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MESSINA - Renato Accorinti: Il candidato sindaco interviene sulle votazioni per l'elezione del nuovo rettore. "Siamo sconcertati per le notizie sullo spoglio"
MESSINA - Non possiamo che esprimere sconcerto e sgomento per le notizie, da poco apprese dalla stampa, riguardanti lo spoglio delle “altre†elezioni cittadine, quelle del Rettore. 96 schede contestate, tutte uguali, caratterizzate da un chiaro segno di riconoscimento (non una croce ma un unico segno dal basso verso l’alto in obliquo) e tutte quante indirizzate allo stesso candidato, il prof. Giacomo Dugo, non possono essere considerate un caso e non possono...
Barcellona: Il “nuovo†tribunale del Riesame conferma le accuse per Cattafi
Quadro accusatorio e misura custodiale confermati. È questo il responso del “nuovo†tribunale del Riesame che s’è occupato dell’avvocato Rosario Cattafi, arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Gotha 3†perché ritenuto il “capo assoluto†della mafia barcellonese. E si tratta di un nuovo collegio che s’è riunito dopo il rinvio della prima sezione penale della Cassazione. La Corte infatti aveva censurato in parte l’operat...
SICILIA: Nello Musumeci presidente Commissione Antimafia
"Indagini, verifiche ma anche promozione della cultura della legalità, a cominciare dalle scuole elementari". Sono questi i primi punti del programma di lavoro illustrati da Nello Musumeci, nuovo presidente della commissione regionale antimafia. Musumeci, incontrando i giornalisti subito dopo i lavori della commissione, ha aggiunto: "C'é tanto lavoro da fare e lo faremo assieme. Sulla lotta alla mafia non possono esserci divisioni di parte. Ho colto disp...

Castrovillari: Lettera con minacce al sindaco Lo Polito

Una lettera anonima contenente minacce indirizzata al sindaco di Castrovillari, Mimmo Lo Polito. Il caso denunciato dall’amministrazione comunale alla Procura che ha avviato indagini. Convocato un consiglio comunale straordinario per domenica mattina alle 10.30. Invitate le associazioni, forze dell’ordine, parroci, il vescovo di Cassano allo Ionio, dirigenti scolastici nonchè il questore ed il prefetto di Cosenza. ” Un attacco ripetuto alle capacità degli uomini e donne del nostro territorio, alle istituzioni e agli uomini che le rappresentano non poteva passare inosservato”" E’ importantea ggiunge- affronatre seriamente la questione e dare risposta a quei bisogni che ci vengono continuamente e drammaticamente rappresentati” ” partecipazione e condivisione – conclude- strada maestra della democrazia che caratterizza da sempre la storia e la tradizione di questa città e che nessuno mai potrà cancellare”.

L’ex pm di Barcellona, Olindo Canali, assolto in Appello. In appello a Reggio ribaltata la sentenza di condanna a 2 anni decisa nel 2012. La formula: il fatto non sussite

