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AMMINISTRATIVE DI BARCELLONA PG. L'OPINIONE di Patrizia Zangla: IL NUOVO CHE NON MI PIACE
Questo nuovo non mi piace. Questo nuovo mi spaventa. Si serve di forme nuove, ma ha un volto stantio, troppo vecchio, perso in un cassetto della memoria, che prende corpo mentre sento la folla che osanna, che impreca, che odia chi la pensa in altro modo. L’avete chiamato l’elettorato dell’amore, ma eros unisce thanatos divide. Da tempo guardavo la città da lontano. Osservavo cambiando angolazione. Incrociavo i punti di vista e le diverse prospet...
MESSINA: Operazione "Provider". Saranno processate il 7 giugno le 13 persone arrestate dalla Polizia
Saranno processati il 7 giugno prossimo le 13 persone arrestate nel dicembre scorso nell’operazione Provider con l’accusa di gestire un giro illegale di scommesse on line. Il sostituto procuratore Fabrizio Monaco ha chiesto che vengano giudicati con l’immediato e compariranno davanti ai giudici della seconda sezione penale. L’organizzazione, che spaziava su tutto il territorio nazionale, poteva contare su esperti informatici che curavano i siti internet. L...
MESSINA: Doveva sorgere un centro commerciale sui resti di Villa Melania: assolti i 13 imputati
Assoluzione per tutti gli imputati. Questa la decisione della Corte d’Appello di Messina nel processo per il progetto di realizzazione di un centro commerciale a Pistunina nell’area in cui vennero alla luce i resti dell’antichissima Villa Melania. E’ stata dunque confermata la sentenza di primo grado ma il PG aveva chiesto la prescrizione per tutti gli imputati. Imputati nel processo erano i componenti dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacal...

Ascom, si indaga a Messina. Mentre i tempi per il processo all’onorevole Corona si allungano

Primo passaggio a vuoto davanti ai giudici della Quarta sezione del Tribunale di Roma per Roberto Corona, il deputato regionale del Pdl coinvolto nell’inchiesta sui rapporti tra Ascom e le società dell’immobiliarista catanese Fabio Calì. Per Corona la procura di Roma aveva chiesto il giudizio immediato, ma il decreto è stato annullato per un vizio di forma. Dovrà quindi esser formulata una nuova richiesta. Insomma per Corona i tempi del giudizio si allungano. La stessa richiesta era stata formulata per Xenia Vinci Orlando, sua ex collaboratrice. La donna ha però chiesto di essere giudicata col rito abbreviato e per lei l’udienza è stata fissata al prossimo 7 giugno. Ci sono novità, invece, per quel che riguarda il filone Ascom in senso stretto. La procura romana ha infatti disposto la trasmissione degli atti ai colleghi messinesi perché approfondiscano i fatti avvenuti in riva allo Stretto. Sarà la procura coordinata da Guido Lo Forte, quindi, a occuparsi dei rapporti interni alla società di servizi della Camera di Commercio, i rapporti con UnionCamere e tutti quegli atti approvati in seno alla finanziaria stessa. da normanno.com

Dell’Utri, la Cassazione respinge il ricorso: assoluzione confermata. Era accusato di aver istigato il pentito Cosimo Cirfeta a screditare altri collaboratori di giustizia

