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L’INCHIESTA: Gl’interessi della ‘ndrangheta negli States. Il calabrese amico di John Gotti e le storie dei padrini Jim Colosimi, Frank Costello e Albert Anastasia

L’America dei padrini. La ‘ndrangheta è stata inserita, nel 2008, dal governo degli Stati Uniti nella “Black list” che comprende le 75 organizzazioni più pericolose nel campo del narcotraffico. Negli States agiscono, infatti, “picciotti” d’origine calabrese specializzati nell’importazione di cocaina. Si tratta di malavitosi, collegati alle “Cinque famiglie” di New York, che agiscono in combutta con i narcos messicani del cosiddetto “Cartello del Golfo”. Il procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, tre anni addietro, scatenò tra Europa e Usa una colossale operazione denominata “Solare” che dimostrava i contatti tra un gruppo originario di Gioiosa Ionica, riconducibile a Giulio Schirripa, gestore di una pizzeria nella “Grande Mela” e Ignacio Alberto Diaz, responsabile nella metropoli Usa della “cellula” del “cartello” messicano. I carabinieri del Ros e gl’investigatori di Dea ed Fbi documentarono acquisti di ingenti quantitativi di droga destinati al mercato clandestino calabrese. Gli agenti speciali americani e i detective italiani registrarono pure le minacce lanciate da Diaz ai “compari” provenienti dalla Calabria che tardavano a saldare il pagamento d’una partita di “coca”. Il messicano – ignaro d’essere intercettato – lasciava intendere che erano pronti a intervenire i “Los Zetas”, braccio militare dell’organizzazione, composto da mercenari già responsabili di vere e proprie carneficine nella terra d’origine. Lo stupefacente acquistato Oltreoceano arrivava in Italia con pacchi postali oppure grazie alla complicità di personale (mai individuato) appartenente a compagnie aeree. Un pentito del “Cartello”, Luis Calderon, detto “Tio”, ha rivelato agli uomini della Dea (Drug Enforcement administration) che i rapporti con i calabresi risalivano addirittura agli anni ‘90. Il collaboratore di giustizia ha poi spiegato che le “spedizioni” verso la Calabria, sia nel 2008 che in precedenza, avvenivano con la complicità di dipendenti dell’aeroporto “Fiorello La Guardia” di New York. Un’altra indagine, condotta nel 1992, aveva in effetti dimostrato che un “picciotto” imparentato con il defunto padrino di Siderno, Antonio Macrì, comprava cocaina negli States da Aniello Ambrosio, esponente della “famiglia” Gambino. Insomma, gli spregiudicati affari nel campo degli stupefacenti conclusi dagli uomini della ‘ndrangheta nella patria di George Washington, hanno radici lontane. Gli States, tuttavia, sarebbero pure sfruttati dai calabresi per nascondere patrimoni “sospetti”. È quanto emerso da un’altra inchiesta condotta dalla Dda di Reggio. I magistrati, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Prestipino, hanno infatti accertato che la famiglia Gallico di Palmi ha tentato per il tramite di una società – la “Zenas Llc” – con sede a Wilmington nello stato del Delaware, di nascondere la proprietà di alcuni beni immobili approfittando della favorevole normativa esistente. Il piano stava per essere attuato per il tramite del notaio Daniele Borrelli, di Lugano. Il professionista, finito sott’inchiesta, è morto suicida nelle scorse settimane in Svizzera. D’altra parte le relazioni di alto profilo delinquenziale dei calabresi in Usa sono state confermate di recente dall’inchiesta “Crimine 3″ in cui Vincenzo Roccisano di Gioiosa parlando in auto, a Siderno, con Rocco Commiso, fa cenno alle sue scorribande con John Gotti, padrino dei Gambino, con il quale «passava le estati tra barche e cavalli». Roccisano, che viveva tra New York e la Locride, fungeva da broker della “coca” per i siciliani e i calabresi che acquistavano la “neve” dai colombiani. In America, nel Novecento, hanno fatto fortuna in campo criminale emigrati “eccellenti” partiti dalla punta dello Stivale. Cominciamo da Giacomo Colosimo, detto “Big Jim”, per la possenza fisica, che è stato il “signore” di Chicago prima dell’avvento di Alphonse Capone. Giacomo Colosimo, aveva lasciato il suo paese d’origine, Colosimi (Cosenza), a 24 anni per raggiungere il padre, Luigi, emigrato prima di lui negli Stati Uniti. “Big Jim” fu il primo capo di Al Capone, detto “Scarface”, re del contrabbando di alcolici in epoca di proibizionismo. Agli americani offrì bordelli di lusso, ristoranti alla moda, gioco d’azzardo, tabaccherie raffinate ed i primi ostelli del piacere del mondo. Sempre elegante, portava ai polsini e alla cravatta