TORTORICI (MESSINA) - Finita la latitanza di Gianfranco Conti Taguali: Filmato, braccato si stupisce all'alt dei carabinieri: Come avete fatto? Condannato all'ergastolo, era tra i 100 più pericolosi. In manette il titolare della masseria

Si è conclusa dopo 26 mesi nelle campagne di Caltagirone la latitanza di Gianfranco Conti Taguali, inserito nell'elenco dei 100 ricercati a più alta pericolosità, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. Allevatore di 38 anni, originario di Tortorici, dimorante a Maniace, centro alle falde dell'Etna da sempre feudo dei pastori tortoriciani, era protetto da Aurelio Faranda, anch'egli di Tortorici, proprietario della masseria dove aveva trovato il suo ultimo rifugio ed arrestato a sua volta con l'accusa di favoreggiamento. Faranda viene ritenuto un affiliato al clan dei Bontempo Scavo di Tortorici. L'operazione, coordinata dalla Dda di Catania, è stata messa a segno dai carabinieri del Reparto operativo e del Comando provinciale di Catania al comando del colonnello Giuseppe La Gala che, ieri mattina, ha fornito i particolari della cattura del latitante in una affollata conferenza stampa. Dopo appostamenti e pedinamenti che andavano avanti da mesi, i militari si sono accertati della presenza del Conti Taguali nelle campagne di Caltagirone e lo hanno filmato venerdì pomeriggio mentre saliva a bordo dell'auto del Faranda, con cappellino in testa e un maglione rosso; dal centro calatino era diretto in una masseria della zona, attraverso la Strada Statale 417. Dopo avere seguito i due, i carabinieri sono entrati in azione al momento opportuno bloccando la vettura. Inizialmente, Gianfranco Conti Taguali ha negato la propria identità: «State sbagliando, non sono io quello che cercate». Ma, messo alle strette, ha ammesso e ha chiesto ai militari: «Come avete fatto a prendermi?». Ignaro di appostamenti e riprese video per braccarlo nonostante i suoi spostamenti grazie ad una fitta tela di fiancheggiatori, passando attraverso le province di Messina, Catania e Siracusa. «Adesso - ha detto il colonnello La Gala - dopo avere assicurato alla giustizia un personaggio importante della criminalità organizzata, condannato all'ergastolo a seguito di omicidio, dobbiamo sviluppare le indagini sulla connivenza di cui il latitante ha potuto usufruire e c'è tanto altro da fare. Credo, però, che questo arresto abbia un grandissimo valore storico". Gianfranco Conti Taguali si era dileguato, allora si trovava a piede libero, la sera dell'11 gennaio 2010 dal palazzo di giustizia di Catania, poco prima che la Corte d'Assise d'Appello lo condannasse all'ergastolo, ribaltando la sentenza di primo grado che lo aveva assolto dall'accusa di omicidio e condannato a sette anni per la sola associazione mafiosa. Insieme a lui, condannato all'ergastolo (sempre dopo l'assoluzione in primo giudizio) il cugino Marco Conti Taguali, altro allevatore originario di Tortorici e dimorante a Maniace, a sua volta latitante per un anno prima di essere arrestato, all'alba del 29 gennaio 2011, sull'autostrada Siracusa-Catania dalla Polizia Stradale di Lentini. I due cugini sono stati condannati con l'accusa di avere partecipato al gruppo di fuoco che, la sera del 3 giugno 2002 in contrada Vallonazzo di Cesarò, ferì gravemente, a colpi di fucile caricato a pallettoni, la classica lupara, l'allevatore del luogo Bruno Sanfilippo Pulici che, il giorno dopo, morì all'ospedale "Cannizzaro" di Catania. Stando alle indagini condotte dalla Dda di Catania e confluite nelle operazioni "Nitor" e "Tunnel", scattate il 10 febbraio 2004 con una ventina di arresti ed eseguite dai carabinieri delle compagnie di S.Stefano Camastra (per la Dda di Messina) e Randazzo (per la Dda di Catania), Gianfranco e Marco Conti Taguali facevano parte della cosca della famiglia di Bronte collegata ai clan Santapaola-Ercolano di Catania per metà etnea e per l'altra metà contigua ai clan nebroidei del versante occidentale della provincia di Messina che riversavano i traffici illeciti, sotto forma di estorsioni e spaccio di droga, tra Cesarò e San Teodoro, ai confini con la provincia di Catania e prossimi ai vicini centri di Bronte, Maniace e Randazzo. Tra il 2001 e il 2002 si registrarono, tra Bronte e Cesarò, tre omicidi, sette ferimenti, una lunga serie di minacce, intimidazioni e danneggiamenti. Per l'omicidio di Sanfilippo Pulici, ucciso per contrasti interni ai clan secondo le indagini, in primo grado, con conferma in appello, è stato condannato all'ergastolo anche Giuseppe Pruiti, allevatore di Cesarò. Giuseppe Lazzaro - GDS

Ne mancano altri quattro all'appello. Messina - Con la cattura del tortoriciano Gianfranco Conti Taguali i latitanti in provincia di Messina ancora uccel di bosco restano quattro. Ai primi due posti dell'elenco i fratelli Vincenzino e Calogero Mignacca, di Montalbano Elicona, che sono alla macchia dal 28 luglio 2008 quando la Corte d'Assise di Messina li condannò all'ergastolo nell'ambito dell'operazione "Romanza Icaro", pena successivamente confermata in appello nel gennaio 2010. I fratelli Mignacca sono stati accusati dell'omicidio di Maurizio Vincenzo Ioppolo, un "esattore" delle tangenti che venne punito per essersi staccato dal clan dei Bontempo Scavo, nella zona di Brolo, mettendosi in "proprio". L'uomo fu ucciso la notte di un sabato di carnevale, il 5 febbraio 1994, all'uscita da un locale pubblico di S.Angelo di Brolo. A colpi di pistola lo eliminarono due killer per l'occasione travestiti da monaci che, prima di entrare in azione, avevano sabotato l'impianto elettrico del locale, affollato di clienti. Nel giro di 48 ore i carabinieri arrestarono i due fratelli Mignacca che, però, tornarono liberi due settimane dopo quando il Tribunale del Riesame di Messina annullò l'ordinanza di arresto. Le dichiarazioni dei pentiti, confluite negli atti della "Icaro", riaprirono il caso sfociato nella condanna all'ergastolo. Vincenzino Mignacca è stato condannato al carcere a vita anche per l'operazione "Mare Nostrum" sempre per omicidio. Gli altri due latitanti sono di Barcellona. Si tratta di Mario Giulio Calderone, che deve scontare la pena definitiva per la "Mare Nostrum" e Filippo Barresi, elemento di punta dei clan del Longano, unico ricercato rimasto per l'operazione "Gotha", scattata il 24 giugno dello scorso anno.(g.l.)