ROMA - È andato male l’estremo tentativo della Procura di Palermo di far condannare il senatore Marcello Dell’Utri – uomo fidatissimo in affari e in politica dell’ex premier Silvio Berlusconi – con l’accusa di aver istigato il pentito della Sacra Corona Unita, Cosimo Cirfeta, a screditare i pentiti di mafia che lo accusavano nel processo per concorso esterno. La Sesta sezione penale della Cassazione ha infatti «respinto» il ricorso del Pg di Palermo Antonino Gatto che insisteva per l’incriminazione. Dell’Utri era stato assolto sia in primo che in secondo grado con verdetto del 31 marzo 2011. «Amareggiato e non soddisfatto», per la decisione della Cassazione, ha detto di essere il senatore, confidandolo ai suoi più stretti collaboratori. «Non c’è soddisfazione nell’essere dichiarato innocente dopo 12 anni di lunga gogna giudiziaria protrattasi a causa delle impugnazioni del Pm e della Procura che avevano chiesto anche il mio arresto nel 1999». «Per fortuna il Parlamento disse no a quella richiesta e solo oggi è evidente – ha aggiunto Giuseppe Di Peri, che ha difeso Dell’Utri insieme a Pietro Federico – quanto sarebbe stata ingiusta la misura cautelare». E Federico, nella sua arringa, ha sostenuto: «Marcello Dell’Utri, se fosse stato vero il complotto per screditare i pentiti che lo accusavano, avrebbe dovuto fare da suggeritore silenzioso a Cirfeta mentre, invece, lo chiama a testimoniare nel processo per concorso esterno». Chiedendo il rigetto del ricorso presentato dal procuratore Gatto, contro l’assoluzione del senatore, l’avvocato Federico ha aggiunto che, comunque, «nessuna accusa di istigazione alla calunnia può essere sostenuta a carico di Dell’Utri, dal momento che Cirfeta ha parlato con il senatore del progetto di una “combine” futura, quindi di un reato nemmeno consumato, che alcuni pentiti di mafia stavano progettando ai suoi danni». In effetti, i due legali della difesa avevano sempre parlato di una «insufficienza di prove» in merito all’accusa di calunnia aggravata contestata al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Ed è questo l’assunto su cui hanno puntato anche ieri nella loro arringa davanti alla Sesta sezione penale della Cassazione. È così, appunto, che i due penalisti hanno sollecitato l’inammissibilità del ricorso presentato dalla Procura generale di Palermo contro la sentenza con cui la Corte d’Appello del capoluogo siciliano aveva assolto Dell’Utri. «Il nostro assistito non ha mai conosciuto Cirfeta di persona, gli parlò per telefono – hanno rilevato – non c’è alcuna prova sull’accusa di calunnia e il ricorso del pg propone mere ipotesi investigative». Nella sua requisitoria, favorevole alla definitiva archiviazione della vicenda, il sostituto procuratore della Cassazione Oscar Cedrangolo, dal canto suo, aveva detto che «un giudice non deve mai presumere il dolo dell’imputato ed è quel che è avvenuto per Dell’Utri. Un fatto che mi spiego solo immaginando che questo elemento sia stato dato per scontato dal momento che c’era stata la condanna per concorso esterno». Ma il Pg non ha nascosto la sua «perplessità e sorpresa» per la mancanza di riferimenti – nel ricorso del Pg Gatto – alla consapevolezza, tutta da provare, che Dell’Utri avrebbe dovuto avere del piano calunnioso nato nell’estate del 1997. È la seconda volta nell’arco di poco tempo che la Suprema Corte bacchetta i reclami di Gatto: lo scorso nove marzo, nell’udienza che ha annullato con rinvio una parte della condanna del senatore per concorso esterno, la Quinta sezione penale aveva bocciato addirittura come «inammissibile» il reclamo del Pg di Palermo che voleva una condanna più pesante dei sette anni inflitti dalla Corte di Appello. Le motivazioni del definitivo proscioglimento del senatore, convalidato con la formula dell’insufficienza di prove contro la quale i difensori non hanno fatto ricorso, saranno rese note entro un mese. Moreno Sabbiati - GDS

CALTANISSETTA: Scaduti tempi d’indagine. Chiesta l’archiviazione per il gen. Subranni. Era stato indicato come colui che avrebbe «tradito» Paolo Borsellino