splendidi diamanti che collezionava con pazienza certosina. Il suo ristorante più famoso era il “Colosimo’s caffè” dove il boss s’aggirava per i tavoli di sera, consigliando ai facoltosi clienti le ricette dello chef italiano più famoso di quegli anni, Antonio Caesarano, che aveva ingaggiato facendogli un’offerta che non avrebbe mai potuto rifiutare. La passione per i diamanti, che portava sempre con sé dentro un sacchettino, indusse i picciotti a chiamarlo “Jim diamond”. Quando qualcuno tentò di dargli fastidio nella ormai sua Chicago, Colosimo fece arrivare da Coney Island il nipote, John Torrio, che divenne il suo vice. Insieme resero la “famiglia” invincibile e ricchissima eliminando dalla scena tutti i possibili rivali e corrompendo i poliziotti troppo curiosi che cercavano di mettere il naso nei loro affari. Per essere ancora più forte Torrio fece venire da New York anche un suo vecchio amico d’infanzia, Alphonse Capone, d’origine napoletana, un uomo spietato e furbo come una faina. Nonostante le grandi ricchezze accumulate e il prestigio criminale raggiunto, “Big Jim” mostrò tuttavia, ormai cinquantenne, d’aver perso smalto e lucidità per via d’un imprevisto innamoramento. Perse infatti la testa per una attrice di 19 anni, Dale Winter. La “cotta” per la giovane artista lo rese agli occhi dei componenti della sua banda sempre più rammollito e distratto. Fu per questo che il nipote, John e il suo braccio destro, Al Capone, decisero di levarlo dai piedi. Nel pomeriggio dell’11 maggio 1920, il boss calabrese lasciò il suo sontuoso appartamento per recarsi al suo più noto ristorante sulla South Wabash. Entrò nel locale, attraversò la sala da pranzo principale e si mise al telefono. Pochi minuti dopo s’udirono due colpi di pistola: “Big Jim” venne trovato senza vita davanti all’apparecchio telefonico. Il suo omicidio è rimasto impunito. Pochi anni dopo un altro calabrese, Frank Costello, avrebbe conquistato l’America. Francesco Castiglia, partito da Lauropoli nel 1896, era carismatico, azzimato e cinico: nel ruolo di “primo ministro” di Cosa nostra, stringeva mani, sorrideva, distribuiva pacche sulle spalle e poi decideva della vita e della morte di migliaia di persone. Costello legò le sue fortune criminali a uomini del calibro di Salvatore Lucania (Lucky Luciano), Meyer Lansky, Bugsy Siegel, Albert Anastasia (calabrese come lui, era di Parghelia), Joe Bonanno e Thommy Lucchese. Le vite di questi uomini condizionarono l’America degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Nel 1932 Frank Costello divenne il braccio destro, il “consigliere” più fidato e ascoltato del “godfather” Lucky Luciano. Frank e Lucky presero in affitto una suite del Walford Astoria che trasformarono nella sede operativa della mafia americana. Al boss nato a Lauropoli vennero affidati gli affari più delicati: i rapporti con i politici, gli artisti, l’investimento dei capitali illeciti accumulati con il gioco d’azzardo, la gestione dei sindacati, le estorsioni. Costello, sempre elegante, raffinato e con il Borsalino perennemente in testa, ebbe l’intuizione di creare una città del gioco a Las Vegas. Il “Primo ministro” della mafia, prese pure a coltivare rapporti con uomini dello spettacolo come Frank Sinatra e Dean Martin cui offrì protezione e aiuto ricevendo, in cambio, incondizionato appoggio con concerti e spettacoli in occasione del lancio di piccoli e grandi locali realizzati con i capitali illegali. Sempre a Costello si deve l’idea di creare a Cuba, dove governava il dittatore corrotto Fulgencio Battista, una nuova Las Vegas. Il pianò fallì a causa della rivoluzione castrista. L’intelligenza del calabrese, però, dava fastidio. Qualcuno perciò decise, nel 1957, di metterlo fuorigioco. Era diventato troppo potente e Vito Genovese ne ordinò la soppressione. Contro il padrino di origine calabrese aprì il fuoco Vincent “the Chin” Gigante, che tuttavia fallì clamorosamente il bersaglio. Costello venne ferito solo di striscio alla testa. Morirà di morte naturale, come i veri grandi boss, nel 1973. Sovrapponibile alla sua è l’esistenza di Albert Anastasia, nato a Parghelia, divenuto capo negli anni ‘30 della “Murderer inc” (anonima omicidi) newyorchese che si riuniva al “Midnight rose’s” e fu responsabile di almeno un migliaio di delitti. Anastasia, per un breve periodo divenne il capo dei capi di Cosa nostra americana. Ma la sua gestione non venne apprezzata da Carlo Gambino e Vito Genovese che lo fecero uccidere il 25 ottobre del 1957 all’interno di un salone da barba del Park Sheraton. Arcangelo Badolati - GDS

