Io ho accusato e qui riconfermo le amministrazioni che si sono succedute sia a Messina sia a Reggio Calabria (a Reggio in verità con la felice parentesi della giunta Falcomatà) per aver ridotto i cittadini a clientes e le città a un vuoto tecnico: porzioni di abitati senza fogne, o senza acqua. Senza lavoro e senza speranza. Messina ha il tasso più alto di vulnerabilità sismica e il dissesto più grave dal punto di vista idrogeologico. Reggio ha l’indice più alto di penetrazione mafiosa. Questi sono fatti. Le frane e i morti sono fatti. Le baracche nel centro città sono fatti, le ripetute, oramai permanenti inchieste giudiziarie sono fatti. E io dovrei pagare? Io dovrei risarcire chi? E cosa? Il sindaco Buzzanca invece di badare all’efficienza della sua amministrazione, al malgoverno che ha permesso ogni devianza, ogni abuso, punta il dito contro di me. E Scopelliti? Scopelliti che guida una città senza acqua e paga Rtl, la radio dei very normal people, un milione di euro ad agosto per candeggiare la sua cattiva coscienza. Scopelliti dovrebbe querelare la ndrangheta che detiene la Calabria, il malaffare che la pervade. Non me. Avrò piacere di rispondere a ogni domanda dei giudici, e resistere a qualunque intimidazione. Resisterò con ogni forza e finchè la Costituzione sarà vigente, questa Costituzione, io eserciterò il diritto di manifestare il mio pensiero, e la libertà di esprimere le mie opinioni. Le opinioni, seppure serrate, fanno male ma non diffamano. E’ la forza della realtà che diffama noi stessi. Spendo un ultimo rigo per dire ai messinesi e ai reggini: solo quando la squadra di calcio retrocede è tempo di contestare e scendere in strada? Non vedete? Non udite? Il fango sotto cui è franata Giampilieri è fango che sporca il viso di tutti. Ripeto: di tutti. ANTONELLO CAPORALE
Dall’avvocato Bonaventura la seguente nota:
«Formulo la presente in nome e per conto della Sig.ra Alma Bianco, funzionaria regionale della Cgil, citata nell’articolo. La mia cliente ritiene che quanto pubblicato in merito alla vicenda che la riguarda sia non conforme alla verità e gravemente lesivo della sua dignità. «Nel vostro “pezzo” (Gazzetta del Sud) si sostiene che la Sig.ra Bianco sarebbe stata “sospesa” in conseguenza del “buco contabile creatosi nelle casse della Cgil”. «Orbene (senza in questa sede esprimere valutazioni sulla legittimità della sospensione e facendo rilevare che alla mia assistita, ancorché sospesa con retribuzione, non sono stati corrisposti gli stipendi di gennaio e febbraio nè la 14° 2009) va subito chiarito che la stessa è stata sospesa con contestazioni che non lasciano neanche ipotizzare gli ammanchi cui si fa riferimento nel vostro articolo. «Ammanchi che, peraltro, non esistono e non potranno mai risultare in quanto tutte le uscite di cassa sono facilmente riconducibili a ciascun beneficiario, come ben noto ai responsabili della Cgil e come sarà documentalmente dimostrato dalla Sig.ra Bianco in ogni opportuna sede. «Per quanto attiene, poi, alla dichiarazione del Segretario Provinciale “… siamo in attesa di conoscere gli sviluppi di questa vicenda ma posso escludere che i segretari delle federazioni fossero al corrente di questi movimenti…”, pur non essendo chiaro a quali “movimenti” lo stesso si riferisca in questa sede la mia cliente può, lei, escludere categoricamente che qualsiasi condotta abbia posto in essere da otto anni a questa parte non sia stata richiesta, avallata, concordata e ratificata da tutti i responsabili suoi superiori succedutisi nel tempo. «Non si comprenderebbe, altrimenti, come mai i “Segretari” abbiano sottoscritto (e presentato) i bilanci dal 2001 ad oggi e, soprattutto, come mai i revisori (dopo le accurate verifiche di rito) abbiano certificato la regolarità contabile, formale e sostanziale degli stessi. «La Sig.ra Bianco ha tenuto sempre una condotta ossequiosa delle istruzioni impartitegli ed in ogni caso mai meno che lecita. «Rispettosa del lavoro che stanno conducendo gli ispettori regionali (dal quale non potrà che emergere l’assoluta trasparenza della sua attività di questi anni) la mia cliente aveva fino ad oggi ritenuto non opportuno (anche a tutela