Caltanissetta - La Procura di Caltanissetta, che indaga sulle stragi mafiose del ‘92, ha chiesto al Gip Francesco Lauricella, di archiviare la posizione del generale dei carabinieri Antonio Subranni, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, «allo stato degli atti necessitando, gli elementi acquisiti, di ulteriori riscontri». La richiesta di archiviazione è stata depositata poichè sono passati già due anni dall’inizio delle indagini e ne è scaduto il termine. Il generale Subranni era stato indicato come colui che avrebbe «tradito» Paolo Borsellino. Lo stesso magistrato poco prima di morire nell’attentato di via D’Amelio il 19 luglio del 1992, si era sfogato con i suoi colleghi di allora, Allessandra Camassa e Massimo Russo, ed era scoppiato in lacrime dicendo di essere stato tradito da un amico. L’episodio, riferito da Camassa e Russo, è metà di giugno del 1992, quando Borsellino ebbe un cedimento nervoso, si sdraiò su un divano negli uffici della Procura di Palermo, e piangendo disse: «Non posso pensare.. non posso pensare che un amico mi abbia tradito». La circostanza è agli atti della nuova inchiesta sulla strage di via D’Amelio. La Camassa ha affermato agli inquirenti: «La mia impressione fu che Paolo si sentisse tradito da una persona adulta autorevole, con la quale vi era un rapporto d’affetto: pensai che potesse trattarsi di un ufficiale di carabinieri». La ricostruzione venne confermata da Massimo Russo che aggiunse un’altra frase di Borsellino: «Qui è un nido di vipere». La moglie del giudice, Agnese Piraino, fu più esplicita e in una deposizione resa il 27 gennaio del 2010 disse che suo marito alla metà di giugno del 1992 si sfogò rivelandole, testualmente, che «c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato. Mi disse che il generale Subranni era ‘punciutù (cioè affiliato a Cosa Nostra, ndr). Era sbalordito, ma lo disse con tono assolutamente certo, senza svelarmi la fonte. Aggiunse -ha riferito ancora la vedova- che quando glielo avevano detto era stato tanto male da avere avuto conati di vomito: per lui l’Arma dei carabinieri era intoccabile». Le dichiarazioni di Agnese Borsellino e gli esiti dell’attività di riscontro della Procura di Caltanissetta, nell’ambito del collegamento sulle indagini, sono stati trasferiti per conoscenza alla Procura di Palermo.

MESSINA, TUTTI I RETROSCENA DELL’OPERAZIONE DELLA PS ‘RAIS’: Finiscono in manette dieci “mercanti di uomini”. Custodia cautelare in carcere per sette nordafricani e tre catanesi. Tariffa di 8mila euro a viaggio

Ottomila euro a testa per cercare di lasciarsi alle spalle una vita di stenti e voltare pagina. Migliaia di clandestini erano disposti a pagare fior di quattrini, pur di arrivare in Italia. Stipulavano una sorta di accordo accompagnato dalla clausola “soddisfatti o rimborsati”. Era prevista un’altra chance, se il viaggio della speranza non fosse andato a buon fine: in caso di rimpatrio nuova odissea e a destinazione raggiunta toccava ai familiari versare l’importo pattuito. Tutto questo fino al 25 ottobre 2010, giorno in cui la Guardia di finanza intercettò un barcone carico di disperati diretto a Riposto, nel Catanese. Colpo decisivo inferto a un’organizzazione criminale con sede ad Alessandria d’Egitto e cellule in Italia. La Squadra mobile di Messina, in collaborazione coi colleghi di Ancona, Catania, Siracusa, Milano e Roma, coordinata dalla Procura peloritana e dal Servizio centrale operativo, ora ha chiuso il cerchio su un traffico di migranti nordafricani. E ieri mattina gli agenti hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a dieci componenti del gruppo. Tra i destinatari Mohamed Mohamed Abd Rabbo, 27 anni, originario del “Paese dei faraoni”, alias Mohamed El Shiek, meglio noto come Batraman. Per gli inquirenti era lui la mente, anzi il “sovrano”. Da qui il nome dell’operazione Raìs. Analoga misura cautelare disposta dal gip del Tribunale di Messina Antonino Genovese, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera, nei confronti dei connazionali Mohamed Elsobhy, 26 anni, Zakaria El Sayed Attia El Sobhy, 42 anni, Mohamed Mohamed Rabie Abdel Aal, 27 anni, Monir Morsi Mohamed Morsi, 31 anni, Mohamed Shalpy Garpua Fathi Abdelkader, 47 anni, Reda Gharib, 25 anni, e di Massimo Greco, 26 anni, nato a Giarre e residente a Mascali, Salvatore Greco, 57 anni, nato ad Acireale e residente a Riposto, e Fabio Fanizza, 21 anni, anch’egli originario di Giarre ma residente a Mascali. Tuttora irreperibili altri quattro. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di appartenere a un’associazione a delinquere di tipo transazionale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al sequestro di persona a scopo di estorsione. La complessa e articolata attività d’indagine ha preso il via il 24 luglio 2010, quando la sottosezione della Polstrada di Giardini Naxos fermò sull’A18 un Tir in cui erano stipati 84 migranti provenienti dal “Continente nero”. In manette finirono il conducente del mezzo, Pierpaolo Corsini e gli egiziani Adel Riad Said Gouhar, Maher Ali Ouda e Shokry Abovelnaser Mohamedhagag, con l’accusa di avere organizzato il loro trasporto e l’ingresso sul territorio nazionale. I clandestini arrivarono via mare sulle coste agrigentine di San Leone. Grazie ai racconti degli stranieri e alle intercettazioni telefoniche venne fuori che anche gli sbarchi intercettati successivamente venivano condotti con modus operandi analogo. I viaggi alla volta di Grotteria a Mare, nel Reggino, avvenuto l’1 settembre 2010, Ribera, nell’Agrigentino, datato 28 settembre 2010, e Riposto, il 25 ottobre dello stesso anno furono pianificati e condotti dalle stesse persone arrestate. A capo c’era sempre Batraman, peraltro al timone del peschereccio bloccato da due guardacoste delle Fiamme gialle in occasione dell’ultima odissea. RICCARDO D’ANDREA - GDS

