Quotidiano on line - News - Inchieste - Rassegna Stampa - Photoreportage

Home Chi sono E-Mail Archivio news Sentenze Mondo News Cronaca da Messina e dintorni Inchieste    Reportage
Commenti e appelli Diario Mondo Africa Periferie Culture Agenda & Consigli Fotografie Video











Legambiente, incarico di prestigio per Nuccio Barilà. E’ stato chiamato a far parte della segreteria nazionale dell’associazione

Nuccio Barillà, storico leader di Legambiente Calabria, è stato chiamato a far parte della segreteria nazionale dell’associazione. L’elezione è avvenuta nel corso della prima convocazione dell’assemblea dei delegati, l’organo di direzione politica di Legambiente che, con i suoi mille gruppi locali, 115mila soci e 30mila classi aderenti ai programmi di educazione ambientale, rappresenta la più diffusa associazione ambientalista italiana. Oltre a Barillà, nella segreteria nazionale ci sono altri due calabresi: i riconfermati Antonio Nicoletti e Nunzio Cirino Groccia che da anni lavorano nella struttura nazionale, il primo quale responsabile aree protette, il secondo quale responsabile economico. Nel corso dell’assemblea dei delegati, sono stati affrontati, a partire dalla relazione del presidente nazionale Vittorio Cogliati Dezza e fino alle conclusioni della direttrice generale Rossella Muroni, i temi delle politiche del governo Monti e delle risposte ambientali necessarie per uscire dalla crisi, nonché il programma delle iniziative che dovrà caratterizzare l’impegno dell’associazione nei prossimi mesi, con uno sguardo particolare al Sud. E proprio in relazione a ciò è maturata l’elezione dei membri dell’esecutivo nazionale del Cigno Verde e l’indicazione di Barillà, in prima fila nelle battaglie ambientaliste, nelle vertenze territoriali, sui temi delle ecomafie e del “rilancio verde” del Sud.
Legambiente Calabria, in tutte le sue articolazioni, ha espresso grande soddisfazione per la nomina. «Esprimiamo la nostra convinzione – ha detto il presidente regionale Franco Falcone – che questo incarico, ampiamente meritato in anni di impegno per l’ambiente e per la legalità, rafforzerà il suo ruolo di dirigente nazionale». Per Peppe Toscano, direttore regionale di Legambiente Calabria, «la presenza nell’esecutivo nazionale di Nuccio Barillà, rappresenta una gratificazione, un formidabile punto di riferimento e uno stimolo per tutti coloro che sono impegnati in Calabria ad affermare un ambientalismo che non si limiti alla protesta, ma sia capace d’avanzare e praticare proposte credibili».

Nomina di un primario a Reggio Calabria, indagini chiuse. Indagati Sarra, Chiaravalloti, Zavettieri, Luzzo e il medico Cipri

La Procura della Repubblica di Catanzaro ha emesso l’avviso di conclusione indagini nei confronti di Alberto Sarra, ex assessore regionale nella giunta di centrodestra guidata da Giuseppe Chiaravalloti e attuale sottosegretario alla presidenza della Regione, di un medico dell’ospedale di Reggio Calabria, Saverio Cipri, dello stesso Chiaravalloti e degli ex assessori regionali Saverio Zavettieri e Gianfranco Luzzo. I cinque sono indagati in un’inchiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro sulla nomina del primario del reparto di Neurochirurgia di Reggio Calabria. Nei mesi scorsi a Sarra è stato notificato un avviso a comparire emesso dal pm Gerardo Dominijanni, titolare dell’inchiesta. L’interrogatorio previsto in un primo tempo il 17 novembre dello scorso anno, era slittato al 22 novembre perché il difensore di Sarra era impegnato. Poi l’interrogatorio avvenne regolarmente. Secondo l’accusa Sarra, nel febbraio del 2005, avrebbe minacciato l’ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera Bianchi-Melacrino-Morelli di Reggio, Renato Carullo, per costringerlo a nominare Cipri primario del reparto di Neurochirurgia. Chiaravalloti, Zavettieri e Luzzo, inoltre, sono indagati per tentata concussione perché avrebbero minacciato Carullo di revocargli l’incarico di direttore generale in quanto si era opposto alla nomina di Cipri attraverso la sospensione di un concorso vinto da un altro medico. Sarra, sull’argomento, aveva dichiarato nei mesi scorsi all’Ansa che «è un fatto risalente nel tempo che per quanto mi riguarda, al di là della prescrizione che non m’interessa, è destituito da ogni fondamento»; fra l’altro i rapporti con Carullo sarebbero sempre stati «improntati all’amicizia». Ora gli indagati hanno un periodo di tempo dedicato all’espletamento di ogni attività difensiva ritenuta utile, prima che la Procura proceda oltre; si tratta dei canonici 20 giorni che la legge mette a disposizione degli indagati per chiudere di essere interrogati o per presentare memorie o i risultati di eventuali indagini difensive, trascorsi i quali gli uffici requirenti potranno avanzare le loro istanze al giudice per le udienze preliminari.(g.m.)