dell’immagine del Sindacato) rendere pubbliche le proprie ragioni. «Stante, però, il diverso orientamento di alcuni responsabili della Cgil (e la diffusione, in verità anche parziale, di documenti che avrebbero dovuto restare riservati e che invece hanno alimentato servizi giornalistici poco edificanti) la mia assista, stanca di subire in silenzio, intende d’ora innanzi replicare ad ogni imprecisione e perseguire come per legge chiunque, facendo riferimento ai fatti in questione, non si attenga ai rigorosi canoni di verità, pertinenza e continenza. «Mi ha dato, quindi, mandato di agire nelle opportune sedi a tutela della sua immagine ed onorabilità e si dichiara pubblicamente pronta a confrontarsi con chiunque (ed in ogni sede) per chiarire nei dettagli tutti (e si ribadisce tutti) gli aspetti, formali e sostanziali, che attengono alla gestione contabile, fiscale ed amministrativa degli ultimi otto anni certa di non avere nulla di cui dover temere. «La Sig.ra Bianco infine intende evidenziare, con amarezza, che il metodo utilizzato nella gestione della vicenda in oggetto (poco consono al consueto stile del Sindacato) lede l’immagine degli iscritti e dei funzionari tutti. «Profondamente dispiaciuta per la sovraesposizione che la pubblicità di questa vicenda determinerà ai danni degli iscritti al Sindacato ed ai compagni tutti, la stessa tuttavia non potrà più esimersi dal contrastare con pari evidenza (anche pubblica) la diffusione delle notizie diffamatorie cha la riguardano e ciò a tutela della sua immagine ed a salvaguardia del buon nome della sua famiglia tutta».
Il Ponte sullo Stretto non è stato oggetto di studio esclusivamente di geologi, ingegneri, ambientalisti, bensì anche di criminologi, i quali hanno più volte esposto le motivazioni secondo il quale l’opera in questione non dovrebbe essere costruita. E i fatti hanno sempre dato ragione a questi ultimi. Per citare alcuni esempi, basti pensare che già nel 1985 le cosche calabresi cominciarono a farsi la guerra anche a causa del Ponte. Nel febbraio 2005, l’inchiesta della DDA ha bloccato sul nascere le iniziative del clan di Vito Rizzuto finalizzate a partecipare al finanziamento dei lavori per il Ponte. Fino a pochi mesi fa, quando i media nazionali hanno fatto passare in secondo piano le importanti dichiarazioni della pentita Giusy Vitale, la quale ha rilevato che alla sola ipotesi della costruzione del Ponte, Cosa Nostra e Ndrangheta si stavano già accordando per mettere mani sulla grande opera. «Se la mafia è in grado di costruire il Ponte sullo Stretto, benvenuta mafia». Così disse nel 2001, ospite a “Sciuscià”, l’allora presidente della Stretto di Messina Spa. «Non sono i clan ad avere bisogno delle grandi opere, bensì il contrario» scriverà anni dopo Roberto Saviano su Repubblica. «Il ponte non unisce due coste, ma due cosche» dirà Nichi Vendola. In termini di immagine, di ostacolo allo sviluppo economico e di sofferenze morali, il condizionamento criminale in Sicilia è stato stimato dal CENSIS, per le imprese meridionali, in 7,5 miliardi di euro l’anno dagli anni 80. Senza la presenza parassitaria della mafia e delle sue contiguità politiche ed economiche, nelle nostra regione ci sarebbero un maggiore benessere civile e materiale, maggiori occupazione e indipendenza economica, presupposti di un voto democratico libero. Di contro, il Governo sottovaluta il problema dell’infiltrazione mafiosa, regalando di fatto un’occasione d’oro alle cosche, tramite una spesa e un progetto dinnanzi ai quali anche la Corte dei Conti ha mostrato diverse perplessità. Per questo fermare l’apertura dei cantieri diventa la priorità per combattere la criminalità organizzata ed evitare immense speculazioni. Al contrario risulta necessario investire in interventi utili e ben più urgenti - su tutte, la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, purtroppo ignorata dallo stesso Governo - , contrastare la corruzione e le infiltrazioni, rendere più trasparenti gli appalti e i subappalti, anche tramite un aumento dei controlli. Sono anche queste le motivazioni che ci spingono a scendere in piazza il 13 marzo in occasione del No Mafia Day a Reggio Calabria.