L’ORDINANZA
Il sodalizio criminale era foraggiato da un magnate arabo.

«Alcuni collaboratori hanno rivelato che l’organizzazione era finanziata da un multimiliardario arabo, che contava su relazioni molto forti in Egitto». Particolare retroscena fornito dal procuratore capo di Messina Guido Lo Forte, soffermandosi sulla grande professionalità e sulla ramificazione della banda con sede nel Nord Africa. Perché, allora, non è finito in manette? A dare una riposta il dirigente della Squadra Mobile peloritana, Giuseppe Anzalone, il quale ha spiegato che il soggetto è stato individuato ma è necessario un accordo bilaterale tra Roma e Il Cairo per poter procedere. Quanto all’ordinanza di applicazione di misura coercitiva, siglata dal gip Antonino Genovese, vengono ricostruite nei dettagli le attività dei 18 indagati. Alcuni dei quali utilizzavano diversi pseudonimi, anche per sfuggire alle maglie delle forze dell’ordine. Oltre a Batraman, considerato il coordinatore, figurava il “Mastro”, detto anche Abu Said o Mimmo o Arafa o Hamam Arafa: pseudonimi utilizzati da Mohamed Mohamed Badawi Hassan Arafa per celare la reale identità. La parentesi degli sbarchi accertati si apre con quello del 24 luglio: «Alle 13.10, personale della Polizia stradale di Giardini Naxos… notava transitare un autotreno con motrice e rimorchio. Il mezzo insospettiva gli agenti, poiché dal telone si intravedevano persone all’interno». Il Tir fu fermato all’uscita della galleria Taormina, sull’A18: a bordo 84 passeggeri, tutti cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno. Nella cabina di guida identificati il conducente Pierpaolo Corsini e il passeggero Gouhar Said Riad Adel. Tra i trasportati Ali Ouda Maher, ritenuto il coordinatore del clandestini. Qualcuno fuggì. Tra questi Adovelnaser Mohamedhagag Shorky, rintracciato da un’auto civetta dell’Arma dei carabinieri mentre percorreva la via Garipoli, a Taormina: «Chiedeva un passaggio offrendo 50 euro per il disturbo», resosi conto della presenza delle forze dell’ordine, mutava atteggiamento, manifestava difficoltà a esprimersi in italiano, sebbene inizialmemte avesse mostrato confidenza con la lingua corrente, nella sua disponibilità due telefoni e tre sim card, sottoposti a sequestro», si legge nell’ordinanza. In coincidenza con l’arresto, uno degli stranieri rese dichiarazioni di natura collaborativa: «Chi si occupa di questi trasferimenti è Abu Islam Abu Kareem, un uomo di circa 40 anni, molto ricco, che ha conoscenze nella Polizia egiziana e che a fronte di lauti compensi corrompe gli agenti per porre in atto i suoi traffici illeciti», disse. Il costo di ciascun viaggio era fissato in 55000 pound egiziani, somma corrispondente a circa 8000 euro. «L’accordo prevedeva che la somma sarebbe stata pagata dai miei genitori non appena giunto in Italia», aggiunse. E minacciavano di uccidere chi si permetteva di non rispettare l’accordo preso. Quindi la descrizione della sua odissea: «Sono partito dal mio villaggio il 9 luglio, all’ora della preghiera del pomeriggio, alle 16 circa, insieme ad altri 5 miei compaesani per giungere l’indomani mattina, verso le 2.30, nei pressi di una città che si trova a nord del deserto egiziano, denominata Wadyalnatron. Questo primo viaggio è avvenuto a bordo di un minibus di colore bianco». Poi, «è giunto un camion sul quale siamo saliti a bordo e dove già si trovavano sessanta, settanta persone». Quindi tappa in una moschea abbandonata: «Abbiamo aspettato 9 giorni perché la barca che ci doveva portare in Italia non era disponibile». Una volta saliti sul natante, la traversata è durata 5 giorni e sei notti: «Ci davano da mangiare solo pane ammuffito e acqua in quantità razionata». Appena sbarcati nell’Agrigentino, «siamo stati prelevati da un Tir, guidato da un italiano. Dovevamo arrivare a Roma, dove ci avrebbero lasciati al nostro destino». Il viaggio della speranza fu però interrotto dalla Polstrada e i migranti condotti a Messina e poi al Centro per immigrati di Crotone. «Il 13 agosto 2010 Abu Youssef contattò i suoi referenti sul territorio lombardo affinché si adoperassero a ricevere un nuovo carico di clandestini: «Ascolta la strada è perfetta ed è ottima, qua è tutto a posto. Vogliamo fare viaggi unici». Batraman, a bordo dell’imbarcazione salpata dal Continente nero, annunciò il suo arrivo: «Se vuole Dio, per domani sera». La carretta del mare giunse a Grotteria a Mare, nel Reggino, l’1 settembre 2010. In una struttura alberghiera in disuso, sequestrata nel 2007, la polizia rintracciò 35 migranti e fermò tre membri del sodalizio.(r.d.)

