“L’ndrangheta ha fatto fallire la mia azienda, lo Stato quella di mia figlia. Che differenza c’è?”. Parla così il padre di Barbara Luraghi, l’imprenditrice che ha denunciato le infiltrazioni mafiose nell’aggiudicazione degli appalti al nord e ora rischia di fallire. Quello dell’imprenditore di Milano è un vero e proprio sfogo. Dopo anni di lavoro, sacrifici e le tante difficoltà che la criminalità hanno imposto a lui e alla sua famiglia. “E’ assurdo ci hanno distrutto un’azienda di 60 persone. E adesso mia figlia che aveva denunciato si trova al fallimento. Prima hanno distrutto la mia azienda dicendomi che non avevo denunciato. Mi hanno bruciato 33 escavatori, mi hanno minacciato dicendomi che mi avrebbero sciolto i figli nell’acido, hanno intercettazioni in cui dicono di non mandare mio figlio in cantiere sennò me lo fanno trovare sotto terra… e mi hanno condannato dicendo che ero uno di loro, perchè avevo pagato 1milione 280mila euro di estorsione per non far succedere niente alla mia famiglia e a me”.
Com’è vive la sua famiglia adesso?
“I miei figli continuano ad assere minacciati. Io sono stato condannato perchè ho cercato di tutelare la mia famiglia. La mafia a Milano c’è da trent’anni, mica da oggi. Gli imprenditori sono in balia di questa gente qua e nessuno li aiuta”.
I soldi del fondo anti usura sono arrivati?
“Mia figlia denunciando ha fatto mandare in galera due mafiosi, con tutti i rischi connessi. Abbiamo già da due anni le carte che ci dicono che siamo stati ammessi al Fondo di solidarietà delle vittime della mafia che hanno erogato i primi 150mila euro di provvisionale, ma non abbiamo visto ancora il becco di un quattrino. Abbiamo una sospensiva che ci deve dare la Procura di Milano dove ci dicono che fino a quando non ci verrà erogato il fondo di solidarietà non dobbiamo pagare nessuna tassa. Mercoledì l’Ufficiale giudiziario vuole chiederci il fallimento dell’azienda. L’ndrangheta ha fatto fallire la mia azienda, lo Stato quella di mia figlia. Che differenza c’è? Io mi sono preso pure quattro anni e sei mesi di galera, che per fortuna in Cassazione sono stati scongiurati”.
A quando risale il primo attentato?
“Il primo attentato l’ho avuto nell’aprile del 1981. Un chilo di tritolo su un camion. L’ho denunciato così come ho denunciato altri tre incendi su automezzi della ditta. In tutto mi hanno bruciato 33 escavatori e tre attentati incendiari nei magazzini. Senza contare le minacce in cantiere a me e alla mia famiglia. Io prima di tutto sono un padre. Lo Stato, la Boccassini, la Dolci non possono prendersi il lusso di prendere un imprenditore e rovinarlo. Sono l’unico imprenditore preso a Milano, dove ce ne sono più di 600 sotto scacco delle mafie nel nostro settore. Sono l’unico che ha denunciato tutto”.
Le forze dell’ordine la stanno aiutando?
“In occasione dell’ultimo attentato in magazzino ho chiamato i carabinieiri alle tre di notte. E loro mi hanno risposto che se non c’erano morti, potevamo rivederci la mattina per la denuncia. Questa è la protezione che ci danno. Mia figlia che ha denunciato, tre settimane fa ha trovato un biglietto fuori dal supermercato con allusioni pesanti a lei e a sua figlia. Questo dimostra che è pedinata a vista. E’ la terribile vita che ci hanno fatto fare i magistrati, oltre che i mafiosi. Stato, Prefettura, magistratura cosa stanno facendo per noi?”









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