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MILAZZO, LA MORTE DEL DOTT. ROSARIO MANCUSO: Veterinario di Itala muore in immersione nel mare di Ponente a 20 mt di profondità. Era in compagnia di un collega subacqueo che a un certo punto lo ha perso di vista. Oggi l’autopsia

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Quella che doveva essere una tranquilla battuta di pesca si è trasformata in una tragedia. Il veterinario di Itala, Rosario Mancuso, 40 anni, sposato e padre di due figli è morto ieri pomeriggio intorno alle 17 nelle acque di Capo Milazzo mentre si trovava ad una ventina di metri di profondità, per dedicarsi a quello che era uno dei suoi hobby, la pesca subacquea. Era in compagnia di un amico e collega, L. S. 40 anni, che ha cercato di prestargli soccorso, ma ogni azione è stata vana. Teatro della tragedia la Secca di Ponente, a circa 200 metri al largo di Capo Milazzo, una zona che - si racconta - è ricca di pesci e per questo luogo di attrazione per molti subacquei. Al tempo stesso però presenterebbe insidie per chi non conosce i fondali. Stavolta però a determinare la morte del professionista jonico non sarebbe stata una “trappola” del fondale, ma un malore, verosimilmente una sincope, patologia caratterizzata da una improvvisa perdita di coscienza, a volte associata ad alterazioni del flusso circolatorio e delle funzionalità respiratorie, oltre che ad una generale riduzione della potenza muscolare. Dal primo esame esterno del cadavere infatti, Mancuso avrebbe perso sangue che si sarebbe raccolto nella maschera. Saranno comunque i successivi esami a far luce su un dramma che ha gettato nello sconforto una giovane famiglia. In forte stato di choc anche L. S., il compagno di pesca che ha recuperato assieme alla Capitaneria la vittima, ponendolo sul gommone per il trasporto sino al porto di Milazzo. Mancuso, assieme all’amico aveva raggiunto nel pomeriggio Capo Milazzo per immergersi a esplorare il fondo e magari cercare qualche interessante preda. I due amici hanno iniziato così la loro attività in apnea, ma ad un certo punto, L. S. ha notato l’assenza di Mancuso. Lo ha cercato e dopo qualche minuto ha visto il corpo senza vita del veterinario messinese ad una profondità di 25 metri nei fondali della secca di Ponente, a poco più di trecento metri a largo di Capo Milazzo. Immediato l’allarme e l’intervento dei soccorritori, Capitaneria e poi sul molo dell’equipe del 118 che successivamente, su disposizione del magistrato di turno presso la Procura di Barcellona P.G., Michele Martorelli, ha trasferito il corpo del giovane sub nell’obitorio del Policlinico di Messina, dove oggi sarà eseguita l’autopsia. La notizia del decesso ben presto è giunta ad Itala, dove Rosario Mancuso era molto conosciuto. Infatti nonostante da qualche tempo si fosse trasferito per motivi di lavoro nel palermitano, tornava spessissimo in paese per trovare i genitori, il papà Giuseppe è consigliere comunale, la mamma Graziella Tavilla, è pensionata del Ministero delle Finanze a Catanzaro. Altro episodio drammatico a Palermo dove non si hanno ancora notizie di Davide Battaglia, sub di 31 anni disperso da sabato pomeriggio, dopo che si era immerso nel mare di Barcarello. È stato trovato un calzare della muta che potrebbe essere di Battaglia. È stata la moglie, Tiziana Massimino, che è incinta, a dare l’allarme, scattato alle 21 di sabato. La donna ha atteso a lungo il marito, considerato un sub esperto dei fondali di Barcarello. La moglie da sabato attende sulla spiaggia sotto un gazebo il marito. Giovanni Petrungaro - gds

