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COSENZA: Scandalo Ipg, chiesti 9 anni per don Luberto. Il denaro destinato alla struttura sanitaria venne sperperato dal sacerdote per soddisfare esigenze personali

Il prete degli sperperi. Il sostituto procuratore generale Eugenio Facciolla, ha chiesto la condanna a nove anni di reclusione di monsignor Alfredo Luberto, ex presidente del consiglio di amministrazione dell’istituto “Papa Giovanni” di Serra d’Aiello. Il requirente ha chiesto un inasprimento della pena (6 anni e 6 mesi) inflitta al religioso in primo grado. Don Luberto, arrestato nel luglio del 2007, è accusato di aver sperperato il denaro della struttura sanitaria, di proprietà della chiesa, che ospitava più di trecento disabili psichici. Nell’inchiesta sull’ultimo carrozzone politico-sanitario della Calabria tirrenica, condotta dal pm Eugenio Facciolla all’epoca in servizio a Paola, l’imputato “eccellente” era accusato di associazione per delinquere, truffa, falso e appropriazione indebita. L’istituto posto sotto sequestro nel luglio del 2007 è stato poi definitivamente chiuso per gravi carenze igienico sanitarie e mancanza di fondi economici. Le condizioni in cui versava la struttura di accoglienza fino all’intervento dell’autorità giudiziaria erano disastrose da tutti i punti di vista: igienico, finanziario e strutturale. In passato, alcuni ammalati avevano persino contratto la scabbia, altri erano riusciti ad allontanarsi furtivamente eludendo la sorveglianza, altri ancora erano deceduti in circostanze sospette. Il religioso sott’accusa si sarebbe concesso lussi da nababbo mentre i pazienti rimanevano senza medicine perchè le farmacie non facevano più credito, e i dipendenti erano senza stipendio per mancanza di contante in cassa. I fondi destinati ai degenti, sempre secondo la magistratura inquirente, sarebbero stati dunque utilizzati per le esigenze personali di Luberto e del suo entourage. Dalle pagine del processo in corso davanti alla Corte di appello di Catanzaro, emergono le presunte malefatte del prete che amava le penne “Montblanc” e le posate d’argento. Mentre gli ospiti della struttura di Serra d’Aiello facevano la “dieta”, don Luberto si concedeva ogni tipo di lusso. Nel suo appartamento di Cosenza trasformato in reggia, il sacerdote collezionava posate, vassoi, fermalibri e quadri d’argento, penne stilografiche, borse in pelle, kit da scrivania. Ogni volta erano spese da migliaia di euro. Acquisti personali, che sarebbero andati ad impreziosire la lussuosa residenza (poi posta sotto sequestro) del prete-manager. Altri beni, che l’accusa ritiene «a destinazione certamente personale e non dell’Ipg», risultano da fatture per acquisti di tapis-roulant, cyclette, ricariche telefoniche, cordless e, addirittura, di tendaggi di marca. Quanto agli attrezzi ginnici, all’interno dell’Istituto non ne fu trovata traccia, sebbene formalmente acquistati per la struttura. In compenso, don Luberto la sua palestra personale se l’era fatta in casa. Ma tra le spese “sospette” dell’Istituto c’è quella per l’acquisto di frutta e verdura. Un capitale investito in prodotti dell’orto che i disgraziati di Serra d’Aiello, naturalmente, non hanno mai visto. Ben 909.626 euro versati in cinque anni, dal 2001 al 2005 ad una ditta “De Pasquale Ortofrutta” risultata essere inesistente. Frutta e verdura fantasma per i fantasmi del Papa Giovanni. Nell’inchiesta sul crac dell’Ipg venne inizialmente coinvolto anche l’arcivescovo emerito di Cosenza-Bisignano, monsignor Giuseppe Agostino ma la sua posizione è stata archiviata. Il pg Facciolla, ieri, ha chiesto la condanna pure di Bernardino De Simone ( 9 mesi) e Mario Carpino (13 mesi). Il 21 marzo la parola passa alla difesa. Arcangelo Badolati - GDS

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