canali

IL MAGISTRATO OLINDO CANALI FUORI DALL’AULA BUNKER A MESSINA

«Il fatto non sussiste». Una frase che cancella i due anni del primo grado. L’aggravante mafiosa era già caduta allora. Ecco la clamorosa sentenza di ieri pomeriggio della Corte d’appello di Reggio Calabria per il magistrato milanese Olindo Canali, per tanti anni in servizio alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, e oggi giudice del tribunale di Milano, alla Sezione famiglia. Canali era finito nei mesi scorsi sotto processo con l’accusa di falsa testimonianza con l’aggravante d’aver favorito l’associazione mafiosa barcellonese per una sua testimonianza resa in appello, sul suo memoriale, al maxiprocesso alla mafia barcellonese “Mare Nostrumâ€, che si tenne a Messina. E in primo grado, nel marzo dello scorso anno il gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà lo aveva condannato per questa vicenda a due anni, escludendo la sussistenza dell’aggravante mafiosa. All’epoca l’accusa, il pm Federico Perrone Capano, il magistrato che condusse gli accertamenti insieme al suo capo dell’ufficio, l’ex procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, aveva chiesto una condanna più dura, a 4 anni di reclusione, ritenendo sussistente anche l’aggravante dell’art. 7 della legge n.203/91. Ieri mattina, davanti al collegio di secondo grado presieduto dal giudice Giuliana Campagna e composto dalle colleghe Adriana Costabile e Angelina Bandiera, era stato il sostituto procuratore generale Francesco Mollace a rappresentare l’accusa. E aveva chiesto per il collega la conferma della condanna a 2 anni inflitta dal gup Barillà. Poi avevano discusso i difensori del magistrato, gli avvocati Fabrizio Formica e il suo collega di Milano Francesco Arata. Erano le cinque del pomeriggio passate quando tutto è finito e dopo una lunga camera di consiglio, il presidente Campagna ha scandito la formula: «il fatto non sussiste». Sarà molto interessante leggere adesso le motivazioni di questa sentenza, che ribalta il giudizio di primo grado e si inserisce in una vicenda molto più ampia, che parla dei veleni sulle due sponde giudiziarie dello Stretto e arriva fino ai retroscena dell’omicidio di Beppe Alfano, il cronista de “La Sicilia†ammazzato dalla mafia nel 1993 a Barcellona, e anche ai mille rivoli giudiziari del maxiprocesso alla mafia tirrenica “Mare Nostrumâ€, uno dei più elefantiaci, controversi e dilatati procedimenti della storia giudiziaria italiana. Il magistrato Canali che ieri è stato completamente assolto, era originariamente accusato di falsa testimonianza «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra ed in particolare della sua articolazione di Barcellona Pozzo di Gotto, facente capo a Gullotti Giuseppe». La vicenda è quella ormai stranota del memoriale scritto dal magistrato nel lontano 2006 su tutta la sua esperienza barcellonese e delle presunte “duplicazioni†dell’atto, mentre il giorno in cui si sarebbe concretizzata la falsa testimonianza secondo l’accusa iniziale poi caduta è quello della sua deposizione in aula, nel 2009, al maxiprocesso d’appello “Mare Nostrumâ€, di cui tra l’altro il magistrato fu pubblico ministero in primo grado, applicato per questo alla Distrettuale antimafia di Messina. E si sarebbe concretizzata – sempre secondo l’accusa iniziale -, con una condotta specifica, perché nel corso della testimonianza resa in aula, Canali «negava il vero sostenendo di non aver redatto, nel periodo immediatamente successivo alle festività natalizie 2005, documenti e memoriali, relativi all’omicidio Alfano, diversi ed ulteriori rispetto al file inviato per posta elettronica al giornalista Leonardo Orlando e negava il vero sostenendo di non aver ricevuto confidenze da Beppe Alfano in merito all’omicidio in danno di Giuseppe Iannello (un boss barcellonese, n.d.r.)». Quindi avrebbe negato l’esistenza di più memoriali e le confidenze di Alfano sull’omicidio Iannello. L’ex pm sostenne l’accusa nel corso del processo di primo grado per la morte del cronista de “La Sicilia†Beppe Alfano, ucciso dalla mafia, e proprio con Alfano ebbe una costante frequentazione proprio fino alla mattina di quell’8 gennaio del 1993, il giorno in cui fu ucciso. La deposizione che ha costituito il punto fermo dell’ac- cusa si tenne in due parti nel corso del maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum†a capi e gregari della mafia tirrenica, il 6 e il 15 aprile del 2009. E fu necessitata dal fatto che qualche tempo prima nel corso di una precedente udienza alcuni difensori avevano chiesto di mettere agli atti un memoriale pervenuto al loro studio in forma anonima. Solo in un secondo momento Canali riconobbe la paternità del memoriale, e la corte decise di sentirlo in aula, acquisendo il documento agli atti. Proprio su questi fatti l’ex pm Canali è stato ascoltato in aula nei mesi scorsi, come teste, al processo Mori a Palermo dal collega Nino di Matteo. Una lunga deposizione tutti incentrata sull’omicidio Alfano e sulla latitanza del boss etneo Nitto Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto poco prima della sua cattura. NUCCIO ANSELMO – GDS

Palermo: Metanizzazione, le mani della mafia. Sequestrati 48 mln

Il sequestro è il risultato di un’indagine del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Palermo, coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto Dario Scaletta, che ha fatto emergere le infiltrazioni di ‘Cosa Nostra e dei suoi leader storici – fra cui Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro – negli affari delle societa’ appartenenti ad un gruppo imprenditoriale che ha curato, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, la metanizzazione di diverse aree del territorio siciliano. Le indagini si sono concentrate in primo luogo sulla genesi del gruppo, costituito negli anni ’80 da un dipendente pubblico, grazie all’investimento di ingenti risorse finanziarie di dubbia provenienza, sviluppatosi grazie alla protezione della mafia e ad appoggi politici – in particolare dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino – arrivando ad ottenere ben 72 concessioni per la metanizzazione di comuni della Sicilia e dell’Abruzzo, i cui lavori di realizzazione sono stati in più occasioni affidati in sub appalto ad imprese direttamente riconducibili a soggetti con precedenti per mafia e comunque vicini alla criminalità organizzata. (ANSA).