Quei tragitti non convenzionali definiti “invisibili”.
Secondo gli investigatori i cosiddetti “mercanti di uomini” mettevano a punto un viaggio ogni dieci giorni sull’asse Egitto-Italia (Sicilia o Calabria). Su ogni carretta del mare venivano ammassati oltre 100 disperati. Per un business equivalente a circa 800 mila euro ad “avventura”. Quattro gli sbarchi accertati. Decine e decine quelli definiti «invisibili» dal procuratore capo Guido Lo Forte, durante la conferenza stampa di ieri in Questura. Standard gli “ingredienti” della tratta di esseri umani: accordo raggiunto nel Paese d’origine, pagamento di un acconto e del resto a “missione compiuta”, opportunità di lavoro in Italia da cui trarre guadagni per il sostentamento della famiglia rimasta in Egitto, sequestro di documenti di riconoscimento, soldi e telefonini prima della partenza. E ancora: imbarco su un natante in cui venivano segregati e percossi, il vitto «composto da mezzo bicchiere d’acqua e da poche fette di pane raffermo», ha sottolineato il funzionario della Squadra mobile peloritana Rosalba Stramandino. La durata della traversata di circa una settimana, l’accoglienza gestita dalle cellule sul territorio italiano. Inclusa nel prezzo la fornitura di vestiti nuovi per non consentire un facile riconoscimento delle forze dell’ordine. Nel corso delle indagini, rimpatriati 277 clandestini e arrestate 33 persone. I provvedimenti siglati ieri, quindi, sono solo l’ultimo atto dell’operazione Raìs. «Si tratta di un’attività molto complessa, con carattere transnazionale e con rotte insolite», ha affermato il questore Carmelo Gugliotta. «È la prima volta che si scopre un fenomeno “invisibile”, cioè caratterizzato da rotte non convenzionali che ad esempio escludevano Lampedusa. Il sodalizio gestiva il traffico in maniera professionale», ha aggiunto Lo Forte. Il capo della Mobile di Messina, Giuseppe Anzalone, si è soffermato, tra le altre cose, sulla prosecuzione dei viaggi lungo il territorio italiano: «Abbiamo trovato migranti con biglietti di taxi e treno addosso. Dal punto di vista tecnico, è stato difficile ricostruire il significato delle conversazioni, tenute in vari dialetti arabi, e risalire ai reali intestatari delle utenze telefoniche». (r.d.)

