di Renato Schifani. In quel caso, però, Gioacchino avrebbe sicuramente un futuro come Autorità indipendente (per la tutela della privacy, magari), senza nemmeno bisogno del corredo di autorevoli dichiarazioni di stima del tipo di quelle lette per l’avvocato di Schifani la settimana scorsa sul Corriere e che immagino abbiano lasciato basiti (ma in silenzio) anche voi. E da analogo sconcerto sarei rapito se domani si sapesse che Genchi è diventato il difensore di qualche politico processato (e definitivamente condannato) per la vicenda delle Talpe di Palermo o di qualche toga coinvolta in un giudizio su gravi deviazioni nella gestione delle carceri. Ma di sicuro quello sconcerto rimarrebbe solo un sentimento privato. Come quello che vi avrà assalito, cari amici, tante volte, senza per questo tradurre il vostro stupore in un duro editoriale. Criticare pubblicamente un avvocato per la figura o il nome di un suo cliente, converrete con me, è un non sense. Ovvio: difendere Gioacchino Genchi o difendere anche voi dalle accuse di diffamazione è umanamente e professionalmente più gratificante che difendere Di Vincenzo. La contestazione pubblica sarebbe doverosa nel caso di scorrettezza nell’esercizio della professione, non certo per il fatto di contrastare la posizione processuale di una controparte che in questo caso può essere un pubblico ministero stimato da tutti ma che domani potrebbe essere una toga infedele o semplicemente imbelle come purtroppo alle volte capita. La vostra critica pubblica di oggi a Genchi, invece, mi sembra che abbia il solo effetto – so bene, di là dalla vostra volontà e dalle vostre previsioni – di completare il tentativo di isolamento di quell’uomo. Che oggi fa l’avvocato ma che almeno, a differenza della gran parte dell’avvocatura e anche di certa magistratura, per decenni ha contrastato mafiosi e criminali di Stato con capacità e dedizione davvero impareggiabili. È assurdo muovere pubbliche contestazioni per il ruolo che qualcuno – rettamente, sapete meglio di me – svolge nelle aule di giustizia. Ripensate, caro Giorgio e caro Lorenzo, alla pesantezza fallace delle vostre parole su Gioacchino, prima che dobbiate sentirvi costretti a togliere, per banale coerenza e per senso delle proporzioni, il saluto alla quasi totalità dell’avvocatura e della magistratura italiane. Fabio Repici
Replica di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo a Fabio Repici.
Caro Fabio,
ti ringraziamo per la tua lettera, ma ribadiamo quanto abbiamo scritto. Da parte nostra non c’è stato alcun fine di isolare o sovresporre Gioacchino Genchi. Per scrivere il nostro punto di vista ci siamo basati essenzialmente su un rapporto di amicizia che impone la chiarezza quando non si è d’accordo su determinate scelte. La storia di Genchi non è quella di una persona comune che a un certo punto della propria vita decide di fare l’avvocato dopo aver subito un torto. Gioacchino ha risposto alla gravissima ingiustizia subita con un atto che suona come una vendetta nei confronti dello Stato. E’ ovvio che Genchi ha tutto il diritto di esercitare la professione di avvocato e non abbiamo il minino dubbio che lo farà con la massima correttezza. Ma la questione riguarda la scelta della persona da difendere a fronte del proprio vissuto professionale. Qui non si tratta di togliere o meno il saluto alla quasi totalità dell’avvocatura e della magistratura italiane per coerenza o senso delle proporzioni. A noi preme difendere i singoli uomini “giusti†che cercano la verità , siano essi all’interno dell’avvocatura o della magistratura. Ci interessano loro, non le varie “caste†di una o dell’altra categoria. In questi anni siamo sempre stati molto critici con i vertici del Csm e con quelli dell’Anm per alcune loro prese di posizione in antitesi con una corretta amministrazione della giustizia e con la tutela dei magistrati più esposti. Più di dieci giorni fa abbiamo spiegato a Gioacchino Genchi (di presenza nel suo ufficio) le motivazioni del nostro disaccordo sulla sua scelta di difendere Di Vincenzo che vertono unicamente sul piano etico-morale. Ma le sue risposte non sono state esaurienti. Ed è stato lo stesso Gioacchino a scegliere di rendere pubblico il fatto di avere ricevuto le nostre critiche. Caro Fabio siamo realmente onorati della tua amicizia e del fatto di essere difesi da un avvocato come te che fa della propria professione una causa di vita a favore della giustizia. Da parte nostra crediamo però che la causa di vita per la giustizia si regga su valori sacrosanti che non possono essere messi in discussione. Con stima immutata. Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo





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