L’inchiesta si è avvalsa di numerosi riscontri legati alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, Vincenzo Ferro, Antonino Giuffré; al contenuto di alcuni pizzini sequestrati a boss mafiosi; all’esame di decine di contratti di appalto e sub appalto per l’esecuzione di lavori connessi alle opere di metanizzazione. Gli investigatori hanno ricostruito la storia delle diverse società del gruppo in parallelo a quella della ricchezza accumulata nel tempo dalla famiglia del fondatore, subentrata nelle gestione dopo il suo decesso avvenuto nel 2000. L’indagine si è poi estesa alle operazioni di cessione dell’intero pacchetto azionario e del patrimonio delle società, nel 2004, per un corrispettivo di circa 115 milioni di euro, che avrebbe permesso agli eredi dell’imprenditore di “ripulire” gli ingenti proventi acquisiti grazie all’appoggio di Cosa Nostra nella costituzione di nuove società, nell’avvio di fiorenti attività commerciali e nell’acquisto di beni immobili a Palermo e nella provincia di Sassari, tra appartamenti, ville e case di pregio. Tra i beni sequestrati, in Sicilia e Sardegna, figurano società immobiliari e di produzione di metalli preziosi, imprese agricole, attività commerciali di prodotti petroliferi, oggetti d’arte, appartamenti, uffici, locali affittati ad importanti aziende e catene commerciali – molti dei quali nel centro di Palermo – immobili, locali commerciali, opifici, autorimesse, magazzini e disponibilità bancarie. (ANSA)