LIPARI, L’OMICIDIO DI EUFEMIA BIVIANO: In duemila alla fiaccolata per la donna assassinata

Oltre duemila persone hanno partecipato ieri sera alla “Fiaccolata della legalità”, organizzata da alcuni rappresentanti della società civile, dopo la barbara uccisione di Eufemia Biviano, 62 anni, avvenuta nella sua casa della frazione di Quattropani. I cittadini di Lipari hanno risposto in massa all’invito di manifestare nelle vie dell’isola (dalla banchina di Sottomonastero a corso Vittorio Emanuele, fino alla piazzetta di Marina Corta) per dire “no” alla criminalità che, dopo quasi sessant’anni, ha nuovamente sconvolto la vita a Lipari. Alla manifestazione hanno partecipato anche rappresentanti della Giunta municipale e consiglieri comunali. Nonostante le condizioni meteo non ottimali (in alcuni momenti ci sono stati spruzzi di pioggia) tutti hanno voluto esprimere la propria amarezza per quanto accaduto che ha turbato la serenità di questo periodo natalizio nella principale isola dell’arcipelago eoliano. Un episodio, l’omicidio avvenuto alla vigilia di Natale che ancora non ha un colpevole e proprio per questo anche i parroci durante l’omelia dei funerali di ieri l’altro hanno invitato i cittadini alla collaborazione, per supportare le forze dell’ordine affinché presto possano individuare il responsabile dell’efferato delitto e riportare la serenità tra la gente. Messaggi ribaditi anche nel corteo di ieri.

Cambia il vertice dell’Ordine giornalisti siciliano: Riccardo Arena è il nuovo presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Segretario del Consiglio è Concetto Mannisi

Riccardo Arena, 49 anni, palermitano, cronista giudiziario del Giornale di Sicilia e collaboratore di varie testate nazionali, è il nuovo presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia; segretario del Consiglio è Concetto Mannisi, di Catania, 44 anni, cronista di nera della Sicilia e corrispondente del Corriere dello Sport. Subentrano rispettivamente a Vittorio Corradino e a Filippo Mulè, che tre giorni fa si sono dimessi dagli incarichi, motivando questa scelta con la «necessità di consentire al consiglio stesso di ritrovare unità e armonia». Il nuovo vertice sottolinea il bisogno di un impegno attento e costante verso i problemi della categoria, a cominciare dalle questioni dell’accesso alla professione e della lotta all’abusivismo. «Sappiamo bene quali saranno le difficoltà - dicono Arena e Mannisi - tuttavia cercheremo di lavorare con intensità e impegno, garantendo massima trasparenza e rispetto delle regole». Nella consapevolezza del difficilissimo momento attraversato dalle aziende editoriali «occorre dare risposte ai colleghi, a coloro che lavorano ogni giorno, agli stabilizzati come ai precari, ai professionisti come ai pubblicisti, a tutti coloro che rischiano sempre di più, sotto l’attacco degli editori, ma anche di forze estranee alla professione e di quanti hanno interesse a metterci in un angolo e a mantenerci in un ruolo secondario. Ci sarà bisogno dell’apporto di tutti».

