Il “generale” è rinchiuso in una prigione federale di Washington. Agli agenti speciali del Federal Bureau of Investigation (Fbi) e ai detective della Drug Enforcement administration (Dea) ha svelato segreti inconfessabili sul narcotraffico mondiale, gli appoggi politici di cui godeva in Colombia e sulle stragi compiute dai suoi guerriglieri. Salvatore Mancuso, 47 anni, ricorda uno dei personaggi del film Apocalypse now. Per anni è stato il “comandante supremo” delle Auc (Autodefensas unidas de Colombia) una formazione paramilitare composta da 12.000 uomini e responsabile di gravi crimini. Tre anni addietro, il “generale” è stato consegnato alle autorità degli Stati Uniti insieme con altri 13 “comandanti” dei gruppi paramilitari tra cui Diego Fernando Murillo, detto “Don Berna” erede di Pablo Escobar a Medellin. Negli Usa, nel 2009, Mancuso, che ora collabora con la giustizia, è stato condannato a 40 anni di carcere e al pagamento di 3000 salari minimi mensili ai familiari delle vittime che i suoi “soldati” hanno ucciso. Sentito dalla Corte suprema colombiana, l’italo-sudamericano ha rivelato che «Fin dal 2001 noi capi paramilitari cominciammo a tenere riunioni nelle quali decidemmo di appoggiare Alvaro Uribe, sia in forma attiva che passiva». Il “generale” – dopo aver confessato d’essere responsabile di 300 omicidi, tra cui quello della nipotina di 22 mesi di un sindacalista dell’università di Cordoba – ha inoltre spiegato che in reiterate occasioni «l’esercito venezuelano chiese alle Auc di collaborare nell’organizzazione di un colpo di stato contro il presidente Hugo Chà vez, ma noi ci rifiutammo». Prima di essere arrestato e di pentirsi, il guerrigliero italo-colombiano viveva nascosto nella giungla che attraversa Colombia, Venezuela ed Ecuador. Il suo alleato storico, Carlos Castano, inteso come il “Boiaco” aveva già deciso di collaborare con la giustizia nel 2004, rivelando alla Dea statunitense rotte e segreti dello smercio mondiale della “coca”. Mancuso, nelle sue confessioni ha adesso tirato in ballo l’ex ministro della Difesa colombiano, Juan Manuel Santos, accusandolo di aver partecipato a due riunioni cui presero parte sia lui che Carlos Castano. «Ci propose di realizzare un colpo di stato nel 1995 per rovesciare il presidente Ernesto Samper». Non solo: il guerrigliero ha lasciato intendere che molte delle campagne criminali poste in essere facevano parte di piani concordati con il governo del suo Paese. Salvatore Mancuso ha pure ammesso d’aver dato l’ordine, nel Nord Santander, in Colombia, di ammazzare il candidato governatore Tirso Velez e, in collaborazione con i servizi segreti deviati colombiani, il difensore dei diritti umani Ivan Villamizar Luciani. Di Castano e Mancuso aveva parlato diffusamente, nel 2003, ai magistrati catanzaresi, un imprenditore di San Calogero (Vibo Valentia), Bruno Fuduli, che ha svolto per sette anni il ruolo di “mediatore” tra esponenti della ‘ndrangheta calabrese e personaggi dei “cartelli” colombiani. Mancuso, infatti, figurava tra gl’incriminati dell’ inchiesta “Decollo”, coordinata dal pm di Catanzaro, Salvatore Curcio e gravemente coinvolto nell’indagine internazionale “Galloway-Tiburon” condotta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. In entrambe le inchieste, il “generale” con passaporto italiano e colombiano, appariva come il motore d’uno spaventoso commercio di stupefacenti messo in piedi con esponenti della ‘ndrangheta. La magistratura calabrese, proprio per questo, ne aveva chiesto agli Usa l’estradizione che non è stata concessa. Molta della droga prodotta dal gruppo guidato dal quarantasettenne di origine lucana, finiva in Italia e Spagna. È per questo che gli “specialisti” della Dea – a cui è stato consegnato – lo hanno sempre ritenuto uno dei personaggi più pericolosi attivi sullo scacchiere latino-americano. Dall’inchiesta “Galloway-Tiburon” della Dda di Reggio, il “generale” italo-colombiano risulta