Amministrative: Taormina, il Tar riammette tutti gli esclusi

Altro tsunami nella campagna elettorale per le Amministrative del 9 e 10 giugno a Taormina. Il Tar di Catania ha accolto ieri pomeriggio tutti i ricorsi presentati contro le esclusioni decretate la scorsa settimana dalla Commissione elettorale per l’imminente tornata di voto. Tutti riammessi alla competizione i candidati a sindaco Francesca Gullotta, J o n athan Sferrae Cesare Restuccia, con le rispettive liste, e riammesse anche le tre liste di Eligio Giardina che erano state ricusate. Contro la raffica di ricusazioni che ha colpito 3 “sindaci†e 7 liste è stata notificata al Tribunale etneo lunedì scorso una serie di ricorsi d’urgenza per ripristinare le condizioni originarie che avevano visto ai nastri di partenza della competizione 13 liste e 5 candidati a primo cittadino. E adesso si torna proprio all’a ssetto che si era delineato mercoledì 15 maggio all’atto della presentazione delle liste. Hanno fatto ricorso al Tar e quindi avuto ragione Francesca Gullotta (Il Megafono e Patto Democratico), Jonathan Sferra (Avanti Taormina) e Cesare Restuccia (Rinnovare Taormina), che sin qui erano fuori dalle elezioni, ma anche Eligio Giardina che aveva perso ben tre delle sei liste che aveva al suo fianco e che ora recupera le compagini “Giardina sindacoâ€, “Taormina Futura†e “Taormina 2013â€. Sono scesi in campo per stoppare le decisioni della Commissione elettorale diversi avvocati amministrativisti di rilievo del Foro messinese, che hanno avuto Raccolta dei rifiuti ragione. I ricorsi della Gullotta sono stati affidati al prof. Antonio Saitta (lista Patto Democratico), Giuseppe Corvaja e Silvio Tommasini (Il Megafono), Sferra si è rivolto all’avv. Raffaele Tommasini e avv. Carmelo Moschella. Anche Restuccia si è affidato al prof. Saitta, mentre per le liste di Giardina i ricorsi sono stati predisposti dall’avv. Pasquale Gazzara (Taormina Futura), avv. Paolo Turiano Mantica (liste Taormina 2013 e Giardina sindaco). A seguito delle decisioni del Tar i candidati a sindaco tornano ad essere sei: Giuseppe Composto, Eligio Giardina, Francesca Gullotta, Jonathan Sferra, Cesare Restuccia, Rosario Puglia. I pronunciamenti del Tar, dunque, hanno dato ragione all’operato del segretario generale di Palazzo dei Giurati, Michelangelo Lo Monaco, che era finito nel mirino di alcune critiche. Evidentemente, invece, il Tar ha espresso valutazioni diverse rispetto a quelle che erano state date dalla Commissione elettorale e che avevano scatenato a Taormina un “p o l v e r oneâ€. Si era ravvisata in diversi casi una violazione dell’art. 21 del D.P.R. 28/12/2000 (n. 445), e le polemiche scatenatesi avevano riguardato proprio l’impossibilità di poter integrare la dicitura “per conoscenza personale†nel prestampato ricavato direttamente dal sito ufficiale della Regione. Le liste erano state, invece, poi depennate e si era così generato un caos generale al quale ha posto rimedio adesso il Tar rimettendo tutti in corsa. Secondo il Tar la Commissione «non ha assegnato il ristretto termine per la regolarizzazione » (24 ore) e – come si legge in una delle sentenze (quella inerente la lista “Patto Democratico†– «la contestata irregolarità dell’a u t e n t i c azione effettuata senza il rispetto delle forme prescritte nel Dpr n.445/2000, anche ove esistente, non costituirebbe ex se vizio insanabile della stessa, al quale ricollegare le conseguenze eliminatorie contestate», questo anche nella considerazione che, ove si volesse ritenere la insussistenza della autenticazione (e non solo vizio formale della stessa), in applicazione delle norma portata dall’art 18 c.2 del DP Reg. Sic. 3/1060 richiamata, avrebbe potuto e dovuto essere disposta la integrazione documentale nel termine di 24 ore, non rientrando la fattispecie nell’ipotesi dei vizi insanabili.†Questa problematica aveva messo “fuori gioco†la Gullotta, Sferra, Restuccia e metà coalizione di Giardina ma per il Tar non era, insomma, da ritenersi tale da dover portare all’e s c l usione e in ogni caso andavano date le 24 ore di tempo per integrare gli atti.

Emanuele Cammaroto – GDS

Messina: Palagiustizia, la Procura apre un’inchiesta. Riflettori accesi sugli atti pregressi della commissione: l’ingegnere Saglimbeni indagato per abuso