Delitto Fragalà, Ardita (ora procuratore aggiunto a Messina) apre nuovi scenari. Una relazione dei servizi segreti del 2002 inserì il nome dell’avvocato palermitano Enzo Fragalà nella lista dei legali a rischio di attentati mafiosi

PALERMO - Una relazione dei servizi segreti del 2002 inserì il nome dell’avvocato palermitano Enzo Fragalà nella lista dei legali a rischio di attentati mafiosi: la nota del Sisde, guidato allora dal generale dei carabinieri Mario Mori e acquisita agli atti dell’inchiesta sul brutale assassinio del penalista, ucciso a sprangate a febbraio del 2009, torna d’attualità dopo le dichiarazioni rese alla commissione Antimafia da Sebastiano Ardita, ex responsabile detenuti del Dap ora procuratore aggiunto a Messina. Anche nel suo libro sulla trattativa tra Stato e mafia e sul ruolo del carcere duro nel «patto» stretto tra pezzi dello Stato e Cosa nostra Ardita parla del delitto Fragalà, rimasto ancora senza colpevoli. Per il magistrato potrebbe esserci un’analogia tra l’anno della nota dei Servizi, il 2002, e il 2009. Nel 2002 venne approvato un ddl per estendere all’intera legislatura la durata del 41 bis e dalle carceri i detenuti di mafia mandarono strani messaggi parlando di promesse non mantenute da parte di politici e lamentando di essere stati lasciati soli da alcuni «avvocati meridionali passati in Parlamento». Nel febbraio del 2009, pochi giorni prima del delitto, venne ulteriormente inasprito il regime carcerario duro. «L’audizione del Procuratore Sebastiano Ardita, in commissione Parlamentare Antimafia, sulle stragi del 1992 e sulla trattativa Stato-mafia ha aperto scenari nuovi e inquietanti sui moventi ancora oscuri dell’ efferato omicidio dell’avvocato palermitano Enzo Fragalà. Per questo chiediamo al Presidente Pisanu di trasmettere immediatamente i verbali dell’audizione di Ardita ai titolari delle indagini sull’omicidio Fragalà», hanno affermatoin una nota congiunta il deputato Fli e vice presidente della commissione Antimafia, Fabio Granata e il senatore Pd, Giuseppe Lumia. «La trattativa sul 41 bis e sulle richieste e le aspettative di Cosa nostra – aggiungono – potrebbero essere la chiave di interpretazione dell’efferato delitto». DA GDS

MESSINA - IL PROCESSO, LA DEPOSIZIONE: L’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno, «Ho sempre fatto soltanto politica»

Intercettazione dopo intercettazione, delibera dopo delibera, carta dopo carta, frase dopo frase. Tra un sorriso amaro e l’altro. Ieri è andata avanti dalla mattina al pomeriggio inoltrato la deposizione dell’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno al processo “Oro grigio”, la speculazione edilizia e le “mazzette” del complesso “Green park” sul torrente Trapani, davanti ai giudici della I sezione penale presieduta da Attilio Faranda. Un vero fiume in piena quello che ha risposto, da imputato, per ore, alle domande del pm Angelo Cavallo (gli ha chiesto il significato di parecchie intercettazioni ambientali e telefoniche che sono agli atti dell’inchiesta), dell’avvocato di parte civile per il Wwf Aurora Notarianni (il centro di tutto è stata l’osservazione al Prg n. 231 che si occupava dell’area), degli avvocati Giovambattista Freni e Tommaso Calderone; il suo difensore Enrico Ricevuto s’è poi riservata un’altra udienza per sentirlo, si farà tutto l’8 giugno. E la storia ieri Bonanno l’ha ripercorsa tutta: le scelte politiche del Prg, i suoi rapporti con l’architetto Manlio Minutoli e l’avvocato Pucci Fortino, i “prestiti” ricevuti, solo per citare alcuni argomenti. Ha tenuto a sottolineare una cosa: ha fatto sempre e soltanto politica, non s’è occupato di affari.(n.a.)