COSENZA: Raggiri assicurativi, sott’inchiesta tre avvocati. Anche un medico tra le venti persone alle quali il pm Giuseppe Cozzolino ha notificato l’avviso conclusione delle indagini

Le frontiere del business dei raggiri assicurativi sono quelle definite dall’inchiesta “Number one”. Lo scenario tracciato dalla Procura guidata da Dario Granieri è quello degli incidenti stradali mai avvenuti ma perfettamente documentati grazie a certificati medici sanitari fasulli, a finti feriti e, soprattutto, ai racconti di falsi testimoni oculari. Un meccanismo che avrebbe consentito discreti guadagni. È, in fondo, a quello, al “bottino”, che, secondo le ipotesi dell’accusa, i presunti “predoni”, i cui nomi si alternano nei fascicoli d’inchiesta, puntano. Risorse percepite ingiustamente che finiscono per prosciugare i forzieri delle società assicurative e generano, inevitabilmente, un danno pubblico rilevante perchè le compagnie per evitare il tracollo sono costrette ad aumentare i premi. E di euro, anche in questa indagine, ne sarebbero circolati davvero tanti. Nei giorni scorsi, il pm Giuseppe Cozzolino ha chiuso la fase preliminare dell’inchiesta nei confronti di venti presunti “operai” della supposta “fabbrica degl’imbrogli”. Un’attività produttiva virtuale nella quale si sarebbero costruiti a tavolino gl’incidenti per incassare lauti indennizzi dalle compagnie assicurative. Lo schema dell’ipotizzato raggiro è quello tradizionale che emerge puntualmente da ogni fascicolo. Secondo il magistrato inquirente, lo schema del preteso mega raggiro sarebbe stato architettato da tre avvocati: Giovambattista Manfredi, 71 anni, Ylenia Manfredi, 30, e Carmela Ranieri, 45. Tutti dello stesso studio, tutti specializzati proprio nel settore dell’infortunistica stradale. I tre (che sono difesi dagli avvocati Franco Sammarco e Roberto Loscerbo) si sono sempre dichiarati estranei alle accuse. L’imputazione è stata pure formalizzata nei confronti di altri diciassette indagati, coinvolti a vario titolo nell’inchiesta. Si tratta del medico Roberto D’Alessandro, 62, di Cosenza, e di Antonio Misasi, 52; Claudia Barbieri, 50; Romeo Fuoco, 42, tutti di Cosenza; Barbara Nicoletti, 37, di Piane Crati; Francesco Miceli, 32, di Castrolibero; Francesco Mazza, 44, di Cosenza; Natale Ermes Manzi, 34, di Spezzano Sila; Angela De Stefanis, 46, di Marano Principato; Daniela Biasi, 44, di Rende; Assunta Marano, 32, di Cosenza; Genoveffa Cosenza, 40; Alida Cosenza, 49, entrambe di Luzzi; Maurizio Abate, di Cosenza, 40; Giancarlo Gallo, 46, di Montalto Uffugo; Gennaro Servidio, 54, di Acri; Emanuele Gabriele, 37, di Cosenza. Gli indagati, che si protestano innocenti, sono difesi dagli avvocati: Assunta Lucanto, Francesco cappuccio, Eugenio Lucchetta, Donatella Lupinacci, Ilaria Macchione e Giuseppe Magarò. Gl’investigatori della Polstrada di Cosenza Nord, guidati dal vicequestore Antonio Provenzano, si sono affacciati per caso, qualche anno fa, sull’ipotetico pozzo nero. E proprio la montagna di carte prodotta dai detective della polizia conterrebbe la chiave che inchioderebbe i tre legali alle ipotetiche contestazioni. Accuse costruite anche attraverso i contenuti delle intercettazioni ambientali e telefoniche. Due microtelecamere nascoste nel sistema d’illuminazione dello studio legale Manfredi e quattro microfoni inseriti negli interruttori della corrente elettrica hanno registrato per mesi tutta l’attività professionale dei tre avvocati. Ogni colloquio, ogni atto, ogni mossa veniva incisa sul nastro e trascritto nei dettagliati verbali. Secondo l’accusa, gl’indagati avrebbero indotto i clienti a procurarsi falsi testimoni e documentazione medica fittizia per prefabbricare laute richieste di risarcimento da esibire, poi, alle compagnie di assicurazione. I tre avvocati, sempre a parere dell’accusa, avrebbero provveduto inoltre ad istruire i clienti sulla sintomatologia da riferire al medico legale della compagnia assicurativa che, di volta in volta, doveva visitarli per il necessario riscontro. Gli indagati, avrebbero anche provveduto a «preparare» i testimni nei processi civili e penali. Un altro capitolo dell’inchiesta, coordinata dal pm Cozzolino, riguarda poi i cospicui proventi derivanti dalla presunta attività illecita: i legali, infatti, avrebbero pattuito con i clienti, oltre all’onorario liquidato dall’assicurazione, il pagamento di presunti compensi in «nero» inducendo i loro assistiti ad accedere ad appositi conti correnti bancari attraverso i quali effettuare il pagamento. Giovanni Pastore - GDS