MESSINA: Cade dalla scala, morto il commerciante Bruno Gardelli

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Bruno Gardelli, 62 anni, noto commerciante messinese in pensione (in passato ha gestito un negozio di abbigliamento e intimo sul viale San Martino) è morto ieri all’ospedale “Papardo” per le ferite riportate cadendo dalla scala, mentre si trovava nella propria abitazione di campagna a Raccuja. L’uomo, secondo una prima ricostruzione dei fatti, stava effettuando dei lavori in casa quando ha perso l’equilibrio ed è caduto, riportando anche una grave lesione spinale. A provocare le ferite la scala cadutagli pesantemente addosso. Immediatamente soccorso dagli stessi familiari, il commerciante in pensione è stato trasportato all’ospedale “Papardo” dove è rimasto, sotto osservazione, per alcuni giorni. Ieri le sue condizioni sono peggiorate fino a quando il cuore del commerciante ha cessato di battere. Gardelli lascia la moglie e 3 figli. (gi.pa.)

MESSINA MASSONICA? L’on. Ardizzone segue Pecoraro e lancia la sfida: “I massoni escano allo scoperto”

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Una città massonica, aveva detto il direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pecoraro, all’indomani della lite in sala parto tra i due ginecologi. Una città che deve dimostrare di non essere massonica, dice oggi il deputato regionale dell’Udc, Giovanni Ardizzone. L’ex sindaco invia una nota per chiedere a tutti i rappresentanti delle “forze” pubbliche, in città, di chiarire la propria posizione riguardo della massoneria. Ecco il testo dell’intervento: “Non so se si tratti di massoneria o di semplici consorterie o, ancora, gruppi di amici che occupano - chissà come – posizioni di potere, ma liquidare le dichiarazioni del dott. Pecoraro, così come in precedenza fatto con quelle dell’Arcivescovo, con una superficialità e un’arroganza che malcelano un evidente fastidio, è tipico di chi in questa città non vuole cambiare nulla e continuare a far finta che tutto vada bene. C’è un solo modo per smentire le dichiarazioni di un Arcivescovo e di un alto dirigente qual è il direttore generale del Policlinico universitario, ossia che Messina non è una città a forte presenza e infiltrazione massonica: tutti coloro che ricoprono incarichi di responsabilità in ogni settore, sia esso politico, istituzionale, amministrativo o universitario, dichiarino apertamente di essere o non essere massoni, tanto più che non hanno nulla da nascondere e, già che ci sono, di non fare uso di droghe. So che quest’invito non troverà ascolto e chi lo ha formulato sarà giudicato come un visionario, non sarebbe d’altra parte la prima volta, ma sono fermamente convinto che chi fa politica o ricopre incarichi istituzionali o di alto profilo professionale, come i medici, sia meno uguale degli altri e deve essere al di sopra di ogni sospetto. Insomma, la domanda che io pongo è: in questa città si assurge ai vertici delle categorie per meriti o per appartanenza a consorterie politiche o massoniche che siano? Anche chi si scandalizza di fronte alle dichiarazioni del dott. Pecoraro, una risposta in tal senso dovrebbe avere l’onestà intellettuale di fornirla.

L’APPROFONDIMENTO DI A. MAZZEO: I tentacoli del Ponte sul centro d’eccellenza dell’Ateneo di Messina