coinvolto in una stratosferica operazione di riciclaggio di denaro sporco tentata in Italia e all’estero attraverso il suo “contabile” Alfredo Salazar Castaneda e un faccendiere romano, Giorgio Sale. Il procuratore Gratteri, intercettando conversazioni in varie aree del pianeta, ha scoperto che Mancuso stava tentando di comprare in Toscana una grande azienda agricola dove intendeva ritirarsi per farsi dimenticare. Sperava di farla franca approfittando del piano di pacificazione nazionale avviato, nel 2005, nel paese sudamericano per porre fine alle violenze che l’hanno insanguinato per trent’anni. E “Santander Lozada” – così lo chiamavano amici e nemici – voleva ritirarsi in Italia, terra d’origine della sua famiglia. Per mostrarsi desideroso di veder pacificata la Colombia, aveva pure fatto consegnare dai suoi uomini all’esercito governativo armi pesanti, blindati ed elicotteri di cui disponeva. La mossa non aveva però convinto nessuno. Le autorità colombiane hanno infatti presto scoperto che continuava a mantenere in piedi sporchi affari. E l’hanno scoperto grazie all’inchiesta avviata dalla magistratura antimafia di Reggio Calabria. Il procuratore Gratteri gli stava infatti dietro da tempo perché sapeva dei suoi rapporti con i “picciotti” della ‘ndrangheta. Il togato calabrese aveva persino avviato una rogatoria internazionale ed era volato a Bogotà per comprendere il volume di affari del “generale” e smascherarne i complici. A Mancuso, grazie agli appoggi e alle coperture di cui godeva, era stata però subito consegnata copia del provvedimento ottenuto dal giudice italiano. È stato lui stesso a raccontarlo a Gratteri quando, l’anno successivo, l’ha interrogato a New York nella veste di pentito. «Non solo ho avuto copia della rogatoria – ha detto il narcotrafficante – ma sono pure venuto a vedere che faccia avesse l’uomo che mi stava dando la caccia». Accompagnato dalla sua “scorta” composta da 600 uomini, infatti, Mancuso era andato nell’albergo di Bogotà in cui alloggiava il magistrato per vedere fisicamente chi fosse. Il giudice calabrese ricorda ancora nitidamente d’aver notato, intorno all’hotel, numerosi Suv con i vetri oscurati e decine di uomini in mimetica che pensava appartenessero all’esercito regolare. Non poteva immaginare che fossero invece milizie paramilitari incaricate di sorvegliarlo e di rendere invisibile il capo delle Auc. Si trattava d’una sorta di sfida. Una sfida che il “generale” era tuttavia destinato a perdere. “Santander Lozada”, grazie al lavoro degli investigatori italiani, è stato infatti successivamente sorpreso a gestire l’importazione annua di 800 bottiglie di “Brunello di Montalcino” e di centinaia di capi di vestiario italiano. Si trattava di merce poi finita in dieci enoteche e cinquanta negozi marchiati “Made in Italy” che Mancuso aveva allestito nella capitale colombiana. Negozi ed enoteche che gli sono stati poi sequestrati grazie all’inchiesta condotta dalla procura di Reggio. In un computer trovato nella disponibilità del narcotrafficante sono state inoltre individuate tracce dei suoi rapporti con il governo libico di Muammar Gheddafi. Il “generale” stava infatti trattando con gli africani l’acquisto di aerei da guerra fabbricati in Italia che erano utili a sostenere le azioni militari delle sue Auc. A Nicola Gratteri, Mancuso ha pure svelato che aveva in mano addirittura «trentasei deputati del congresso colombiano». Parlamentari che contribuiva sistematicamente a far eleggere. Le indagini del Pm reggino gli sono alla fine costate la perdita delle attività commerciali di cui disponeva e il fallimento dell’immensa operazione di riciclaggio programmata in Toscana. “Santander Lozada” è ora rinchiuso in un carcere federale, mentre il suo amico faccendiere Giorgio Sale è ancora detenuto in Sudamerica. “Spiare” un magistrato non gli ha portato fortuna… ARCANGELO BADOLATI - GDS





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