COSENZA: Quattro storie dimenticate di immigrazione, violenza. I numerosi stranieri che arrivano per cercare lavoro, oltre a sopravvivere in condizioni drammatiche, sono spesso protagonisti di episodi cruenti e morte

La Sibaritide è terra di immigrazione, soprattutto irregolare. Si parla molto degli stranieri che arrivano in quest’angolo di Calabria per lavorare in agricoltura, anzitutto nella raccolta degli agrumi, guadagnando poche decine di euro e sopravvivendo al limite della decenza in alloggi di fortuna, sfruttati da caporali e imprenditori senza scrupoli. Non si parla altrettanto, però, del legame sempre più stretto tra immigrazione e violenza che proprio tra Sibaritide e Pollino ha registrato molti, troppi episodi negli ultimi anni. Storie di uomini e donne vittime di omicidi opera di connazionali o comunque compagni di sventura, se non uccisi da mani ancora oggi ignote. È ancora senza soluzione, a esempio, il giallo della donna il cui cadavere è stato trovato il 16 dicembre 2010 nascosto sotto la sabbia di località Casoni, tra Marina e Laghi di Sibari. Era seminuda e aveva la testa sfondata da un corpo contundente. Era stata uccisa altrove e poi abbandonata sulla spiaggia della località costiera, lontano da occhi indiscreti.
Ha portato tre persone in carcere quali presunti responsabili la violenta esecuzione di Angelov Krasimir, il bracciante agricolo bulgari di 33 anni trovato morto a ottobre 2010 in una stradina del villaggio turistico Marina di Sibari. Una perla del turismo calabrese che d’inverno si svuota di turisti e riempie di immigrati cui imprenditori voraci e proprietari delusi fissato le villette. Krasimir, secondo la procura di Castrovillari, è stato colpito dopo una cena tre connazionali anche loro nella Sibaritide per lavorare in agricoltura. Gli è costato la vita un appezzamento pesante sulla fidanzata d’uno dei commensali.
Nell’aprile dell’anno passato l’ennesimo racconto di morte… straniera. Un manovale romeno è spirato dopo atroci sofferenze a causa delle ferite e lesioni interne provocate da una caduta del balcone della casa in cui viveva nel centro storico di Cassano. Gli inquirenti hanno chiuso il fascicolo come un incidente, ma sono molti i dubbi rimasti senza risposta. Ha un responsabile ma resta un episodio cruento come pochi altri l’omicidio del romeno Adrian Anghel massacrato a colpi di accetta lo scorso novembre in una casa popolare di Castrovillari da Francesco Carmine Oliveto. Il giovane ucciso, giunto in Italia per cercare fortuna, viveva di espedienti ed è stato ferito a morte una manciata di giorni dopo essere uscito dal carcere. E non vanno dimenticati i numerosi stranieri vittime d’incidenti stradali poiché investiti da auto che non s’accorgono di loro mentre camminano o pedalano lungo le arterie della zona, magari verso o di ritorno dal lavoro. Domenico Marino - GDS