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I neolaureati dell’area dello Stretto non si erano mai illusi che con il Ponte avrebbero trovato stabile occupazione, ma certo non potevano immaginare che con l’avvio dei lavori sarebbero stati scippati dell’unica infrastruttura creata in ambito locale a sostegno di attività imprenditoriali giovanili innovative. Venerdì 10 settembre, nel cuore del Polo scientifico di Papardo dell’Università di Messina, andrà in scena l’ultima beffa dei Signori del Ponte. Un’intera palazzina dell’Ateneo, realizzata con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse», destinata a fare da “Incubatore” di 46 aziende di giovani imprenditori e ricercatori universitari, sarà convertita nei “Nuovi Uffici Direzionali del Ponte”. Vi s’insedieranno la società concessionaria Stretto di Messina, Eurolink (il consorzio general contractor per la progettazione e i lavori), il gruppo statunitense Parsons Transportation (impegnato nel “project management” dell’opera). Il cambio di destinazione delle finalità d’uso dell’incubatore mai nato avverrà con un “protocollo d’intesa” che l’Università di Messina firmerà alla presenza del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli e del plenipotenziario Pietro Ciucci, commissario straordinario del Ponte e presidente ANAS e della Stretto Spa. L’evento, in verità, era stato programmato per il 10 luglio scorso, ma alla vigilia della dismissione dei locali ci si rese conto che per la fretta si erano bypassati alcuni delicati passaggi burocratici. Non fu sufficiente la convocazione, qualche ora prima della firma del protocollo, del Senato Accademico e del Consiglio d’amministrazione dell’Università per approvare congiuntamente la bozza d’accordo. Matteoli annullò il suo viaggio a Messina e si decise di posticipare il tutto di un paio di mesi. Il Rettore, Francesco Tomasello, non ha mai nascosto di essere stato tra coloro che più hanno caldeggiato la concessione dello stabile ai Signori del Ponte. «Io considero il Papardo un’area fortemente strategica. Chi fa polemica per aver prestato l’incubatore d’impresa ad Eurolink mi fa solo sorridere. Lasciarlo come testimonianza di opera incompiuta sarebbe stato meglio?», ha commentato Tomasello, che in precedenza aveva ottenuto una proroga dell’incarico di dodici mesi al termine dell’ultimo mandato come rettore, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio e due provvedimenti di sospensione dall’incarico per due mesi, ordinati dal Tribunale di Messina nell’ambito di un’inchiesta su un presunto concorso “pilotato”. Che si tratti dell’ennesima “cattedrale nel deserto” o di un’“opera incompiuta” è assai discutibile, specie se si scorrono i documenti progettuali e le valutazioni degli stessi organi accademici. Le finalità dell’incubatore di contrada Papardo, concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, puntavano all’«offerta di spazi ai giovani per esprimere la propria capacità d’impresa in una città poco competitiva» e «all’ospitalità di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica». Nonostante i ritardi nel decollo della struttura, nella “Relazione sui risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico nell’anno 2008”, l’Università degli Studi rifocalizzava la propria attenzione al «crescente interesse dell’Ateneo messinese per il tema del trasferimento tecnologico e della creazione di nuove imprese, nell’ambito di un ampliamento e rafforzamento delle interazioni già esistenti con il sistema produttivo». Nel sottolineare l’esistenza di cinque imprese sostenute dall’Ateneo nei settori dell’elettronica, high-tech, scienza della separazione, la Relazione annunciava il «completamento» dell’incubatore, che finalmente potrà offrire «possibilità concrete di promozione al territorio nel quale l’Università opera, e in generale a coloro, potenziali imprenditori, che ne facciano richiesta». La riconversione pontista dell’infrastruttura destinata all’imprenditoria giovanile non ha scandalizzato nessuno all’interno dell’asfittico mondo universitario dello Stretto. Solo l’economista Guido Signorino, docente della facoltà di Scienze Politiche, si è rivolto al Senato Accademico con una lettera aperta. «L’utilizzo di spazi per finalità non previste dall’atto di concessione dell’incubatore ne rappresenta una violazione», afferma Signorino. «È ovvio che Eurolink e società collegate non presentano alcuna caratteristica idonea a consentire loro di diventare ospiti-beneficiari della