Si aggrava la posizione del consigliere regionale Antonino Rappoccio nell’ambito dell’inchiesta condotta dai pubblici ministeri Ottavio Sferlazza e Stefano Musolino che, nei giorni scorsi, gli hanno notificato per la seconda volta (la prima notifica risaliva allo scorso 13 maggio) l’avviso di conclusione delle indagini contestandogli il reato di corruzione elettorale continuata e in concorso con altri per i quali la Procura sta procedendo separatamente. A differenza del primo avviso, questa volta la Procura contesta al consigliere regionale il concorso e soprattutto la violazione dell’articolo 87 Dpr 16/5/1960 n. 570 (e non più l’art. 86) che comporta una pena fino a 5 anni di reclusione. I fatti si riferiscono alle ultime elezioni regionali quando, secondo i magistrati, il consigliere Rappoccio con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso in vista delle consultazioni elettorali per il rinnovo del consiglio regionale, al fine di ottenere un consistente numero di voti avrebbe promesso numerosi posti di lavoro. Un particolare odioso, questo, poiché il candidato Rappoccio, secondo la ricostruzione dell’accusa, si sarebbe così approfittato della grave crisi occupazionale, iniziando, ancora prima della campagna elettorale, a prospettare concrete possibilità di lavoro presso cooperative, strumentalmente costituite, che avrebbero dovuto operare in vari settori fra cui, dopo il fallimento di fantomatici progetti (sportello informatico, orto botanico per piante rare e palestra per riabilitazione di soggetti disabili) anche in quello foto-voltaico. Secondo le indagini condotte dalla Guardia di Finanza sarebbero centinaia le persone indotte a promettere il proprio sostegno elettorale e quello di amici e di stretti congiunti.
La storia di quest’indagine è lunga e laboriosa. L’avv. Aurelio Chizzoniti, primo dei non eletti nella lista che ha visto primeggiare Rappoccio, ha presentato alla Procura numerosi esposti in cui ha denunciato dettagliatamente le azioni che avrebbe commesso il candidato Rappoccio per raggiungere lo scranno di consigliere regionale. Da tecnico del diritto, poi, Chizzoniti non si è fermato nemmeno quando la Procura aveva notificato a Rappoccio la prima conclusione delle indagini investendo del caso il Csm e anche la Procura generale chiedendo al pg Salvatore Di Landro l’avocazione delle indagini. Cosa che poi non è stata necessaria dal momento che la Procura ha approfondito l’inchiesta e ha riformulato le accuse nei confronti del consigliere regionale.(p.t.)






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