Rete No Ponte
Rischia di dover lasciare Reggio Calabria il sostituto pg Francesco Neri. La Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha aperto nei suoi confronti la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. La decisione è stata presa all’unanimità «in seguito all’audizione del Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro», come spiega una nota di Palazzo dei marescialli. La pratica è stata segretata. A quanto si apprende al magistrato sarebbe contestato di aver determinato tensioni nell’ufficio, oltretutto in un momento particolarmente delicato, e segnato dall’attentato esplosivo alla procura generale di Reggio; la Commissione sarebbe giunta alle sue conclusioni anche dopo aver esaminato più casi in cui il magistrato si sarebbe visto respingere dai collegi giudicanti richieste di patteggiamento, per pene giudicate troppo basse. Tra i fatti che sarebbero contestati al sostituto procuratore generale Francesco Neri c’è quello di avere avuto come difensore, nei procedimenti disciplinari avviati a suo carico, lo stesso avvocato che difendeva uno degli imputati per l’omicidio della guardia Luigi Rende, uccisa il primo agosto del 2007 nel corso di una rapina. Un’altra contestazione a carico di Neri riguarda l’avocazione del procedimento penale a carico del consigliere regionale della Calabria del Pdl Alberto Sarra, avocazione poi annullata dalla Corte di cassazione. Il sostituto pg Francesco Neri Neri è il magistrato che si occupato delle rogatorie internazionali per la strage di Duisburg. In passato è stato anche titolare di inchieste sul traffico di rifiuti radioattivi trasportati da navi fatte affondare al largo delle coste calabresi. «Non posso che prendere atto di questa decisione del Csm. Cercherò di dimostrare le mie ragioni nelle sedi competenti», ha commentato Francesco Neri. «Non posso dire nulla – ha poi aggiunto –. Non conosco le contestazioni che mi vengono fatte e di conseguenza non posso dire nulla nel merito». «Per quanto mi riguarda ho portato alla Commissione del Csm il contributo che era mio dovere portare per il rispetto della verità. E questo con la massima serenità e senza alcuna forzatura da parte mia», così ha affermato il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro.
«L’unica cosa che posso dirle è che stiamo lavorando intensamente, dobbiamo acquisire tutta una serie di ulteriori elementi, non so se faremo altri sopralluoghi nelle zone interessate. Ma stiamo lavorando, stiamo elaborando tutta una seria di dati». Si ferma qui il prof. Gabriele Scarascia Mugnozza, docente di Geologia applicata alla “Sapienza” di Roma, uno dei consulenti principali che la Procura peloritana ha scelto per fare chiarezza sull’alluvione del 1. ottobre 2009, per individuare cause e responsabilità di quel disastro immane, che ha devastato la zona sud di Messina, i villaggi di Giampilieri Superiore, Altolia, Molino e alcuni centri della zona ionica tra cui Scaletta Zanclea, che ha cambiato per sempre la storia d’un intera provincia, che ha provocato tante vittime. Ma ci vuole più tempo per studiare e capire. Così il pool di consulenti ha chiesto al procuratore capo Guido Lo Forte una proroga di altri 120 giorni, quattro mesi, per consegnare la prima consulenza sul disastro, quindi l’orologio si sposta a fine giugno, visto che l’affidamento dell’incarico era del 6 ottobre scorso e i primi 120 giorni richiesti scadevano a fine febbraio. Al lavoro da quel giorno, anche con una serie di attrezzature tecniche di supporto, oltre al prof. Scarascia Mugnozza ci sono anche i professori Andrea Failla, docente di Teoria e tecnica del consolidamento strutturale all’Università di Palermo, Concetto Pietro Costa, docente di Geotecnica all’Università di Catania, e l’ingegnere Aronne Armanini, ordinario di Idraulica all’Università di Trento, che era stato nominato qualche settimana dopo l’affidamento