«La mortalità nei siti contaminati è risultata del 15% più elevata di quella media regionale per le cause di morte correlate al rischio ambientale». Ad affermarlo Enrico Garaci, presidente dell’Istituto sanitario di sanità (Iss), in relazione ai risultati dello studio sui 44 territori a rischio inquinamento che hanno riscontrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia meridionale. In Sicilia i siti oggetto dello studio, durato cinque anni, sono Gela, Priolo, Milazzo e Biancavilla. Lo studio è stato presentato al 35° congresso annuale dell’associazione italiana di epidemiologia. La maggior parte dei dati raccolti proviene dai progetti di bonifica ipotizzati per le aree private industriali. I siti studiati sono costituiti da uno o più Comuni e la mortalità è stata studiata per ogni sito, nel periodo 1995-2002, attraverso indicatori ad hoc. Per realizzare questo studio, infatti, è stato messo a punto un complesso sistema di analisi che tiene conto delle tante variabili che possono causare una malattia. Sono state esaminate globalmente 63 cause di morte nella popolazione residente, tenendo conto anche delle condizioni socio-economiche dei comuni esaminati. La presenza di amianto è stata la causa esclusiva per il riconoscimento di sei siti di interesse nazionale per le bonifiche (in Sicilia l’intervento riguarda Biancavilla) e «in tutti i siti si sono osservati incrementi della mortalità per tumore maligno della pleura», si legge nell’abstract dello studio dell’Iss. «Nel periodo 1995-2002 nell’insieme dei dodici siti contaminati da amianto sono stati osservati un totale di 416 casi di tumore maligno della pleura in eccesso rispetto alle attese». Non ci sono dubbi quindi che l’amianto uccida, che vi sia un rapporto causale certo tra l’amianto e il tumore maligno della pleura. «La correlazione è certa però solo nel caso del mesotelioma pleurico da amianto. Per le altre malattie l’ambiente è uno dei fattori che ha concorso all’insorgenza della patologia», spiega uno degli autori dello studio, Pietro Comba, direttore del Reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità , che però aggiunge: «Lo studio ha mostrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia Meridionale». Quando infatti - si legge nello studio «gli incrementi di mortalità riguardano patologie con eziologia multifattoriale, e si è in presenza di siti industriali con molteplici ed eterogenee sorgenti emissive, talvolta anche adiacenti ad aree urbane a forte antropizzazione, rapportare il profilo di mortalità a fattori di rischio ambientali può risultare complesso». Ma «nei poli petrolchimici si sono osservati eccessi di morte per tumore polmonare e per malattie respiratorie non tumorali. Per questo dato l’attribuzione alla contaminazione ambientale pur non essendo certa risulta probabile», ha spiegato ancora Comba, e «sulla base della conoscenza degli specifici siti considerati sono stati inoltre individuati incrementi localizzati di mortalità per malformazioni congenite, malattie renali, malattie neurologiche e oncologiche riconducibili, sempre con criteri probabilistici, alle specifiche emissioni considerate». Mentre, «altri dati significativi riguardano l’incremento di mortalità per linfomi non Hodgkin nei siti contaminati da PCB, mentre nei siti contaminati da piombo, mercurio e solventi organoclorurati è stato osservato un aumento delle malattie neurologiche». Giovanni Petrungaro - GDS





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