struttura. Non possono essere considerate “imprese nascenti” e non abbisognano di alcun “accompagnamento al mercato” da chicchessia. Inoltre, la durata dell’utilizzo dei locali non appare commisurata ai limiti indicati nell’atto di concessione. La permanenza nell’incubatore era definito in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative. I lavori per il Ponte avranno invece una durata minima di sei anni». A rendere più amaro il sapore della beffa, l’evidenza che nessuna delle società di costruzioni che compongono l’ATI per i lavori del Ponte ha sedi o filiali nell’area dello Stretto (alcune sono, anzi, straniere) e che sono tutte di antica formazione e nella titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale (famiglie Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo, società capofila Eurolink). Ancora più insostenibile dal punto di vista formale ed etico, la concessione dei locali universitari al Parsons Transportation Group che seguirà la progettazione definitiva del Ponte di Messina. Colosso statunitense del settore ingegneristico, Parsons ha sede in California e filiali in oltre 80 paesi del mondo. Si tratta di una delle società chiave del complesso bellico industriale statunitense. In Iraq sono stati affidati a Parsons contratti per svariati milioni di dollari per la ricostruzione di decine d’infrastrutture civili e militari. Parsons Transportation Group, che per il regime di Saddam Hussein aveva realizzato il ponte “14 luglio” sul Tigri e una megacentrale elettrica, è stato pure contrattato dal Corpo d’Ingegneria dell’Esercito USA per lo «sminamento e la distruzione di armi» ed il recupero delle maggiori reti petrolifere e dei gasdotti iracheni. Per conto dell’US Air Force, il gruppo Parsons ha riabilitato le infrastrutture della base di Taji, una delle più importanti aree operative delle forze armate della coalizione alleata. «Ancora una volta il bene comune viene calpestato per lasciare spazio a chi fa profitti senza rischiare nulla», dichiara Gino Sturniolo della Rete No Ponte. «L’affaire sintetizza il corollario del Ponte sullo Stretto: operazioni basate sulla sottrazione di spazi pubblici, sulla negazione di vere prospettive occupazionali alle giovani generazioni in nome degli interessi privati e dei contractor più attivi nei teatri di guerra internazionali». Sturniolo ricorda che la Rete si è più volte mobilitata contro l’Incubatore del Ponte e che continuerà a farlo anche nei prossimi giorni. «Questa struttura deve restare a sostegno dei progetti dei giovani laureati ma riteniamo pure che vadano favorite quelle iniziative ad alta innovazione e sostenibili dal punto di vista ambientale. Non condividiamo cioè la visione tutta spinta sul “mercato” e le “imprese profit”. Molte esperienze internazionali sono meglio puntate verso incubatori accademici preposti all’accompagnamento, formazione, ricerca e sostegno delle cosiddetta “economia solidale” (no profit, cooperativismo, ecc.). Perché queste esperienze funzionano con esito mentre a Messina falliscono miseramente e l’Università abdica al proprio ruolo guida a favore dei colossi d’argilla del capitalismo made in Italy?». Intanto si riaccendono i riflettori sull’iter organizzativo che condurrà alla firma del protocollo Università-società Ponte del 10 settembre. Ai preparativi della kermesse con il ministro Matteoli è prevedibile che collaborerà direttamente l’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina Spa, esattamente come avvenuto due mesi fa in occasione della prima fallita inaugurazione del General Office. Allora, numerosi mezzi ed operai ANAS furono impiegati in opere di scerbatura all’interno del Polo universitario di contrada Papardo. Una vicenda approdata in Procura grazie ad un esposto-denuincia della Confederazione Unitaria di Base (CUB) di Messina. «Risorse preziose come quelle dell’ANAS non vengono impiegate per finalità proprie dell’Ente ma per l’abbellimento di aiuole in aree non di propria pertinenza», scriveva la CUB. “Questa organizzazione sindacale non può esimersi dal rappresentare alle Autorità competenti fatti che si ritengono fortemente lesivi degli interessi prioritari della collettività ai quali troppo spesso vengono anteposti interessi di pochi singoli individui. Tutto ciò premesso, chiediamo di perseguire e punire i soggetti ritenuti responsabili per tutte le ipotesi di reato previste e ravvisabili alla luce di quanto esposto e documentato». Di quella denuncia si è persa ogni traccia. ANTONIO MAZZEO