dei primi incarichi. Saranno loro ad elaborare, tra l’altro, anche una rappresentazione computerizzata di quanto è successo, avvalendosi anche di alcuni stretti collaboratori: gli ingegneri Gaetano Pietro Costa e Dario Scamardi, la professoressa Francesca Bozzano e il dott. Martino Salvatore, i primi due applicati all’inchiesta per effettuare prelievi strutturali e indagini sul sito, e gli altri due per effettuare calcoli e analisi di stabilità. L’ingegnere Armanini si avvarrà invece dell’operato di altri due suoi colleghi, gli ingegneri Giorgio Rosati, per l’elaborazione matematica dei dati di colata dei detriti, e Silvia Simoni, per l’elaborazione dei dati di tipo idrologico. Al lavoro c’è anche il fisico dell’Università di Camerino, Antonino Speranza, che dovrà fornire elementi utili all’inchiesta dal punto di vista meteorologico. In pratica tutto quello che è successo in quella maledetta notte d’ottobre, compresa una precipitazione atmosferica assolutamente straordinaria per intensità che s’è abbattuta nella zona del Messinese, sarà riprodotto al computer con una simulazione molto reale. Ma ci vuole ancora più tempo per acquisire tutti i dati necessari, occorrerà studiare il territorio devastato molto a fondo, capire com’è mutato nel corso degli anni, se hanno inciso fattori umani come l’espansione urbanistica dissennata o la modificazione degli alvei dei torrenti e il depauperamento del patrimonio boschivo. Da quel primo ottobre l’inchiesta sul disastro è coordinata dal procuratore capo Guido Lo Forte ed è seguita dagli aggiunti Vincenzo Barbaro e Franco Langher e dai sostituti Adriana Sciglio e Francesca Ciranna. È attualmente un fascicolo contro ignoti per una serie di reati: omicidio colposo, disastro colposo, danneggiamento a seguito di inondazione o frana legato a condotta colposa. Solo dopo la consegna della superconsulenza su quei fatti si potrà procedere alle prime iscrizioni nel registro degli indagati. Il braccio operativo di questa inchiesta sono i carabinieri del Reparto operativo, gli uomini del maggiore Marco Aquilio, che sin da subito sono stati delegati dalla Procura per svolgere tutti gli accertamenti necessari su questa tragedia. In questi mesi tante sono state le riunioni tra magistrati e investigatori, tante sono state le missioni dei carabinieri in tutti i centri colpiti dal disastro, è stata sequestrata o acquisita una gran mole di atti amministrativi in tutti i comuni colpiti, si sta cercando di dipanare il filo dei rapporti Comuni-Regione sui finanziamenti per la messa in sicurezza, per i fondi stanziati e mai giunti a destinazione o mai investiti sul territorio. E più volte in questi mesi i sostituti procuratori Ciranna e Sciglio accompagnati dal maggiore Aquilio e dai suoi collaboratori hanno visitato Giampilieri Superiore, Briga Superiore, Molino, Altolia, Scaletta Zanclea e gli altri centri interessati. C’è per esempio da chiarire la storia dei “gabbioni” di protezione che erano stati collocati sulla collina che sovrasta Giampilieri Superiore, oppure quella di Palazzo Pagliuca a Scaletta Zanclea, la palazzina piegata in due dalla furia del torrente. E agli atti di questa inchiesta ci sono già le denunce del WWF presentate in questi anni sui gravi rischi di dissesto del territorio, oppure il rapporto della Protezione civile regionale che per tempo indicava l’elevato rischio idrogeologico della nostra provincia e chiedeva interventi urgenti di consolidamento e messa in sicurezza. Ci sono le lettere e le note “disperate” dell’ingegnere capo del Genio civile Gaetano Sciacca. L’ingegnere Armanini dovrà poi chiarire quali siano le attuali condizioni dei torrenti tracimati alla luce non solo della normativa in materia ma anche in base alle «consuetudini» di manutenzione e cura. Quesito che integra quelli già formulati e cioé quali siano state le modalità dell’evento, gli effetti, i