COSENZA: Colpo ai clan tirrenici, disposti 63 arresti. L'autobomba "difettosa" e la vittima della lupara bianca fatta barbaramente a pezzi con una motosega

La "polveriera" tirrenica. Con boss e picciotti in eterna guerra. Capaci d'innescare autobomba in vie affollatissime, tagliare a pezzi con le motoseghe le vittime della lupara bianca, bruciare i cadaveri dei "nemici", compiere omicidi eclatanti davanti ai santuari, imporre il "pizzo" alle grandi aziende, infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni, condizionare l'assegnazione di appalti e subappalti. L'area tirrenica del Cosentino è una terra di 'ndrangheta sporca di sangue e polvere da sparo. Da trent'anni cosche vecchie e nuove si fronteggiano per conquistare considerazione e denaro. Uccidono, minacciano, corrompono, colludono mirando al controllo dell'economia legale e illegale. È come se fosse un mercato infernale di carne umana e di merci. Un mercato che lo Stato ieri ha deciso definitivamente di chiudere, scatenando 500 carabinieri alla caccia di 63 persone destinatarie di un'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip distrettuale di Catanzaro, Tiziana Macrì. A sollecitare il provvedimento è stato il sostituto procuratore generale Eugenio Facciolla, profondo conoscitore delle dinamiche criminali cosentine. In azione gl'investigatori del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, coordinati dal colonnello Francesco Ferace. L'operazione è stata battezzata dal procuratore distrettuale, Antonio Vincenzo Lombardo e dall'aggiunto, Giuseppe Borrelli, la "Tela del ragno" perché ricostruisce la mappa di patti inconfessabili, alleanze e tradimenti che hanno caratterizzato negli ultimi 14 anni la storia del "locale" di 'ndrangheta di Cosenza e delle "'ndrine" di Paola, Fuscaldo, Cetraro, Amantea e San Lucido. Una storia di morte e d'inganni su cui ha puntato l'attenzione anche la Procura generale, diretta da Santi Consolo. I magistrati inquirenti hanno fatto luce su nove delitti commessi tra il '79 ed il 2008. Ma ecco i fatti raccontati dagli atti giudiziari. Sul finire degli anni '90, il "locale" di Cosenza, guidato da Ettore Lanzino e Domenico Cicero, decise di creare una struttura di comando con competenza provinciale, composta da più 'ndrine attive sul territorio, per accentrare la gestione degli interessi sulla realizzazione di importanti opere pubbliche. Per superare le conflittualità interne, fu decisa l'eliminazione dei soggetti che si opponevano al disegno: Vittorio Marchio, Francesco Bruni e Antonio Sena di Cosenza; Marcello Calvano di San Lucido. Cancellati i "dissidenti", la direzione strategica della consorteria indicò come referenti, sulla costa tirrenica, Mario Scofano a Paola, Sergio Carbone a San Lucido, Tommaso Gentile e Pasqualino Besaldo ad Amantea, stabilendo un'alleanza con i Muto di Cetraro. A Paola, si formò così una nuova compagine "allargata", con gli Scofano, i Martello, i Serpa ed i La Rosa. I proventi ottenuti illecitamente vennero fatti confluire in una cassa comune, detta «bacinella». Il nuovo assetto provocò lo scontro con il nascente gruppo degli Imbroinise, il cui capo, Salvatore, fu ucciso il 13 marzo 2000 davanti al Santuario di Paola, mentre il suo fedele alleato, Carmine Chianello, venne fatto fuori un anno prima, il 23 giugno del 1999. La cosca capeggiata da Mario Scofano assunse così la gestione di tutti gli "affari" illegali. Ben presto, però, si verificarono forti attriti tra Scofano e Giuliano Serpa, superati con una sorta di tregua armata. La guerra venne solo rimandata. Il 19 dicembre 2002, infatti, scampò miracolosamente alla morte Giancarlo Gravina, picciotto legatissimo a Serpa. E nel maggio dell'anno successivo venne assassinato Pietro Serpa, "reggente" dell'omonima consorteria. La risposta non si fece attendere: nel luglio del 2003 fu massacrato a colpi di pistola davanti a un ristorante, Luciano Martello, fedele alleato di Scofano, mentre il sei agosto una bomba fu collocata sotto l'auto di Gennaro Ditto, altro uomo di Mario Scofano. L'ordigno non esplose e la vittima si accorse d'essere su un'auto imbottita di tritolo solo perchè notò uscire dello strano fumo dal cofano. I Serpa, che nel frattempo si erano alleati con i Bruni di Cosenza, con Francesco Tundis di Fuscaldo e Pasqualino Besaldo di Amantea, scatenarono insomma una controffensiva. Nel maggio del 2004 venne rapito e ucciso Rolando Siciliano, pure lui legato a Scofano, il cui cadavere venne fatto a pezzi con una motosega e poi disperso in mare. Le perdite subite sia per lo scontro che per gli arresti intervenuti, portarono successivamente a nuovi assetti tra le cosche ed a nuovi omicidi. Quello di Antonello Larosa, avvenuto a Paola il 25 ottobre 2008 e, in risposta, quello di Stefano Mannarino, compiuto sempre nella cittadina tirrenica, per vendetta, un mese dopo. Tra gli omicidi su cui è stata fatta luce ce ne sono anche due «storici», quello di Giovanni Serpa, ucciso e dato alle fiamme a Paola l'11 settembre 1979, e quello di Alfredo Sirufo, scomparso per lupara bianca il 17 dicembre 1993, nell'ambito di una faida interna allo stesso gruppo Serpa. Arcangelo Badolati - GDS