MILAZZO: Aliscafo sperona motoscafo e lo affonda. Il diportista si è salvato gettandosi a mare. La visuale forse ostruita dalla presenza di una petroliera

Tragedia sfiorata ieri mattina nello specchio d’acqua di Levante, antistante la marina Garibaldi per una collisione tra un aliscafo della Siremar ed una imbarcazione da diporto. Un impatto violento che ha tranciato a metà il natante di dieci metri, facendolo immediatamente affondare. Solo per puro caso non ci sono state vittime. Il bilancio è di un solo ferito, qualche contuso tra i componenti dell’equipaggio e lo stesso comandante, in stato di choc. Incolumi i passeggeri, molti dei quali non si sono accorti di nulla sino all’impatto. Il “miracolato” è Nino De Gaetano, 59 anni, milazzese, meccanico, in un cantiere navale, che si trovava a bordo del natante da diporto, per eseguire, secondo quanto emerso dai primi accertamenti, un test di collaudo. L’uomo, quando si è accorto che l’impatto tra i due mezzi sarebbe stato inevitabile, si è gettato in mare. Un gesto che gli ha salvato la vita. Ha riportato ferite lacero-contuse alle gambe e anche lui, ovviamente un forte stato di choc. Tanta è stata infatti la paura. Giunto sul molo, dopo essere stato visitato dal medico in servizio sull’ambulanza del 118 è tornato a casa accompagnato da alcuni amici. Sulla dinamica dell’incidente ha avviato un’indagine la Capitaneria di porto. Gli uomini del comandante Fabrizio Coke cercheranno soprattutto di capire le cause di un impatto avvenuto a pochi metri dall’uscita del porto, a circa un miglio dagli approdi. L’aliscafo “Tiziano” della flotta Siremar, comandato da Carmelo Maimone infatti, come tutte le mattine, intorno alle 8,30 aveva lasciato la banchina di via dei Mille per dirigersi alle Eolie. All’interno del natante una trentina di eoliani ed alcuni turisti intenzionati a trascorrere il ponte di Capodanno sull’arcipelago. Quasi contemporaneamente dal porticciolo turistico “Poseidon” aveva mollato gli ormeggi l’imbarcazione da diporto privata, guidata da De Gaetano, diretta a Giammoro. Allo scontro proprio di fronte alla statua della Libertà, nella zona occupata dalle petroliere in rada, avrebbero assistito in diretta alcune persone che passeggiavano sul lungomare. L’impatto tra i due natanti è avvenuto proprio dietro una petroliera che potrebbe quindi aver ostruito la visuale ai due comandanti dei mezzi. Gli accertamenti dell’autorità marittima stabiliranno l’esatta rotta dei due natanti, e se qualcuno non ha rispettato la propria direzione. Nell’immediatezza registriamo le due posizioni contrapposte. Secondo la Siremar l’imbarcazione di 10 metri, condotta da De Gaetano, avrebbe speronato l’aliscafo. Ma lo skipper afferma di essere stato «investito sulla fiancata destra dalla prua del “Tiziano”, che ha spezzato la barca». Toccherà alla Capitaneria fare chiarezza. Nel pomeriggio di ieri il comandante del porto ha ascoltato le versioni sia del comandante Maimone, sia di De Gaetano. L’ufficiale dell’aliscafo avrebbe dichiarato di aver azionato l’emissione di fischi per attirare l’attenzione del pilota della barca; quest’ultimo invece avrebbe detto di non aver sentito alcun fischio dall’aliscafo. Quel che è certo è quanto accaduto. L’aliscafo infatti, uscito da molo Marullo, ha aumentato secondo consuetudine, la potenza (in quella zona dicono gli esperti raggiunge anche i 38 nodi), alzandosi sulle ali, per iniziare la traversata verso Capo Milazzo e quindi Vulcano. Improvvisamente si sarebbe trovato di fronte il natante da diporto. Il comandante avrebbe azionato il sistema di frenata, calando al massimo i motori, ma a quel punto l’arresto era pressoché impossibile. Drammatica la testimonianza di De Gaetano. «Quando ho visto l’aliscafo arrivare addosso alla barca, ho capito che non c’era altro da fare che tuffarsi in mare. E’ stato questione di un secondo. Ero in acqua, quando c’è stato l’impatto che ha tagliato a metà l’imbarcazione che è subito affondata». L’allarme è scattato subito. Mentre l’equipaggio del “Tiziano” ha cercato di prestare assistenza ai passeggeri, dalla Capitaneria sono partite le motovedette, i piloti e i rimorchiatori. Sulla banchina Marullo è stato richiesto l’intervento dell’ambulanza del 118. Ansia e preoccupazione per il destino dell’uomo che si trovava sull’imbarcazione, ma dopo qualche minuto, De Gaetano, che ha riferito di essersi aggrappato con l’ala dello stesso aliscafo è stato recuperato e condotto con la motovedetta nel porto, dove ha anche tranquillizzato i familiari. Giovanni Petrungaro - GDS