Una virata a 360 gradi sulla ridicola storia ventennale del secondo palazzo di giustizia da parte del commissario Luigi Croce, ovvero una delibera per cancellare tutto il passato e puntare dritti dritti verso la Casa dello studente, per realizzarlo definitivamente. Poi la presa di posizione forte e chiara di ieri mattina di magistrati e avvocati verso questa soluzione. Infine l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura sulla vicenda amministrativa, che vede indagato con l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio l’ingegnere Salvatore Saglimbeni, che come funzionario comunale ha avuto il ruolo di Rup nel procedimento per l’acquisizione degli immobili per realizzare il palagiustizia satellite. Non sono poche le novità per una delle vicende più emblematiche del “non fare†alla messinese, maturate tutte in questi ultimi giorni. Il 10 maggio scorso l’ingegnere Salvatore Saglimbeni, funzionario comunale, è stato sentito per due ore dai carabinieri della polizia giudiziaria con accanto il suo difensore, l’avvocato Giuseppe Carrabba, su delega del sostituto procuratore Adriana Sciglio, che ha aperto un’inchiesta sulla vicenda del palagiustizia satellite. L’ipotesi di reato a carico del professionista è quella di abuso d’ufficio, poiché quale responsabile del procedimento amministrativo aperto a palazzo Zanca per il reperimento di immobili da adibire al secondo Palazzo di Giustizia, ha determinato il compenso anche per i componenti della commissione di valutazione e proposto al dirigente Capo area, proposta poi accordata con specifica determina dirigenziale nella quale si sottoscriveva unitamente al dott. Ferdinando Coglitore; somme che inizialmente vennero riscosse (quasi ventimila euro), e poi restituite. L’ingegnere Saglimbeni dal canto suo ha riempito un lungo verbale in cui ha spiegato dettagliatamente la sua posizione amministrativa a palazzo Zanca e all’interno della commissione che prese in considerazione tutte le offerte pervenute, affermando tra l’altro che il committente era il ministero della Giustizia e non ilComunee tutta l’attività della commissione si è svolta quasi per intero fuori dall’orario d’ufficio. E poi ha detto una cosa clamorosa, ovvero che in atto i locali della Procura, dell’Ufficio Gip, quelli del Giudice di pace e del Lavoro, sono stati raggiunti da un’ordinanza di inagibilità. Ha affermato inoltre che la commissione ha lavorato con grande competenza e celerità, mettendo in condizioni la giunta municipale di adottare la famigerata delibera n. 698 del 9 settembre 2009 con cui si effettuò la scelta tra le offerte, così da rispettare il termine ultimativo del Ministero e salvare l’intero finanziamento ancora oggi inutilizzato, che dovrebbe aggirarsi su quasi 17 milioni di euro. Il professionista ha poi ricostruito molto dettagliatamente la storia dei compensi percepiti daimembri della commissione e delle procedure amministrative adottate da palazzo Zanca, e ha sottolineato che spontaneamente ha restituito i compensi percepiti, dopo la decisione della Corte dei conti che ha contestato al ragioniere generale del comune Coglitore una somma di 56.000 euro, eccezion fatta per il compenso percepito dall’ing. Santi Mangano, ritenuto legittimo e congruo. L’altro fatto che ruota intorno a questa vicenda è la presa di posizione chiara e netta verso la soluzione- Casa dello studente scelta da Croce con una delibera nei giorni scorsi, che rimanda ovviamente al voto del consiglio comunale, adottata ieri mattina da magistrati e avvocati. Infatti ieri si sono riuniti a palazzo Piacentini in due contesti diversi la Commissione manutenzione presieduta dal primo presidente della Corte d’appello Nicolò Fazio e il consiglio dell’Ordine degli avvocati presieduto da Franco Celona. Entrambi gli organismi hanno adottato dei deliberati in cui sollecitano il consiglio comunale di decidere in fretta sulla proposta- Croce e soprattutto di non lavarsene le mani come è stato fatto nei mesi scorsi, ed ancora hanno dichiarato che andranno fino in fondo sulla eventuale responsabilità contabile del consiglio comunale in questa storia. Abbiamo sentito in serata sia il presidente Fazio sia il presidente Celona: «Abbiamo sollecitato il consiglio comunale a scanso anche di qualsiasi responsabilità di natura contabile» afferma il presidente Fazio «perché c’è il rischio di perdere il finanziamento dell’opera. Esprimo comunque la piena soddisfazione perché sembra che si avvii finalmente a soluzione il problema della palagiustizia satellite con l’ipotesi Casa dello studente. Certo si spera che il consiglio comunale possa nel breve tempo che resta a sua disposizione, adottare una deliberazione che accolga la proposta del commissario straordinario Croce. Un atto che assuma responsabilmente una decisione tale da venire incontro alle esigenze della città». Il presidente dell’Ordine degli avvocati Franco Celona ha affermato tra l’altro che «non si può più consentire che un organo come il consiglio comunale “decida di non decidere†su una vicenda che ormai si trascina da un ventennio, ma ha all’interno tutte le professionalità per fare in fretta e bene. Senza contare che in una delibera del nostro organismo solleciteremo a breve la Corte dei conti per valutare l’eventuale responsabilità contabile dell’organismo».

Nuccio Anselmo – GDS

Cosenza: Delitti decisi come nelle arene dell’antica Roma. Una commissione formata dai “quadrumviri†del clan decideva col gesto del pollice (all’ingiù o all’insù) sulla vita o la morte di una persona