POLICLINICO DI MESSINA - L’ATTO D’ACCUSA DEL DIRETTORE GENERALE PECORARO: ‘IL SISTEMA MASSONICO BLOCCA LA CITTA’. LA REAZIONE DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA: ‘Rassicuriamo il direttore Pecoraro, nessun fratello è implicato nella paradossale vicenda accaduta nell’unità di Ostetricia e ginecologia’

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L’ombra del sistema clientelare-massonico di nuovo sulla città. A distanza di un anno e mezzo dalla denuncia dell’arcivescovo Calogero La Piana che squassò le coscienze di una città intera, provocando reazioni di diversa natura, Messina torna a confrontarsi con una verità che a molti fa male e che affonda le proprie radici nella storia. Questa volta a gettare il macigno nello stagno è stato il direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pecoraro, che martedì ha parlato apertamente di un clima di “fratellanza” che caratterizza tutta la città. Non solo la sanità, sia ben chiaro. «So di non essere uno gradito, l’ho capito in questi due anni e mezzo – ha detto Pecoraro –. Abbiamo dato vita a provvedimenti storici per questa struttura, ma in tanti mi hanno avvicinato e in maniera subdola hanno provato a convincermi del contrario. Nessuno mi ha minacciato, sia chiaro, ma intimidazioni sotto traccia, ammiccamenti e cose similari, queste sì». E ancora. «In questi anni ho stretto tante mani e troppe volte mi sono sentito passare il dito sul polso, un gesto per capire se io sono affiliato alla massoneria. Qui le cose funzionano così, il meccanismo è ben rodato e non lo scopro certo io. Chi non ci sta viene respinto». Dichiarazioni pesanti, che inevitabilmente ieri hanno provocato una pioggia di reazioni. A cominciare da quelle di Gustavo Raffi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia che ieri ha sparato contro Pecoraro. «Vedere l’ombra della massoneria nel reparto ginecologia del Policlinico di Messina è sicuramente dovuto a un colpo di sole estivo o a stress post-ferie. Affermare che lì comandano i massoni – aggiunge – che magari si aggirano nei reparti con tanto di cappuccio e camice bianco, è una boutade che francamente fa sorridere e ricorda il vecchio vizio di chi, per combattere gli elefanti dell’inefficienza, cerca capri espiatori nelle facili trame di misteri e baroni». Per Raffi «invece di vedere cosa accade in sala parto, il manager lamenta anche di essere stato “toccato” sul polso con un segno di riconoscimento massonico e senza essersi sottoposto a visita ortopedica, imputa a questo le disfunzioni di una struttura sanitaria che, senza esprimere giudizi nel merito, forse merita miglior coordinamento. «Rassicuriamo il direttore Pecoraro – conclude con una frecciata al veleno – nessun fratello è implicato nella paradossale vicenda accaduta nell’unità di Ostetricia e ginecologia». A dire il vero, l’analisi di Pecoraro era più ampia e riguardava i meccanismi che governano la città e non si riferiva alla Massoneria ufficiale, ma al sistema massonico-clientelare che impedisce lo sviluppo. Esattamente come fece La Piana. Delle affermazioni di Pecoraro ieri si è discusso anche durante l’Assemblea della Facoltà di Medicina e Chirurgia, convocata urgentemente ieri pomeriggio (numeri discordanti sulle presenze). «ll recente deprecabile episodio ha scatenato commenti e reazioni da parte di politici, media e figure istituzionali – si legge nella nota inviata dal preside Emanuele Scribano – sui quali la Facoltà, riunitasi in forma assembleare, intende esprimere alcune valutazioni: si registra come, a fronte di una sentita e condivisa partecipazione da parte del Ministro della Salute ai disagi della famiglia Molonia, lo stesso abbia esorbitato nell’affermazione dell’esistenza di un “humus” favorevole alla crescita dei più deprecabili comportamenti umani e professionali. Tali affermazioni risultano offensive per la parte sana del popolo meridionale, laboriosa, rispettosa delle istituzioni e ingiustamente criminalizzata. Il suddetto riferimento appare ancora più grave se rivolto indiscriminatamente a tutte le figure professionali quotidianamente impegnate nella tutela della salute. Si ritiene particolarmente destruente la copertura mediatica degli eventi, poiché, fermo restando la doverosa libertà ed il diritto alle informazioni, molte ricostruzioni sono apparse fantasiose, generiche e sensazionalistiche. Diverse testate giornalistiche, inoltre, richiamando episodi del passato, che nulla hanno da vedere con il fatto in questione, si sono spinte a creare il neologismo di “effetto Messina». Quindi il passaggio contro il vecchio “nemico” Pecoraro. «Si esprimono perplessità nei confronti delle esternazioni del direttore generale dott. Pecoraro che, fatte salve le determinazioni assunte, condivise dal magnifico rettore e dal Senato Accademico, ha ripreso pregresse analisi sociologiche su un presunto clima gelatinoso, in cui si troverebbe ad operare, senza alcun distinguo, riferendosi a consorterie e logge massoniche. I componenti della Facoltà di Medicina e Chirurgia hanno già dimostrato adesione al percorso tracciato dal direttore generale. Il comandante della nave, durante la tempesta, ha il dovere di governarla e, con nervi saldi, di condurla in porto, non di abbandonarsi a sfoghi e lanciare generiche accuse. Se fatti rilevanti esistono, vengano portati ed approfonditi nelle sedi competenti. Sono apprezzabili e condivisibili gli interventi dell’assessore regionale alla Sanità, del sindaco e del Rettore, caratterizzati da lucidità, moderazione ed equilibrio». «La Facoltà, nel solco della propria tradizione – si legge infine – continuerà ad operare con senso di responsabilità ed attenzione ai comportamenti deontologici, particolarmente in ambito assistenziale, amplificando gli sforzi, insieme a tutti i colleghi di Ostetricia e Ginecologia, per individuare assetti stabili e confacenti alla dignità del settore e per sviluppare una più attenta osservanza alle regole anche per quanto attiene le attività formative dei medici in formazione specialistica, dei dottorandi e degli assegnisti. A tal proposito, la Facoltà, nonostante il clamore di questi giorni, si appresta a supportare le prove di ammissione per 1.478 aspiranti al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia, per 633 in Odontoiatria, per 428 a Scienze Motorie e per 4495 ai Corsi delle Professioni Sanitarie, a testimonianza dell’apprezzamento che la nostra istituzione riscuote sul territorio regionale e calabrese». Mauro Cuce’ - Gds

