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LA TRATTATIVA - L’ha raccontata al processo Mori l’ex direttore del Dap Sebastiano Ardita: La strana storia dei 334 mafiosi a cui non fu rinnovato il 41 bis. Nel procedimento entra anche l’inquietante vaticinio di Scotti

La Procura di Palermo ha depositato agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia, il verbale di sommarie informazioni rese il 3 dicembre scorso ai pm del capoluogo dall’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, sentito allora nell’ambito dell’indagine sula trattativa tra Stato e mafia. Ai magistrati l’ex politico aveva raccontato le vicende relative all’allarme attentati da lui lanciato alle Prefetture, a marzo del 1993: Scotti aveva denunciato il rischio di delitti eccellenti, facendo anche il nome di Calogero Mannino e Carlo Vizzini come di possibili vittime, e dell’inizio di una strategia stragista da parte di Cosa nostra. Il richiamo del ministro fu, però, praticamente ignorato. Scotti ha ribadito quanto detto all’epoca alla commissione Affari costituzionali sulla «bontà e serietà» della fonte dell’informazione. E ha messo in relazione la sua sostituzione al Viminale, avvenuta inaspettatamente l’uno luglio del 1992, nonostante la strage di Capaci avesse confermato la validità dell’allarme da lui lanciato, proprio con quella circolare. L’ex responsabile del Viminale, sostituito poi da Nicola Mancino, anche lui sentito dai pm nelle scorse settimane, deporra» al processo Mori il 20 gennaio. Secondo l’ipotesi investigativa che comincia a delinearsi, la trattativa, di cui il generale sarebbe stato uno dei protagonisti, sarebbe stata avviata da parte delle Istituzioni proprio per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Nei giorni scorsi i pm hanno sentito anche Carlo Vizzini, indicato come possibile obiettivo di attentati mafiosi. Intanto a tenere banco ieri, all’udienza del processo, è stato il giallo del mancato rinnovo, a novembre del 1993, dei provvedimenti di carcere duro per 334 mafiosi. A deporre è stato Sebastiano Ardita, magistrato, per 10 anni direttore generale dei detenuti e del trattamento al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Il teste ha raccontato ai giudici della quarta sezione del tribunale la misteriosa storia dei 41 bis lasciati scadere dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso. Una decisione, tutt’ altro che solitaria, quella dell’ex Guardasigilli, sempre pronto a rivendicarne la paternità esclusiva, che ebbe, invece, la sua genesi, secondo il magistrato, nel confronto serrato che ci fu sulla questione tra l’allora capo del Dap Adalberto Capriotti e via Arenula già a giugno del 1993. La questione è rilevante perchè secondo i pm proprio il 41 bis sarebbe stato uno dei punti oggetto della trattativa tra lo Stato e la mafia, trattativa di cui, sempre secondo la Procura, Mori sarebbe stato uno dei protagonisti. Sei mesi prima circa della scadenza dei provvedimenti, e ben prima dell’istruttoria formale che doveva decidere l’eventuale rinnovo, dunque, si stabilì che quei 41 bis non sarebbero stati prorogati. E questo conformemente – ha spiegato il teste – a quanto indicato in una circolare del Dap in cui, oltre al mancato rinnovo, Capriotti proponeva di limitare del 10% le applicazioni del carcere duro decise, dopo la strage di via D’Amelio, dall’ex Guardasigilli Martelli nei confronti di 500 mafiosi di alta pericolosità.
Ardita ha anche sottolineato la singolarità della prassi con cui si fecero scadere i provvedimenti, prassi mai più ripetuta. L’ex dirigente del Dap, ora rientrato alla Procura di Catania, ha ricordato, inoltre, la lettera con cui, sempre nel ‘93, un gruppo di familiari di detenuti al 41 bis chiese con toni minacciosi all’allora capo dello Stato Scalfaro un attenuazione del regime carcerario duro. «La lettera – ha detto – era indirizzata a una serie di soggetti che poi direttamente o indirettamente sarebbero stati oggetto di attentati: da Maurizio Costanzo, al Papa (colpito, secondo il teste con la bomba a San Giovanni in Laterano), al vescovo di Firenze, città poi scossa dalle bombe dei Georgofili». Infine il teste ha raccontato un episodio, che indirettamente riscontrerebbe una notizia data da Massimo Ciancimino. Dopo l’arresto del boss Bernardo Provenzano la stampa pubblicò un articolo in cui si sosteneva che il figlio maggiore di Totò Riina, Giovanni, aveva commentato duramente l’arrivo del padrino di Corleone nel suo stesso carcere: quello di Terni. Ciancimino avrebbe raccontato la cosa, appresa da un uomo dei Servizi, ad un giornalista che la pubblicò. Ma la notizia, poi verificata da Ardita, che aveva deciso di mandare Provenzano nel carcere umbro, si rivelò falsa. Il teste ha ricordato un suo carteggio con la polizia penitenziaria in cui il Gom faceva pressioni per mandare il boss nell’istituto di pena de L’Aquila. Indicazione che il Dasp, invece, non osservò dal momento che in Abruzzo era detenuto nello stesso carcere il boss Piddu Madonia. DA GDS

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