È il memoriale d’un pentito di ’ndrangheta che non ha mai ricevuto la “santaâ€. «Non sono stato affiliato ai clan, non facevo direttamente parte dell’organizzazione. Ero, però, considerato un “uomo serioâ€, mi occupavo di prestiti a strozzo e qualche volta mi è stato chiesto pure di intervenire su alcune richieste di “pizzoâ€. Su quello che accadeva nei clan venivo spesso informato dai fratelli Castiglia, che erano miei amici. E grazie a loro sapevo sempre tutto ». Roberto Violetta Calabrese ha raccontato i suoi ventotto anni vissuti nella fornace del credito illegale, accanto agli “amici degli amiciâ€, respirando sempre aria impregnata di piombo e di morte. «Personalmente, però, devo precisare che non ho mai partecipato a fatti di sangue» ha spiegato ai giudici della Corte d’assise di Cosenza (presidente: Antonia Gallo; a latere: Vincenzo Lo Feudo) davanti ai quali si celebra il processo contro uno dei presunti esecutori del delitto di Carmine Pezzulli, il “ministro delle finanze†della mafia delle ’ndrine cosentina, ucciso il 22 luglio del 2002, in viale Cosmai. Seguendo il filo logico delle domande del pm antimafia Pierpaolo Bruni, il collaboratore di giustizia, per la prima volta dal vivo, ha parlato della criminalità organizzata di ieri e di oggi. «Dal 1985 cominciai ad avere rapporti con persone che gravitavano negli ambienti della ’ndrangheta. Prima con Michele Bruni, successivamente con i fratelli Tonino e Mimmo Castiglia. Quando, verso la fine degli anni Novanta si cominciò a combattere la guerra di mafia, decisi di mettere molti chilometri tra me e Cosenza e andai a vivere tra Bologna e Firenze anche perchè in quel periodo avevo avuto un problema con Lanzino». Segreti di cupola che portano ai giorni più cruenti, quelli dei morti ammazzati. Tante le croci piantate nel cimitero della ’ndrangheta. Ogni agguato sarebbe stato deciso da una commissione formata dai boss e dai loro colonnelli, «dentro c’erano Lanzino, Cicero, Chiodo e Chirillo». Si votava col pollice come nelle arene dell’antica Roma. La vita e la morte d’una persona dipendevano da un gesto della mano di ciascun “quadrumviri†dei clan: «Il pollice all’insù significava che quella determinata persona era stata graziata. Rivolto verso il basso, invece, non avrebbe avuto scampo. Non so però quali siano stati gli omicidi decisi con questa tecnica». Violetta Calabrese esibisce la sua conoscenza di quel mondo nel quale non era mai ufficialmente entrato per sua scelta. Vagava ai margini masapeva tutto perchè c’era sempre qualcuno che gli soffiava la notizia. E ieri ha spiegato alleanze, parlato di “uomini d’onoreâ€, a domanda ha risposto sempre, dimostrando di sapere molto. E ha fatto anche i nomi dei capi, quelli che stavano più in alto di tutti. «I mammasantissima di Cosenza erano Ettore Lanzino e Carmine Chirillo». Roberto Violetta Calabrese ha esplorato per ore i retroscena dell’inferno di quegli anni soffermandosi sull’agguato al “contabile†dei clan, quel Carmine Pezzulli che fu assassinato dopo aver fatto sparire i quattrini della “bacinellaâ€. Un delitto per il quale è sotto processo Davide Aiello (che è difeso dagli avvocati Franz Caruso e Gianluca Garritano) considerato dalla Dda come uno degli ipotetici killer. «Quella mattina ero insieme a Pezzulli e a Tonino Castiglia ai campetti dell’“Azzurraâ€. Restammo lì per qualche ora, poi ci salutammo. Solo più tardi appresi che era stato ammazzato. Quattro o cinque giorni dopo, incontrai Mario Trinni in via Caloprese e mi svelò dei retroscena sul delitto che disse d’averli appresi da voci nella città. Mi disse che il mandante sarebbe stato Domenico Cicero mentre gli esecutori materiali sarebbero stati Aiello e Gianfranco Sganga. Io gli suggerii di non andare in giro a parlare di quelle cose se non ne era sicuro. Successivamente, però, tra il 2003 e il 2004, a casa dei Castiglia, mi vennero indicate le stesse persone con identici ruoli». Dalle macerie di quegli anni, il pentito ha ripescato pure un altro delitto: «Conosco i retroscena della morte di Primiano Chiarello». La sua “verità†si discosta da quelle già cristallizzate nei racconti di altri collaboratori di giustizia su quel ragazzo ucciso e fatto a pezzi, nel 1999. «Io so che Chiarello venne ucciso per una partita di droga non pagata. Eroina che avrebbe preso Michele Bruni il quale fu abile nell’attribuire la responsabilità dell’“ammanco†proprio al ragazzo scomparso. E sarebbe toccato poi a Franchino i’ Mafarda organizzare il suo omicidio».3

Giovanni Pastore – GDS

No Ponte
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Il treno del ferro


Voci nel fango