Buzzanca: «Si facciano nomi e cognomi o si taccia»
«Andare a fare delle affermazioni senza supportarle con fatti concreti è solo un modo per creare confusione, per sparare nel mucchio senza colpire nessuno». È duro il sindaco Giuseppe Buzzanca nel commentare le dichiarazioni choc del direttore generale del Policlinico Pecoraro. «Se ritiene di aver subito delle pressioni – aggiunge – ha l’obbligo civile, morale e istituzionale di fare nomi e cognomi, altrimenti taccia. Si tratta di un uomo che stimo moltissimo, ma che da 2 anni e mezzo dirige una struttura come il Policlinico di Messina. E allora vada fino in fondo, e il coraggio che ha dimostrato, finora, solo nella fase “enunciativa”, lo tiri fuori in maniera altrettanto forte nella fase più concreta della denuncia». «Piena solidarietà», invece, arriva dall’ex vicesindaco, deputato regionale dell’Udc, Giovanni Ardizzone: «Pecoraro ha avuto il coraggio di dire cose non facili da denunciare. Voglio ricordare una mia interrogazione alla Regione , quando proposi che i vertici delle aziende sanitarie dimostrassero di non avere legami con logge o consorterie di alcun tipo». Segno che il problema viene riconoscito come reale. Secondo il segretario generale della Cgil Messina, Lillo Oceano, «se Pecoraro ha elementi deve segnalarli all’Autorità giudiziaria, mettendo in campo azioni conseguenti. Detto questo, che ci sia un sistema che di fatto occupa il potere e le poltrone della città in tutti i modi, si chiami massoneria, baronismo, nepotismo, è realtà sotto gli occhi di tutti. E che fa male, a Messina, alla Sicilia, al Paese. In una città dalla situazione economica così complicata, il fatto che le energie migliori abbiano le strade precluse, perché non ci sono possibilità per chi è competente e non appartiene alle “cricche” o alle famiglie blasonate della città o ad associazioni più o meno segrete, fa perdere intelligenze e opportunità di sviluppo e non è accettabile. Al di là delle appartenenze, c’è un modo di perseguire solo ed esclusivamente il guadagno, che fa diventare tutto affare economico. Compresa la sofferenza, la malattia. Il sistema più efficiente per la tutela della salute può essere solo quello pubblico. E allora a Pecoraro chiediamo di aprire un confronto, affinché gli interessi privati non prevalgano su quelli del paziente e si organizzi una sanità che abbia a cuore la tutela della salute e dell’interesse pubblico. Ma facciamolo veramente – conclude Oceano – se ci limitiamo alle interviste e poi nei confronti sindacali, quando chiediamo regole e controlli, non si danno risposte concrete, tutto questo non serve». Punto sul quale evidentemente concorda il segretario generale della Cisl Messina, Tonino Genovese: «Sono rimasto attonito di fronte a queste dichiarazioni. È la seconda volta che Pecoraro fa affermazioni molto gravi. Spero che vada dai magistrati a denunciare fatti e circostanze. Altrimenti finisce anche lui per iscriversi all’albo di coloro i quali aggiungono chiacchiere, sospetti e fantasmi, quando invece questa città ha solo bisogno di chiarezza». SEBASTIANO CASPANELLO