MILAZZO: Gettoni d’oro, tutto rinviato a gennaio. Pergolizzi: «Ma sinora l’indennità l’hanno ricevuta solo il sindaco e Midili»

Nessun passo indietro sull’intenzione di dimezzare il gettone di presenza degli amministratori e dei consiglieri comunali, oggetto di una mozione all’ordine del giorno nella seduta di mercoledì scorso, la cui votazione è però saltata per mancanza del numero legale. Il presidente del Consiglio comunale, Saro Pergolizzi, minimizza l’accaduto, attribuendo il fallimento del primo tentativo di approvazione del documento sia all’assenza di alcuni consiglieri, fuori Milazzo per le festività natalizie, sia alla volontà di approfondire meglio l’argomento a ranghi completi. Discussione in aula che a questo punto - afferma - slitta al 9 gennaio, quando sarà in programma la prima seduta del 2012. «Non c’è stato alcun boicottaggio allo scopo di eludere l’approvazione della mozione nel mancato raggiungimento del numero legale - afferma Saro Pergolizzi -. Del resto, la stessa mozione è stata firmata da 18 consiglieri comunali che non credo abbiano improvvisamente cambiato idea. Ragioni che mi inducono a pensare che il 9 gennaio, alla ripresa dei lavori in aula, sarà approvata senza particolari problemi». La proposta prevede che vengano ridotti nella misura del 50 per cento il gettone di presenza dei consiglieri comunali e l’indennità di carica percepita dal presidente del Consiglio, dal sindaco e dagli assessori, con l’estensione ad altre figure dell’Ente. Senza dimenticare che esiste anche un problema di rimborsi alle aziende pubbliche o private delle quali sono dipendenti alcuni consiglieri comunali. Una mozione articolata, pensata per tagliare i costi della politica, ma che - osserva il presidente del Consiglio - tocca ambiti che vanno regolamentati in modo differente. Per quanto riguarda la riduzione del gettone dei consiglieri, la pertinenza è del Consiglio comunale, che può esprimersi in merito, mentre per quanto concerne la modifica dei compensi del sindaco e degli assessori, spetta alla Regione disciplinare tali status. «Le due richieste hanno degli iter differenti - spieha meglio il presidente del Consiglio -. La mozione, una volta approvata, nella parte relativa al dimezzamento dei gettoni di presenza sarà trasmessa all’ufficio Affari Generali che formulerà una proposta di delibera. Per la parte che invece riguarda la riduzione per gli amministratori, rimarrà un atto di indirizzo a cui gli stessi diretti interessati dovranno dare seguito, legge permettendo». Il presidente del Consiglio torna poi sull’aspetto morale della vicenda, affermando di condividere la ratio della mozione che ha peraltro firmato, pur non risparmiando qualche appunto. «È giusto che in un momento di crisi siano i politici a dare il buon esempio, ma è anche vero che a Milazzo consiglieri e assessori non percepiscono gettoni di presenza e indennità da circa un anno a causa dei noti problemi finanziari dell’Ente - aggiunge Pergolizzi -. Gli unici a ricevere i compensi previsti dalla legge sono il sindaco Pino e l’assessore Midili, ma solo perché si avvalgono, come da diritto, dell’aspettativa. Credo però che se ci vengono richiesti dei sacrifici, è giusto che siano tutti a farli». Va chiarito però che il sindaco e l’assesore Midili sono in aspettativa nei rispettivi posti di lavoro e perciò percepiscono l’indennità di carica. La polemica a distanza continua. Mario Basile - GDS

