Le frontiere del business dei raggiri assicurativi sono quelle definite dall’inchiesta “Number one”. Lo scenario tracciato dalla Procura guidata da Dario Granieri è quello degli incidenti stradali mai avvenuti ma perfettamente documentati grazie a certificati medici sanitari fasulli, a finti feriti e, soprattutto, ai racconti di falsi testimoni oculari. Un meccanismo che avrebbe consentito discreti guadagni. È, in fondo, a quello, al “bottino”, che, secondo le ipotesi dell’accusa, i presunti “predoni”, i cui nomi si alternano nei fascicoli d’inchiesta, puntano. Risorse percepite ingiustamente che finiscono per prosciugare i forzieri delle società assicurative e generano, inevitabilmente, un danno pubblico rilevante perchè le compagnie per evitare il tracollo sono costrette ad aumentare i premi. E di euro, anche in questa indagine, ne sarebbero circolati davvero tanti. Nei giorni scorsi, il pm Giuseppe Cozzolino ha chiuso la fase preliminare dell’inchiesta nei confronti di venti presunti “operai” della supposta “fabbrica degl’imbrogli”. Un’attività produttiva virtuale nella quale si sarebbero costruiti a tavolino gl’incidenti per incassare lauti indennizzi dalle compagnie assicurative. Lo schema dell’ipotizzato raggiro è quello tradizionale che emerge puntualmente da ogni fascicolo. Secondo il magistrato inquirente, lo schema del preteso mega raggiro sarebbe stato architettato da tre avvocati: Giovambattista Manfredi, 71 anni, Ylenia Manfredi, 30, e Carmela Ranieri, 45. Tutti dello stesso studio, tutti specializzati proprio nel settore dell’infortunistica stradale. I tre (che sono difesi dagli avvocati Franco Sammarco e Roberto Loscerbo) si sono sempre dichiarati estranei alle accuse. L’imputazione è stata pure formalizzata nei confronti di altri diciassette indagati, coinvolti a vario titolo nell’inchiesta. Si tratta del medico Roberto D’Alessandro, 62, di Cosenza, e di Antonio Misasi, 52; Claudia Barbieri, 50; Romeo Fuoco, 42, tutti di Cosenza; Barbara Nicoletti, 37, di Piane Crati; Francesco Miceli, 32, di Castrolibero; Francesco Mazza, 44, di Cosenza; Natale Ermes Manzi, 34, di Spezzano Sila; Angela De Stefanis, 46, di Marano Principato; Daniela Biasi, 44, di Rende; Assunta Marano, 32, di Cosenza; Genoveffa Cosenza, 40; Alida Cosenza, 49, entrambe di Luzzi; Maurizio Abate, di Cosenza, 40; Giancarlo Gallo, 46, di Montalto Uffugo; Gennaro Servidio, 54, di Acri; Emanuele Gabriele, 37, di Cosenza. Gli indagati, che si protestano innocenti, sono difesi dagli avvocati: Assunta Lucanto, Francesco cappuccio, Eugenio Lucchetta, Donatella Lupinacci, Ilaria Macchione e Giuseppe Magarò. Gl’investigatori della Polstrada di Cosenza Nord, guidati dal vicequestore Antonio Provenzano, si sono affacciati per caso, qualche anno fa, sull’ipotetico pozzo nero. E proprio la montagna di carte prodotta dai detective della polizia conterrebbe la chiave che inchioderebbe i tre legali alle ipotetiche contestazioni. Accuse costruite anche attraverso i contenuti delle intercettazioni ambientali e telefoniche. Due microtelecamere nascoste nel sistema d’illuminazione dello studio legale Manfredi e quattro microfoni inseriti negli interruttori della corrente elettrica hanno registrato per mesi tutta l’attività professionale dei tre avvocati. Ogni colloquio, ogni atto, ogni mossa veniva incisa sul nastro e trascritto nei dettagliati verbali. Secondo l’accusa, gl’indagati avrebbero indotto i clienti a procurarsi falsi testimoni e documentazione medica fittizia per prefabbricare laute richieste di risarcimento da esibire, poi, alle compagnie di assicurazione. I tre avvocati, sempre a parere dell’accusa, avrebbero provveduto inoltre ad istruire i clienti sulla sintomatologia da riferire al medico legale della compagnia assicurativa che, di volta in volta, doveva visitarli per il necessario riscontro. Gli indagati, avrebbero anche provveduto a «preparare» i testimni nei processi civili e penali. Un altro capitolo dell’inchiesta, coordinata dal pm Cozzolino, riguarda poi i cospicui proventi derivanti dalla presunta attività illecita: i legali, infatti, avrebbero pattuito con i clienti, oltre all’onorario liquidato dall’assicurazione, il pagamento di presunti compensi in «nero» inducendo i loro assistiti ad accedere ad appositi conti correnti bancari attraverso i quali effettuare il pagamento. Giovanni Pastore - GDS