LA RIFLESSIONE DOPO IL CASO AL POLICLINICO DI MESSINA - SCIVOLATI NEL SUD DEL MONDO: Un altro neonato perduto a Roma. Una storia orrenda sempre a Messina… si scopre che in Italia di muore ancora e tanto in sala parto

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Che sia stato o meno a causato da una rissa tra ostetriche, tra ostetriche e medici o chissà che, di certo c’è che un bambino è morto nei gioni scorsi al Policlinico Casilino di Roma. Poi apprendiamo di una storia orrenda di un piccolo partorito in un water di nuovo a Messina. E man mano, sui giornali arrivano le storie delle tragedie in sala parto. Che non si possono archiviare come episodi di malasanità.

Perché uno, e forse il più significativo, parametro di qualità di un sistema sanitario, espresso dall’Oms, è la mortalità infantile e neonatale. Altissima nei paesi poverissimi, inesistente in quelli avanzati (golden globe al Canada e ai Paesi scandinavi che hanno le migliori sanità del mondo). Non solo: quanto cali o cresca questo parametro è un indice preciso di quanto un paese riesca a migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Nazioni come la Cina o l’India, che avevano tassi altisimi, seppur lentamente, vanno migliorando.

Ma oggi scopriamo che in Italia si muore tanto, troppo, in sala parto. E si muore nel sud, come sempre abbandonato in mano ad avvoltoi. Le donne sperano in una famiglia e pensano di avere il diritto di vederla protetta come nel nord del paese dove i sistemi sanitari vigilano, ancora molto bene, sulle puerpere e i neonati. Ma vengono assalite da ginecologi rapaci, da amministratori sanitari incapaci, da operatori maldestri e arraffoni.

Se il parto diventa un affare, accade questo. In un paese che fa continuamente finta di proteggere la famiglia. Così ho aperto ansiosa una mail del ministero della Salute che mi informava dell’agenda del sottosegretario Roccella, cattolicissima paladina della vita e della famiglia. Speravo in un passo forte contro chi lucra in sala parto, un un atto d’accusa violento contro la pratica orribile di far andare sanitari privati e pagati dai pazienti ad assistere le puerpere negli ospedali pubblici… E invece, apprendo che presenterà un libro chissà dove (un libro edito da un privato, naturalmente, che si avvale della mailing list del ministero per propagandarlo, ma tant’è nel paese dei conflitti d’interesse). E la famiglia? Può attendere. DANIELA MINERVA