danni provocati e i tempi in cui si è verificato tutto; se si sia trattato di inondazione o esondazione e quale era l’assetto del territorio prima del nubifragio, e se lo stesso assetto sia stato modificato dall’intervento dell’uomo. Ed ancora il grado di sicurezza del territorio e, soprattutto, se siano stati realizzati gli interventi di prevenzione previsti in materia; quali siano state le cause dell’inondazione o esondazione e le eventuali concause e se siano ascrivibili ad azioni od omissioni degli uomini. Un altro quesito cui dovranno rispondere i consulenti attiene alla prevedibilità o prevenibilità dell’evento in base alle condizioni atmosferiche. Una specifica richiesta, infine, riguarda il palazzo di cinque piani costruito su una parte cementificata del torrente Foraggine a Scaletta Zanclea, diventato un simbolo del disastro, e in particolare la regolarità della concessione edilizia e del nulla osta. Nuccio Anselmo - GDS
In sintesi
L’inchiesta è attualmente un fascicolo contro ignoti per una serie di reati: omicidio colposo, disastro colposo, danneggiamento a seguito di inondazione o frana legato a condotta colposa. Solo dopo la consegna della superconsulenza si potrà procedere alle prime iscrizioni nel registro degli indagati. E il pool di consulenti ha chiesto al procuratore capo Guido Lo Forte una proroga di altri 120 giorni, quattro mesi, per consegnare la prima consulenza sul disastro, quindi l’orologio si sposta a fine giugno, visto che l’affidamento dell’incarico era del 6 ottobre scorso e i primi 120 giorni richiesti scadevano a fine febbraio. Tra i questi formulati dalla magistratura quali siano state le modalità dell’evento, gli effetti, i danni provocati e i tempi in cui si è verificato tutto; se si sia trattato di inondazione o esondazione e quale era l’assetto del territorio prima del nubifragio, e se lo stesso assetto sia stato modificato dall’intervento dell’uomo.
Lipari - Un operaio mori’ in un incidente nella cava di pomice e il legale rappresentante della società Italpomice, il direttore dell’azienda e il sorvegliante sono stati condannati alla sezione distaccata del tribunale delle Eolie. A perdere la vita fu Bartolo Saltalamacchia di 50 anni. Ad essere condannati sono stati: Angelo Merenda, 54 anni, di Milazzo, Enrico Lo Monaco, 40 anni, di Caltanissetta e Michele Saltalamacchia, 58 anni di Lipari, rispettivamente a 13 mesi reclusione, 11 mesi e nove mesi (pena sospesa), al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede. Sono stati difesi dagli avvocati Antonio Taviano Giuffrida, Gioacchino Sbacchi, Costantino Lo Monaco e Candido Bonaventura. La sentenza è stata emessa dal giudice Roberto Gurini (piemme Olindo Canali, cancelliere Giuseppe D’Angelo). Per richiedere i danni, i familiari si erano costituiti parte civile: Fausto, Mirella, Rosanna, Daniele, Antonio e Bruno Saltalamacchia e Anna Catania che sono stati rappresentati dagli avvocati Gaetano Orto, Luca Frontino e Walter Militi. La vicenda risale al 10 febbraio 2004. Lo sfortunato operaio stava lavorando nella cava di pomice, esattamente presso l’impianto di spolvero. Secondo il capo d’imputazione, in assenza di condizioni di sicurezza e si era posto all’interno del canale di spolvero al di sotto della tela del vaglio della pomice proprio con l’intento di battere la stessa tela con un martello, per provocare la caduta della polvere pomicifera che si era fermata tra le maglie della griglia. Improvvisamente però perdeva l’equilibrio e scivolava lungo il canale all’interno del fornello di scarico del lapillo rimanendo ricoperto dalla stessa polvere e perdendo la vita. I tre imputati sono stati assolti perchè i fatto non sussiste dall’accusa di aver omesso di affidare i compiti ai lavoratori, tenendo conto delle capacità e delle condizioni di salute degli stessi lavoratori. FONTE: http://notiziariodelleeolie.myblog.it/