MAFIA: POLIZIA CHIUDE ATTIVITA’ COMMERCIALI DI INDAGATI A PALERMO

Sospese a Palermo dalla polizia varie attivita’ commerciali gestite o riferibili a persone coinvolte nelle indagini dell’operazione antimafia “Araba fenice”. In particolar, il questore ha emesso quattro provvedimenti interdittivi per attivita’ di ristorazione e bar, e tre revoche di licenze di polizia in tema di giochi e scommesse sportive. E’ stata inoltre rigettata una richiesta di licenza per carenza dei requisiti soggettivi. I provvedimenti di sospensione sono stati notificati ai titolari dei ristoranti “Franco Testaverde” di via Castelforte, “Alla corte dei Normanni” di via Catullo, e “Villa Pensabene” di via Patti. Le licenze di Ps sono state notificate a un distributore di apparecchi elettrici ed elettronici da gioco di via Mariano Smeriglio, e al titolare di una sala giochi di via Tommaso Natale al quale e’ stata revocata inoltre una licenza di installazione di apparecchi terminali per le comunicazioni anche telematiche. La Squadra Amministrativa della questura ha effettuato pure controlli che hanno portato alla segnalazione di sette persone per trattenimenti danzanti abusivi che si tenevano nei locali “Primo” di via Cavour, “Le Terrazze di Cavour” di via Giovanni Lucifera, “Cotton Club”, di una persona per avere falsamente attestato il corretto montaggio del palco per uno spettacolo di capodanno organizzato dal Comune, e infine del titolare della sala giochi ubicata di via Sacco e Vanzetti per somministrazione abusiva di bevande e alimenti. Sequestrato un videogioco fuorilegge. (AGI)

MESSINA: Cinquantenne messinese incastrato per ricettazione

Nella sua abitazione custodiva un tesoro composto da oggetti per tutti i gusti: anelli, collane, orecchini e orologi. Un ben di Dio stimato in circa 40mila euro. Peccato che i preziosi fossero di provenienza furtiva, ragion per cui gli agenti del Commissariato Messina nord hanno denunciato in stato di libertà un uomo di mezza età, con l’accusa di ricettazione. Nella rete della polizia di Stato è finito un cinquantenne che effettua lavori saltuari in ristoranti situati nella zona compresa tra Ganzirri e Torre Faro. Gli agenti hanno bussato alla porta della sua abitazione, ma lui non c’era e sono stati accolti da un familiare. Durante una perlustrazione hanno notato che la stanza da letto era particolarmente impreziosita da oggetti di valore. Le ricerche sono proseguite, tanto che in un’intercapedine ricavata nella cappa della cucina sono state scoperte numerose bustine in cellophane contenenti pietre preziose. A conti fatti, i poliziotti hanno trovato collane di perle, orologi da polso in oro, anelli con diamanti e pietre preziose, per un valore di circa 40mila euro. Tesoro di cui il cinquantenne, rintracciato pochi minuti più tardi dalle forze dell’ordine, non ha saputo spiegare la provenienza. Adesso dovrà rispondere di ricettazione. La polizia ha operato nell’ambito di un’attività di contrasto ai reati predatori. Da tempo sospettava che la persona poi denunciata all’Autorità giudiziaria rubasse oggetti preziosi e li rivendesse. E sotto le lente degli investigatori ci sono tante altre persone che verranno sottoposte a controlli approfonditi.(r.d.)