Oliveri (Messina), abuso di ufficio e falso. Notificati sette avvisi di garanzia all’ex sindaco Carini, ad assessori in carica nel 2006 e a tecnici

I carabinieri hanno notificato sette avvisi di garanzia con le ipotesi di reato di abuso e falsità, a ex amministratori comunali ed a funzionari e tecnici del Comune di Oliveri, al termine di una inchiesta giudiziaria della Procura di Patti sull’affidamento ritenuto illegale della progettazione dei lavori per la realizzazione degli argini del torrente Elicona. Indagati l’ex sindaco di Oliveri, Filippo Carini; due assessori comunali in carica nel 2006, Antonino Bertino e Giuseppe Foresti; il dirigente dell’ufficio di ragioneria del Comune di Oliveri, Giuseppe Allia; un funzionario dell’ufficio tecnico dello stesso Comune Nunziato Chiofalo con funzioni di Rup (Responsabile unico del procedimento); il libero professionista incaricato illegalmente di redigere il progetto dell’opera, l’ing. Salvatore Ravidà e il fratello di questi, il dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Oliveri, il geometra Roberto Ravidà che fino a pochi mesi addietro dirigeva contemporaneamente anche l’ufficio tecnico del Comune di Mazzarrà Sant’Andrea. Le sette persone raggiunte da avvisi di garanzia firmati dal sostituto della Procura di Patti Alessandro Lia, sono tutte accusate di avere, in concorso tra loro, favorita patrimonialmente il progettista dell’opera a cui in violazione alla legge nel 2006 sarebbe stato conferito un incarico di progettazione del muro d’argine del torrente Elicona. L’incarico al progettista ing. Salvatore Ravidà, fratello del tecnico comunale Roberto, non poteva essere conferito perché lo stesso aveva già progettato, percependo somme che si aggirano sui 138 mila euro assai superiori al limite consentito dalla legge dei 100 mila euro, altra opera già ultimata e persino collaudata. Secondo l’accusa, su istigazione del tecnico comunale Roberto Ravidà, sia i funzionari comunali che hanno espresso i pareri favorevoli, ma anche il sindaco e gli assessori, avrebbero adottato il 9 maggio del 2006 la delibera con la quale in violazione alla legge e attestando il falso, si conferiva l’incarico al progettista. La vicenda giudiziaria è scaturita da un esposto presentato all’epoca dei fatti dall’attuale sindaco Michele Pino il quale segnalava l’anomalia. Successivamente sono state le indagini portate avanti dai carabinieri della stazione di Falcone, al comando del luogotenente Giuseppe Bisignani, a venire a capo della vicenda che ha comportato l’emissione di sette avvisi di garanzia a conclusione delle indagini preliminari ordinate dalla Procura di Patti. Durante le indagini si è infatti scoperto che l’incarico progettuale era stato affidato al professionista con la falsa attestazione che si trattava di prosecuzione di lavori già progettati dallo stesso tecnico. Da qui l’accusa di abuso d’ufficio per tutti gli indagati per il vantaggio patrimoniale procurato al professionista incaricato del progetto, ma anche di falsità in atti pubblici. Invece che di prosecuzione di un’opera, si trattava per gli inquirenti di un lavoro ex novo. Il tecnico che aveva ricevuto il secondo incarico con modalità ritenute illegali, avrebbe progettato un’opera diversa e assai distante dall’argine dell’Elicona. Lo stesso infatti aveva avuto conferito – secondo gli accertamenti ordinati dalla Procura – , superando il limite dei 100 mila euro previsto dalla legge regionale n.7 del 2002, la progettazione del verde pubblico del lungomare Cristoforo Colombo, dove fu pure realizzato un anfiteatro. Tutte opere ultimate e collaudate, diversamente da quanto era stto dichiarato nella delibera di conferimento dell’incarico.(l.o.)